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La costumista scozzese con le sue creazioni è in lizza per i prossimi Olivier Awards, i più importanti riconoscimenti teatrali britannici.

Katrina Lindsay

Katrina Lindsay

Mentre chiacchieriamo sorseggiando un cappuccino nel foyer del National Theatre, Katrina Lindsay non sa ancora che tra poche ore riceverà la nomination ai Laurence Olivier Awards per il suo lavoro in Harry Potter and the Cursed Child. La costumista scozzese ha creato più di 500 costumi per lo spettacolo diretto da John Tiffany.
L’ottava storia del maghetto di J.K. Rowling è l’equivalente teatrale di La La Land. È stata nominata ben 11 volte per i più importanti riconoscimenti teatrali britannici, un record finora imbattuto. Qualcuno potrebbe obiettare che non tutte le nomination ricevute dalla play siano meritate. Potrebbe darsi, ma non sarebbe il caso del tentativo riuscito di portare i mantelli fluttuanti del mondo magico sul palco ad opera della Lindsay.
“Harry Potter è un franchise incredibile: sei sottoposto a una grande pressione e vuoi rendere giustizia all’amore dei fan,” spiega. La sfida più grande nell’approcciarsi a un universo così radicato è essere in grado di aggiungere un tocco personale.
Lindsay descrive il passaggio della magia in un altro medium come un viaggio. “È iniziato come un libro, poi si è aggiunta tutta la consapevolezza conferita dai film, ma, alla fine di tutto, abbiamo dovuto portare la storia nel nostro mondo, il mondo del teatro,” dice. “Credo che sia questa la ragione per cui ha funzionato così bene come lavoro teatrale: coloro che conoscono i libri e i film vengono a teatro per un’esperienza completamente differente.”
Ha iniziato a creare i modelli per i costumi un anno prima della prima. Lindsay ha lavorato a stretto contatto con l’Illusions Team, responsabile per i trucchi di magia dello spettacolo. “Io e Jamie [Harrison, Illusions and magic supervisor, NdA] eravamo sempre insieme durante le prove. Ci sentivamo spesso per capire di cosa avesse bisogno in fase di realizzazione.”
I suoi costumi e la magia hanno incantato gli spettatori: mantelli che vengono risucchiati nella cabina telefonica rossa, accesso al Ministero della Magia, e stendardi della scuola che cambiano colore in un batter d’occhio, solo per citare alcuni.
Il palcoscenico è il primo amore di Katrina Lindsay, eppure si è interessata ai costumi e alle scenografie quasi per caso, studiando Theatre Design al Central Saint Martins di Londra. “Avevo recitato durante l’adolescenza, ma l’elemento visuale del teatro non mi era mai passato per la testa finché non sono andata al college.”

Les Liaisons Dangereuses

Les Liaisons Dangereuses

La svolta nella carriera di Lindsay arriva quando a Rufus Norris, attuale direttore artistico del National Theatre, viene offerto un lavoro a Broadway ne Les Liaisons Dangereuses, tratto dal romanzo di Choderlos de Laclos. Norris chiede a Katrina Lindsay di disegnare i costumi per lo spettacolo, per i quali vincerà il Tony Award nel 2008.
Cosa ricorda della febbre degli award “tutta americana”? I suoi ricordi di quella notte fanno ovviamente appello alla memoria visiva. “Mi sentivo come in un sogno,” ricorda. “Dopo averlo ricevuto, sono salita in ascensore e ho dovuto aspettare nella hall prima dell’incontro stampa. Ricordo di aver guadato fuori dalla finestra, verso la skyline di Manhattan. Sembrava di essere in una sorta di film strano.”
Da quella “piacevole esperienza” Lindsay ha conservato il vestito dorato indossato da Laura Linney nel ruolo della Marchesa di Merteuil. “Era uno spettacolo in costume, ma i modelli erano stati realizzati in maniera fluida. A volte i costumi d’epoca possono risultare un tantino rigidi, quasi eccessivamente restrittivi,” dice – ma i suoi erano di tutt’altra fattura.
Parlando della sua relazione con la moda, Lindsay si stringe nel suo blazer nero, facendo tintinnare i bracciali dorati: “Amo guardare i vestiti. Ho sempre desiderato poter essere più minuta per poter indossare capi specifici”. Si apre: “Ho meno tempo adesso per vestirmi bene. Andando in là con  gli anni, mi piacerebbe indossare diverse cose, ma probabilmente non lo farei per timore.”
Il suo amore per la moda è ereditario. “Quando vivevamo in Italia negli anni ’70 a cause del lavoro in marina di mio padre, mia madre indossava abiti deliziosi, con fantasie bellissime; aveva scarpe e borse italiane. Mia nonna era una sarta e viveva con noi, quindi ho sempre avuto un interesse particolare per i tessuti e la realizzazione dei modelli.”
Anche gli stilisti sono tra le sue fonti di ispirazione. “Alexander McQueen è molto teatrale e Vivienne Westwood è interessante per il modo in cui gioca coi periodi storici. Entrambi hanno un’approfondita conoscenza dei tagli, dei periodi storici e delle silhouette e credo sia importante quando si creano storie.”

