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La mostra-installazione fotografica nata dalla seconda edizione del Laboratorio Irregolare, approda nella sezione mostre del NTFI 2017 dove resterà esposta fino al 30 luglio. Il percorso compiuto, la genesi di una fotografia, il  rapporto con il teatro al centro delle parole del maestro e fotografo che l’ha curata insieme ai suoi otto allievi.  

Epifanie_Antonio Biasiucci

Fonte foto Uficio stampa

Entrando da via Fuori Porta San Gennaro s’incontra l’ingresso di una chiesa, all’apparenza settecentesca: è la chiesa di Santa Maria della Misericordia ai Vergini, detta della Misericordiella, scrigno di un patrimonio storico-artistico recuperato nel luglio 2015 dall’Associazione Culturale SMMAVE-Centro per l’Arte Contemporanea, presieduta dall’artista Christian Leperino.
Sito dell’ordine dei Teatini che s’insediarono nel Cinquecento per volontà del cardinale Gian Pietro Carafa, poi papa Paolo IV, ma probabilmente già luogo di culto nel XIV secolo, la Misericordiella ha subito molte trasformazioni, che l’hanno vista diventare, da luogo assistenziale per il clero, addirittura a falegnameria, per quanto riguarda l’edificio superiore, e cimitero, poi sversatoio, per quanto riguarda la chiesa ipogea, di più antica fondazione, che è stato possibile visitare grazie alla disponibilità di alcuni membri dell’associazione. Alla luce di ciò, non poteva esserci un luogo più adatto per ospitare la mostra fotografica Epifanie, a cura del maestro Antonio Biasiucci: proprio come Santa Maria della Misericordia appare, nel caotico contesto urbano dei Vergini, un’epifania di arte e cultura nascosta da scoprire, così gli otto portfolio degli artisti in mostra si svelano agli spettatori come altrettante visioni di arte.
Momento conclusivo del Laboratorio Irregolare, alla sua seconda edizione (la prima edizione si concluse con una mostra a Castel dell’Ovo, nel 2014) – tenutosi da gennaio 2015 ad aprile 2017 -, il progetto fotografico che ha ricevuto il Matronato della Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee, quest’anno è stato adottato dal NTFI e dal suo direttore artistico, Ruggero Cappuccio, il quale ha dichiarato come «la straordinaria ispirazione artistica di Antonio Biasiucci coglie il rapporto fra tradizione e modernità con rara potenza» e ancora come «il suo lavoro per le giovani generazioni specchia perfettamente le linee guida del Napoli Teatro Festival Italia: la trasmissione dei saperi e la fecondazione dell’antico per produrre nuove gemmazioni».

Epifanie_Antonio Biasiucci

Fonte foto Uficio stampa

Le gemmazioni nate dall’attività laboratoriale, ispirata ai metodi teatrali del regista Antonio Neiwiller, col quale Biasiucci ha lungamente collaborato fino alla sua scomparsa nel 1993, hanno i nomi degli otto giovani fotografi di cui si può ammirare il lavoro, in altrettanti portfolio da sfogliare, offerto agli occhi degli spettatori su un tavolo di quindici metri disegnato da Giovanni Francesco Frascino.
Pasquale Autiero con Lasciare libero il passo, anche di notte, si muove sul confine tra il sacro e il profano; Ciro Battiloro in Sanità descrive l’umanità struggente che popola il quartiere di Napoli; Valentina De Rosa indaga la dolorosa disabilità di Villa Monteturli; Maurizio Esposito, partendo dalla poesia di Eugenio Montale, Forse un mattino andando in un’aria di vetro, scruta le pieghe dell’anima; Ivana Fabbrocino in Inverso si è concentrata sulla percezione dell’immagine di se stessi, operando una serie di autoritratti; Vincenzo Pagliuca ha fotografato lo spazio e il Mònos che lo abita; Valerio Polici l’Interno, nato dal proprio viaggio creativo; Vincenzo Russo, autore di Hic et Nunc, ha operato una ricerca sullo stare e il ripetersi dell’opera d’arte.
La mostra, a Napoli fino al 30 luglio, sarà poi a Roma, presso la galleria del Cembalo, dal 14 giugno al 20 settembre con una diversa forma espositiva che vedrà i lavori a parete. In occasione della sua inaugurazione, lo scorso 7 giugno, a raccontarci la genesi del Laboratorio Irregolare, il percorso maturato e il legame che intercorre tra fotografia e teatro, è Antonio Biasiucci, con uno sguardo, rigoroso e appassionato, sul cosa significa fare arte, oggi.

