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Serena Sinigaglia dirige la commedia del Bardo così come adattata da Edoardo Erba per il progetto speciale a firma di Gabriele Russo, prodotto dal Teatro Bellini di Napoli e Napoli Teatro Festival.

Glob(e)al Shakespeare_Le comari di Windsor

Fonte foto Ufficio stampa

È l’ora del tè. Siamo in un ordinato salotto borghese, dove impera il bianco, tanto nelle sedute quanto nel pavimento merlettato. Il suono di una fisarmonica accompagna l’ingresso in scena di quattro donne, anch’esse di bianco vestite coi costumi di Federica Pellati: la signora Page (Annagaia Marchioro), la signora Ford (Virginia Zini), la giovane Anne Page (Mila Boeri) e la serva Quickly (Chiara Stoppa). Le quattro comari di Windsor sono immerse in un abituale e apparentemente normale pomeriggio trascorso a chiacchiere sulla presenza o assenza dei mariti, intenti o meno all’arte dell’uccellare, mentre Quickly, che dovrebbe pensare al bucato, parlotta con Anne sugli spasimanti della ragazza, non senza intromettersi nei discorsi di Mrs Page e della sua amica

Glob(e)al Shakespeare_Le comari di Windsor

Fonte foto Ufficio stampa

La forzatura delle chiacchiere a cui evidentemente queste donne si costringono ogni giorno è interrotta quando viene recapitata alle due più adulte la lettera d’amore – uguale per entrambe – di sir John Falstaff, colui che vuole “attentare alla dignità” delle signore, non senza un pizzico di soddisfazione da parte delle stesse. L’irruzione di Falstaff che – per scelte registiche e in maniera innovativa rispetto al testo del Bardo – non sarà mai in scena, così come gli altri personaggi maschili, rappresentati tutti dalle quattro comari, spazza via la noia del solito tran-tran femminile e dà vita ad una serie di situazioni esilaranti. Sappiamo  – come ci raccontano le signore – che Falstaff è un anziano cavaliere sulla sessantina, grasso, squattrinato e truffatore, amante delle belle donne e ora sicuramente interessato ad arrivare alle loro ricchezze, mentre entrambe sono in conflitto coi mariti: l’una, Mrs Page perché vorrebbe dare in sposa la figlia al dottor Cajus, invece che a Slender; l’altra perché vittima delle gelosie del consorte, qui schernito con un accento siciliano.

Glob(e)al Shakespeare_Le comari di Windsor

Fonte foto Ufficio stampa

Fin dalle prime battute con cui si apre l’opera shakespiriana Le quattro comari di Windsor, nell’adattamento di Edoardo Erba per la regia di Serena Senigaglia, si delineano i tratti caratteriali dei personaggi che, durante l’intero svolgimento dello spettacolo, avranno modo di accentuarsi e di esplodere nel marchingegno che – con un piacevole divertissement – le quattro metteranno in piedi per prendersi gioco del loro “traviatore della purezza”. Così, alla (finta?) rigidità morale della signora Page smorzata da un accentuato humor che strappa subito e diverse volte le risate al pubblico, ecco corrispondere la leggerezza di Anne, volteggiante per il salotto così come lo è tra i suoi pensieri, presa dal suo giovanil ardore per l’amato Fenton, non ben accetto dai genitori, e qui continuamente evocato dalla fisarmonicista Giulia Bertasi; e al fare stralunato della signora Ford, lusingata dalle avances di Falstaff a cui – ci fa capire nemmeno troppo velatamente – cederebbe volentieri, collegarsi Quickly, che si diverte a scuotere i seni e a dimenare i fianchi con sensualità e che, nella schiettezza, nei modi spicci e nella pronunciata fisicità sembra ricalcare un simpatico atteggiamento partenopeo.
Doppi sensi e rimandi nelle parole e nella gestualità alla sfera sessuale si rincorrono rendendo lo spettacolo – grazie alla maestria interpretativa delle protagoniste – di immediato impatto sugli spettatori, e ciò si conferma anche quando l’ilarità è simbolicamente trasferita in un bosco notturno, tra folletti, fate e streghe. La messinscena raggiunge invece particolari picchi di eleganza quando ad essa si aggiungono le arie verdiane in grado di conferirle una connotazione particolare nel solco della volontà della regista che nelle sue note dichiara: “Ho scelto di lavorare con Erba in un gioco che non è stato di riscrivere, ma riadattare, tagliare, montando il testo, innestando, alla bisogna, pezzi suonati e cantati dal vivo dell’opera di Verdi”.

Glob(e)al Shakespeare_Le comari di Windsor

Fonte foto Ufficio stampa

Dunque funziona questo approccio registico e drammaturgico che sa leggere in maniera innovativa i testi della tradizione, così come voluto da Gabriele Russo per il suo progetto “Glob(e)al Shakespeare”, così come funziona l’esperimento di riprodurre fisicamente  – all’interno dello storico spazio di via Conte di Ruvo – il teatro elisabettiano: l’allungamento del palcoscenico con irruzione nella platea, dove sono state smontate le poltrone, ricalca il senso di comunità tipico dell’epoca. Insieme alla struttura scenica, è poi l’allestimento immaginato dalla Sinigaglia a rompere la quarta parete: le attrici scendono tra il pubblico e – forse l’espediente migliore per il coinvolgimento diretto del pubblico – invitano e, con indicazioni precise, incitano la platea ad intervenire. Così, in un coro maschile che urla “ruzzola” e in quello femminile più sottile “simile ad un canto di cicale” che dice “pizzica”, il pubblico del Bellini accompagna le streghe e le loro forche, impegnate nella simulazione della beffa ai danni di Sir Jhon Falstaff, beffa che non avverrà mai, per la sua prematura morte. Siamo quindi di fronte alle nuove frontiere dello spettacolo dal vivo, dove lo spettatore è parte attiva della scena, contribuendo alla creazione stessa dello spettacolo. Con quale finalità? Per andare contro gli “imbalsamati”, come ci dicono – alla fine – le stesse quattro comari inglesi, in una sera d’estate napoletana.

Maria Anna Foglia

Napoli Teatro Festival Italia
Info e contatti: www.napoliteatrofestival.it

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