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Debutto assoluto nella sezione Osservatorio del Napoli Teatro Festival per lo spettacolo di Mario Gelardi, racconto corale dell’immigrazione italiana in Svizzera negli anni Settanta.

Foto Salvatore Pastore

Foto Salvatore Pastore

È una fotografia capovolta dell’Italia quella che ci restituisce Ritals, nuovo debutto assoluto dell’edizione 2017 del NTFI, scritto e diretto da Mario Gelardi, in scena il 15 e 16 giugno nel Cortile delle Carrozze di Palazzo Reale.
Se infatti oggi è l’accoglienza di immigrati provenienti da paesi in guerra a segnare la storia recente del nostro Paese, non senza gravi fenomeni di razzismo ed esclusione che dividono l’opinione pubblica e quella politica, è invece il tema della emigrazione italiana verso la Svizzera all’inseguimento di un lavoro, ciò intorno al quale ruotano le storie personali degli undici personaggi in scena – interpretati da Vincenzo Antonucci (Marco), Ciro Burzo (Dario), Agostino Chiummariello (Luigi), Riccardo Ciccarelli (Toni), Michele Danubio (Carmine), Antonio Della Croce (Stefano), Annalisa Direttore (Teresa), Irene Grasso (Viola), Nicola Orefice (Nicola), Alessandro Palladino (Lucio), Fabio Rossi (Nello), molti dei quali allievi della Bottega teatrale del Nuovo Teatro Sanità -, mentre seduti sulle panche della sala d’attesa di seconda classe di una stazione ferroviaria attendono il loro turno per sostenere il colloquio per essere assunti come muratori dalla ditta Brunner di Zurigo.
Compendio dello spaccato sociale proprio del 1969 – anno in cui la vicenda teatrale è ambientata – Gelardi tesse una trama in cui si incrociano esistenze diverse, per età, estrazione, ambizioni e ideali, che forse mai si sarebbero trovate ad interagire tra loro se non fossero state tutti accomunate da una unica esigenza: trovare una occupazione, a costo di tutto. Del dover lasciare la propria affezionata madre, la moglie in attesa di un figlio, o ancora una condizione apparentemente agiata per il proprio figlio ribelle trascinato con forza in quel luogo dal senso di responsabilità propria di un padre preoccupato per il suo futuro.
E così, chiusi in quello che è il luogo per antonomasia dell’attesa, ecco i personaggi fare capolino gradatamente e poi, a turno, abitare il palco con i loro vissuti, le loro paure, le proprie certezze, mentre una radio li tiene collegati al mondo esterno, a quello che di unico sta accadendo a migliaia di distanza da loro e che per la prima volta porterà l’uomo sulla Luna.
Ma sarà davvero la Svizzera il luogo ideale che fugherà ogni loro precarietà? La velocità con cui ciascuno di loro ha risposto all’annuncio e, con la propria valigia, pronti a partire, si sono recati all’appuntamento sembra non faccia esistere in loro nessun dubbio, eppure costretta a smorzarsi nel tempo che qualcuno li venga a chiamare e a decidere del loro destino, sarà l’aspettativa.

Ritals_Mario Gelardi

Foto Salvatore Pastore

Ad evidenziarlo, il graduale passaggio dall’entusiasmo alla delusione, così come ben reso dalla scrittura che come una matita disegna umori e stati d’animo in divenire, tratteggiando le personalità di ogni attore/personaggio e conferendo loro piccoli ma significativi accenti identificativi a sottendere una attenzione al delineamento di ogni figura, al di là anche di ciò che poi effettivamente si vedrà nell’ora e venti di spettacolo; prima di arrivare allo svelamento definitivo, alla realtà oltre la facciata, così come raccontata con cruda veridicità dal monologo dell’austero e senza-speranza Danubio.
Frutto dello studio dei documentari realizzati da Alvaro Bizzarri per TV7 – a cui va l’omaggio del’incipit della messinscena -, attinge, dunque, alla cronaca il lavoro di drammatizzazione realizzato dall’autore napoletano che nello stile proprio che lo contraddistingue, frammenta però di fantasia i veri fatti, con l’immancabile ricorso alla musica e alle canzoni (in questo caso di Tenco, Pavone, Gagliardi, Don Backy) per, al contempo, non sfuggire alla realtà – e a ciò che è conoscibile  e riconoscibile – ma anche allontanarsi da essa, creando una sorta di bolla che isola ma insieme accentua. Denuncia ed insegna. Riporta alla mente e fa riflettere. Inducendo lo spettatore a parallelismi che – senza il pretesto scenico – sarebbero stati forse rimandati, trascurati, non colti.
È qui invece che si riscopre il ruolo politicamente sociale della parola drammatizzata e recitata, della forza espressiva che possono contenere la piccole (per essenzialità di allestimento a cura di Armando Alovisi per le scene; Alessandra Gaudioso per i costumi e Paco Summonte e Alessandro Messina per le luci) messinscene, voce di un tempo non lontano che parla di più di ottantamila italiani che ogni anno emigravano; di termini dispregiativi affibbiati a questi uomini (proprio come l’offensivo “ritals” derivato dall’argot popolare francese); di smembramenti forzati di interi nuclei familiari; di umiliazione subita e sopportata pur di vivere.
Come accade esattamente adesso, a circa 40 anni di distanza, all’inverso però; e rispetto al quale avvenimento dovremmo avere il coraggio e l’onestà di girare la lente con cui osserviamo il mondo e ricordare quello che siamo stati e che non dovremmo consentire fosse possibile per chi ora è nelle medesimi condizioni.

Ileana Bonadies

Napoli Teatro Festival
Info e contatti: www.napoliteatrofestival.it

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