Come è nata l’idea di tenere un laboratorio fotografico per i giovani del settore? E, dopo il NTFI, il percorso laboratoriale proseguirà?
Il laboratorio nasce da un’esigenza, io stesso sono cresciuto all’interno di un gruppo. Quando da giovanissimo mi sono spostato qui, dall’entroterra, sono stato accolto da un gruppo di artisti e intellettuali, tra questi Antonio Neiwiller, Patrizio Esposito, Goffredo Fofi, Stefano De Matteis, Oreste Zevola. All’epoca cominciavo a fare le mie primissime foto e far parte di un gruppo è stato importante perché ha rappresentato uno stimolo a far bene, a confrontarsi, a crescere, che poi mi ha portato a maturare l’idea di sostenere progetti di volontariato, ad esempio a Scampia, all’interno di scuole medie ed elementari. Questo laboratorio è, dal punto di vista strutturale, un appuntamento biennale o triennale, irregolare, che non ha quindi una regolarità. Ogni due o tre anni ci sarà la presentazione dei lavori dei fotografi. Ci si candida presentando dei portfolio, con anonimato. Io scelgo più o meno quindici autori, che poi diventano otto. Seleziono inizialmente quindici autori perché mi fa piacere avere un colloquio con loro. Sono ragazzi con cui condivido per due tre anni lo studio, quindi devono essere delle persone che mi restituiscono qualcosa come persone, anche da un punto di vista etico. Il laboratorio, infatti, è molto strutturato eticamente. Anche dal punto di vista economico ha una struttura particolare, nel senso che chi vende, suddivide i soldi per otto, perché si diventa gruppo, un gruppo orientato alla crescita comune.
Quest’anno il NTFI ha adottato il progetto. L’altro anno invece è stato portato avanti col crowdfunding. Stavamo per farlo anche quest’anno, quando c’è stata l’adozione da parte del festival. Ruggero Cappuccio è stato da me allo studio per propormi la videoinstallazione di Battiato, ha visto i lavori dei ragazzi, se n’è innamorato e li ha voluti all’interno del NTFI. Anche perché il laboratorio stesso segue i metodi che io ho imparato a teatro, che poi sono i metodi di Antonio Neiwiller. Attraverso questo metodo, i ragazzi quindi scelgono un tema. Il soggetto è importante, non è un pretesto, poiché loro avviano con esso un dialogo profondo. E da questo continuo confronto fuoriescono immagini a cui si pongono delle domande continue: “È veramente importante per me questa immagine e questo lavoro?” Questi interrogativi ti permettono di stare perfettamente in sintonia con la propria interiorità e con ciò che è veramente necessario per sé. È un’immagine che non mente, un’immagine che non è una trovata, di cui ormai siamo pieni nell’arte contemporanea. Da questo percorso nasce un lavoro sicuramente rigoroso, dove ognuno cerca una strada propria. I portfolio esposti non sono plasmati sul lavoro del loro maestro, cosa che forse ci si aspetterebbe dopo tre anni di attività insieme. Sono, invece, otto direzioni della fotografia, otto direzioni che nascono da questo tempo lungo, necessario, affinché riescano a trovare una strada, un percorso, una visione.

