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Il monumentale Cortile delle Carrozze di Palazzo Reale, sede di prestigio per l’edizione 2017 del NTFI, si fa palcoscenico per la piéce dal sapore antico che riporta fedelmente in vita i personaggi e le situazioni proposte dall’ultimo romanzo di Irene Nemirovsky.

I cani e i lupi_Irene Nemirovsky

Foto Marco Sommella

La pittura , il bambino, il coraggio.
Con questo si può vivere più che bene”.
Irene Nemirovsky

C’è una storia.
Una storia d’infanzia, di radici profonde ancorché obliate, di destino e d’amore; una storia che vive negli anni ‘30, in una Parigi in cui alla sfrenata gioia dei Roaring Twenties si è ormai quasi del tutto sostituito un nuovo irrigidimento borghese e un senso di precipitevole decadenza verso l’abisso.
È una storia in cui i sentimenti (o forse il loro spettro) si incrociano con gli affari, l’arte si fa medium tra le persone, il danaro le allontana irrimediabilmente; e il biologico e genetico fato sopraffà il libero arbitrio: non a caso, è una storia già scritta nel sangue dei suoi protagonisti, ma, soprattutto, scritta nel sangue di colei che la scrisse, quell’Irene Nemirovsky che, scrittrice francese, pur nata ebrea in Ucraina nel 1903, da cristiana pagò il prezzo della sua origine semita alla follia nazista, nel 1942.
Parla di ebrei o, per dirla meglio, parla di ebrei che odiano se stessi (figura ricorrente nella produzione della Nemirovsky): curioso fenomeno tuttora operante nella comunità semita, in base al quale gli ebrei che ce l’hanno fatta, assimilati dalla scrittrice francese ai cani ben nutriti, tendono a rinnegare il proprio passato e le proprie origini, disprezzando i loro compagni di credo relegati nel ghetto, identificati coi famelici lupi.
Ma, in realtà, questa storia parla a tutti, dovunque vi sia una comunità umana divisa secondo la dicotomia – un po’ usurata, per la verità – di vincitori e vinti: e in scena il 13 e 14 Giugno per il Napoli Teatro Festival 2017, questa storia, intitolata  I cani e i lupi, parla a tutti nello storico cortile di Palazzo Reale, per una produzione Stati Teatrali, grazie alla riscrittura e regia di Paolo Coletta.
Innanzitutto, prima mirabile immagine che appare agli occhi dei numerosi astanti, la scena.

I cani e i lupi_Irene Nemirovsky

Foto Marco Sommella

È sublime, in tal senso, il lavoro di Luigi Ferrigno, che riesce a creare uno spazio scenico potente e ripartito secondo una duplice organizzazione del palco: un denso cuore centrale, dove una struttura mobile e mutevole – davvero di pregevolissima fattura, bella a vedersi e funzionale ai cambi di scena – si fa ambiente (o meglio, ambienti) dei momenti più vivi e pieni d’azione della piéce; la periferia del palco, invece, contrassegnata da quattro sedie ai quattro angoli, offre uno spazio alla riflessione dei personaggi, che in queste zone d’assito parlano al pubblico con assoli drammatici.
E il viaggio dei due protagonisti – il ricongiungimento dei cugini Sinner, Ada ed Harry, a Parigi; il loro amore impossibile e osteggiato dai rispettivi consorti, dal destino, dalla società; la loro finale separazione – è, a ben guardare, un viaggio dalla periferia verso il centro, ma con ritorno all’indietro. Si finisce là dove si comincia; ma più ricchi e, almeno, più consapevoli di sé.
Ada Sinner è una dramatis persona che rasenta la monomania: a riprova di ciò, è innamorata di suo cugino Harry dal giorno in cui bambina, nel 1914, a Kiev, lei povera ebrea della città bassa, in fuga da un pogrom, trovò riparo nella casa del ricco e coetaneo parente. In scena, Annalisa Renzulli in maniera intelligente e accorta rende giustizia a questa natura quasi infantile, obbligata dalle difficoltà a crescere senza maturare in maniera armonica e complessiva: il suo personaggio – ancorché a tratti eccessivamente romantico e manierato – viene però penalizzato da un evidente sigmatismo, che priva la performance di una qual certa e richiesta solidità.
Giacinto Palmarini è l’amato Harry, il personaggio forse più leggibile e scolastico: egli, sottoposto al controllo degli zii sul lavoro (amministra la banca di famiglia), marito di una moglie col cui pedigree non può competere, finalmente innamorato – non tanto di sua cugina Ada, quanto dell’idea di poter essere amato da qualcuno per quello che è – non riesce ad affrancarsi, con rivolti negativi sullo sviluppo della propria figura, dal proprio ruolo di mezzo scenico. D’altro canto, Palmarini riesce a fornire una prova grazie alla quale il senso di smarrimento e di perdita di cui è impregnato il suo Harry si mostra in tutte le sue potenzialità, benché in alcuni passaggi egli suoni più affettato che vibrante.

I cani e i lupi_Irene Nemirovsky

Foto Marco Sommella

Moglie di quest’ultimo sull’assito è Laurence, una Martina Carpi capace di conferire alla donna che interpreta sia, da una parte, il dovuto sentimentalismo melodrammatico atteso per una donna della buona borghesia francese degli anni ‘30 che, dall’altra, una malcelata autocoscienza della vacuità del proprio sistema di valori.
Meritevole di sinceri complimenti è la performance di Salvatore D’Onofrio, un Ben riuscito a tutto tondo, abile nel tenere fede alla propria natura di “ebreo trafficone”, che porta una ventata di aria nella messinscena, benché quel vento poi farà crollare gli altrui castelli di sabbia. La sua è la voce del sangue che non può essere dimenticato, dell’origine che non si cancella; sarà questa voce a gridare ad Harry la verità, ovvero che “tu che ci guardi dall’alto in basso, che ci disprezzi, che non vuoi avere niente in comune con la marmaglia giudea! Lascia passare un po’ di tempo! Presto ti confonderanno di nuovo con quell’ambiente! Tornerai a farne parte, tu che ne sei uscito, che hai creduto di liberartene!”
A salutare la notte e la platea è, insomma, una storia di ebrei; con i loro ritorti pensieri, con tutte il loro mondo interiore popolato da demoni e manie, sogni e fatica, e con quella incapacità di accettare se stessi che è “umana, troppo umana”; una storia di persone come noi.
Di cani e lupi che continuano a mordere, a mordersi, ad avere rimorsi.
Senza più rimpianti, però.

(Occorre inserire tra le note di colore più che tra quelle di demerito il fatto che, quando lo spettacolo si approssimava ormai alla fine, una delle sirene d’emergenza del Palazzo Reale ha dato fiato a tutta quanta l’elettricità che serbava in gola. Imbarazzo, incredulità, sorriso tra gli astanti. Dopo appena tre minuti, però, la piéce ha avuto la possibilità di finire come da copione).

Antonio Stornaiuolo

Napoli Teatro Festival
Info e contatti: www.napoliteatrofestival.it

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