Behind the Beautiful Forevers

Behind the Beautiful Forevers

Il teatro è “tutto legato alle storie”. “Mi piacciono le opere che permettono alla mia immaginazione di aggiungere elementi alla storia: sono interessanti per la costruzione di modelli, ma mi piacciono anche gli spettacoli dove ho modo di conoscere alle culture.” Si riferisce all’opera nigeriana Death and the King’s Horsemen e alla storia ambientata alla periferia di Mumbai Behind the Beautiful Forevers, due dei progetti a lei più cari.
“C’è sempre da imparare,” dice entusiasta. “È la parte migliore del lavoro!”
A cosa non lavorerebbe mai? Alle opere contemporanee e ai costumi di Halloween. “Ho sempre avuto un rapporto strano con Halloween! I bambini americani bussano semplicemente alla porta e vengono ricoperti di dolci. In Scozia, invece, bisogna entrare in casa, cantare una canzone e fare un balletto, ho sempre pensato che fosse imbarazzante!”
Essere al centro dell’attenzione non è esattamente la cosa preferita di Katrina Lindsay. La costumista preferisce abitare i suoi “mondi inusuali ed eclettici” da dietro le quinte. Si spera che si godrà le luci della ribalta quando otterrà il meritato Olivier Award ad aprile.

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Katrina Lindsay, the Scottish costume designer has been nominated for the upcoming Olivier Awards for the Cursed Child

Best costume design

Best costume design

While we are chatting over a cappuccino in the National Theatre lounge, Katrina Lindsay does not know that, a few hours later, she is about to receive a Laurence Olivier Awards nomination for her work on Harry Potter and the Cursed Child. The Scottish costume designer created more than 500 costumes for the play directed by John Tiffany.
The eighth story about the boy wizard by J.K. Rowling is the theatrical equivalent of La La Land. It has been nominated 11 times for the most important British theatre awards, a ground-breaking record to date. Not every nomination the play landed is well-deserved, some might argue. Possibly true, but that is not the case with Lindsay’s successful attempt to bring the wizarding world’s fluttering capes to the stage.
“Harry Potter is a huge franchise: you feel the pressure and want to honour people’s love of it,” she explains. The biggest challenge when approaching such a well-established universe is being able to add a personal touch.
Lindsay describes the translation of magic into another medium as a journey. “It’s started as a book, then there is a layer of consciousness that comes through the films, but ultimately we had to take it into our own world, the world of theatre,” she says. “I think that is the reason why it worked well as a piece of theatre: people who know the books and the films come along and get a whole different experience.”

Sketches Harry Potter

Sketches for “Harry Potter and the Cursed child”

She started creating the designs a year ahead of opening night. Lindsay had to consult constantly with the Illusions Team, responsible for the magic tricks in the play. “Jamie [Harrison, Illusions and magic supervisor] and I were together in the rehearsals. We kept in touch a lot about what he was needing from the construction.”
Her costumes and magic put a spell on theatregoers: cloaks being sucked into a red phone booth to access the Ministry of Magic and school banners changing colours in less than a finger snap, to mention just a few.
The stage is Lindsay’s first love, yet she got into costume and set design almost by chance, studying Theatre Design at Central Saint Martins in London. “I’d performed as an actress in my teens, but the visual side of theatre hadn’t crossed my brain until I went to art college.”
The turning point in Lindsay’s career came when Rufus Norris, now artistic director of the National Theatre, was offered a job on Broadway on Les Liaisons Dangereuses and asked her to design the costumes, for which she won the Tony Award in 2008.
What does she remember of that “very American” awards fuss? Not surprisingly, her memories of that night are quite visual. “It felt like a flashy dream,” she recalls. “After I got it, I went up in an elevator and had to wait in this lobby before meeting the press. I remember looking out of the window and seeing Manhattan’s skyline. It was like some sort of weird film.”
From that “lovely experience,” Lindsay kept a gold gown worn by Laura Linney as the Marquise de Merteuil. “It was a period piece, but the costumes were fluid in their construction. Sometimes period costumes can become stiff, overly restrictive in some way,” she says – but those were not.
Talking about her relationship with fashion, Lindsay shrugs in her black blazer, her golden bangles tingling: “I love looking at clothes. I’ve always wished I was tinier to wear particular things”. She is honest: “I have less time to dress up now. As I get older, I’d love to wear all these things, but I’d probably chicken out.”
Her love for fashion runs in the family. “When we lived in Italy in the 70s because of my father’s navy job, my mum wore lovely clothes, great patterns; she had Italian shoes and bags. My gran was a dressmaker and she lived with us, so I’ve always had this love for fabric and construction.”
Another inspiration comes from fashion designers. “Alexander McQueen is very dramatic, and Vivienne Westwood is interesting for the way she plays around with periods. They both have a real understanding of cuts, periods and silhouettes, and that’s important when you’re doing stories.”

Death and the King’s Horsemen

Death and the King’s Horsemen

Theatre “is all about the story”. “I like pieces that allow my imagination to create on top of that. I like historical pieces: they’re fascinating in terms of construction of clothing, but also the ones where you’re learning about another culture.” She refers to the Nigerian play Death and the Kings Horsemen and the Mumbai slum story Behind the Beautiful Forevers, two of the projects she cherishes the most.
“There’s always something to learn,” she says enthusiastically. “That’s what is good about the job!”
What would she never work on? Naturalistic contemporary pieces and Halloween costumes. “’I’ve always had a funny relationship with Halloween! American kids just knock on the door and they’re given sweets. In Scotland, you have to come in, do a song and a dance, I thought it was embarrassing!”
Being under the spotlight is not Lindsay’s cup of tea. She prefers to dwell on her “unusual, eclectic worlds” from backstage. Hopefully, she will enjoy the spotlight when she gets her deserved Olivier Award in April.

Stefania Sarrubba

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