Epifanie_Antonio Biasiucci

Fonte foto Uficio stampa

Osservando i suoi lavori si ha quasi l’impressione che le sue foto vogliano mostrare, oltre a quello che c’è, anche qualcosa che potrebbe esserci, ma non è chiaramente rappresentato. Pensando a Crani, Pani, ma anche ad Impasti, Magma o Ex-voto, c’è una sorta di doppia direttrice che si muove tra il mascheramento e la rivelazione della materia, del soggetto. È qualcosa che fa pensare alla natura del teatro. Qual è il rapporto tra la sua fotografia e il teatro? E quale l’eredità artistica che le ha lasciato Antonio Neiwiller?
È strettissimo, almeno per un certo tipo di teatro. Paradossalmente un soggetto portato a fondo, diventa essenziale, e quando diventa essenziale diventa altro e quando diventa altro in qualche modo si apre a tutti. Il metodo di Antonio Neiwiller consiste nel ritorno ossessivo sul soggetto fino a renderlo quanto più scarno ed essenziale, affinché si liberi, paradossalmente,  dall’artista, dal fotografo e in qualche modo si apra agli altri. Io considero Antonio Neiwiller il mio maestro di fotografia, nonostante fosse un regista teatrale.
Nei suoi spettacoli ho constatato da subito che quel teatro mi permetteva di ritrovare una parte di me, nonostante fosse apparentemente chiuso per chi non aveva nulla da evidenziare e nulla da guardare. Erano spettacoli che nella loro essenza, permettevano all’altro di poter entrare, ponendosi con la sua parte più intima. Per cui, in realtà, una mia fotografia è buona quando raggiunge questo stadio. Come per Antonio l’insieme delle azioni degli attori, portati all’essenza, gli permettevano di costruire uno spettacolo – perché quando un’azione diventa essenziale la puoi far seguire ad una altra che è essenziale e tutte le azioni si amalgamano -, così per le mie fotografie. Per cui  i miei Pani sono come i miei Crani, i miei Crani possono essere come i miei Ex-voto e gli Ex-voto come i Vulcani. Anche nella proiezione a Piazza Plebiscito si è cercata questa vertigine della materia, questa utopia di trovare un assoluto nella materia che cambia. È un’utopia perché è nell’impossibilità: sintetizzare con un’immagine l’assoluto. Diciamo che è un po’ come dice Tarkovskij: “Vogliamo costruire delle piramidi”, bisogna pensare di costruire delle piramidi, poi se non ci riusciamo non fa niente, ma l’importante è avere un’aspirazione.

Epifanie_Antonio Biasiucci

Fonte foto Uficio stampa

Musica, teatro, fotografia: il futuro prevede altre collaborazioni del genere o si concentrerà più che altro su una nuova ricerca personale?
Io sono perfettamente aperto a ogni cosa, ad ogni cosa che per me è stimolante. Ho messo sempre in discussione qualsiasi modalità legata al modo di presentare un’immagine. Ho presentato installazioni dove le fotografie sono a terra, oppure delle immagini proiettate, oppure stampate su ferro, su cotto, ponendomi sempre la domanda se questa cosa era necessaria per l’occorrenza. Chiaramente tutto ciò dipende, prima di tutto dal luogo, e in questo mi porto dietro fortemente il teatro. Se c’è un luogo mi muovo all’interno di quel luogo. Ad esempio se all’interno di questo luogo il tavolo ben si colloca faremo la mostra qui. L’unico mio merito, dal punto di vista espositivo, per questa mostra è stata la scelta di un tavolo, pensato in qualche modo come una sorta di offerta. Gli otto lavori si nascondono, tu li puoi aprire, poi li chiudi, poi decidi di passare ad un altro, e poggiati su un tavolo sono un’offerta da cui attingere.
Anche la scelta di questa chiesa, Santa Maria della Misericordia ai Vergini, è stata sua? È collegata al concetto espositivo di offerta?
Sì, ho scelto questa chiesa che è stupenda, ma in realtà la sacralità è insita proprio nel gesto. Se si fa ben caso in realtà tutti i lavori dei ragazzi vanno a cercare una sacralità: il lavoro sulle persone che si muovono tra il sacro e il profano, oppure il lavoro sui disabili, quello sulla sanità, nascondono una sacralità. Io sono convinto che ogni soggetto nasconde una sacralità e il fotografo deve andarla a cercare. E in questa ricerca, in questa convinzione che da qualche parte quello che loro stanno fotografando nasconde una sacralità, i ragazzi mi assomigliano.
In una battuta: quando, per Antonio Biasiucci, una fotografia è una “buona fotografia”?
Una fotografia è buona quando mi accorgo, nel momento in cui la espongo e la metto vicino al muro, che mi viene il desiderio di possesso e vorrei portarmela a casa. Allora, a quel punto, è buona.

Antonella D’Arco

Chiesa di Santa Maria della Misericordia ai Vergini
Via Fuori Porta San Gennaro, 15 – Napoli
Orari della mostra: lunedì, mercoledì, giovedì, venerdì e sabato dalle 16.00 alle 20.00; domenica dalle 10.00 alle 13.00
Info: www.laboratorioirregolare.netwww.facebook.com/perunlaboratorioirregolarewww.napoliteatrofestival.it

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