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Con sconvolgente verità e toccante bellezza il tema della violenza di genere fa tappa al Napoli Teatro Festival Italia per la regia di Gabriela Eleonori, e la penna di Betta Cianchini, partendo da tre donne e le rispettive vite, e da un punto di vista inedito: quello degli uomini violenti.

Ferocia

Foto Marco Sommella

Parlare di violenza sulle donne è difficile, estremamente difficile.
Chiunque si arrischi coscientemente su questo piano inclinato sa bene che dovrà trasformarsi in equilibrista, divincolandosi tra orecchie molteplici e molteplicemente ricettive: le stupide bontà inconcludenti, le incomprensioni di chi è ormai narcotizzato da disumanità e trash televisivo, le solidarietà codine – che fanno presto a trasformarsi in accuse e giustificazioni taglienti -, la sciatta fretta di chi non ha tempo per fermarsi ad ascoltare il pianto di un proprio umano fratello, il barbaro e cinico compiacimento per la violenza fine a se stessa sono solo alcuni degli atteggiamenti sprezzanti cui può andare incontro la voce del nostro intrepido narratore.
Certo, anche ascoltarne è diventato difficile, in un’epoca di telegiornali i cui titoli sul tema si schierano tra il vacuo pietismo che distrugge tutto quello che tocca e la fredda noia clinica del referto medico: nel momento in cui il nostro narratore non sia davvero equanime ed intrepido, ovvero quando egli appaia più interessato alla partigianeria di genere che all’affermazione di principi non-violenti, più tronfio nel proferire banalità estratte dai discorsi precostituiti o nel profondere in abbondanza sciocche moralizzazioni fuori luogo, ecco che le nostre orecchie si fanno diffidenti, dubbiose e ben attente a sogghignare per le eresie che ci attendiamo gli altri possano dire.
È questa la condizione di partenza.

Ferocia

Foto Marco Sommella

Poi, però – a voler proprio guardare la vita con occhi verdi -, può capitare che, una sera qualsiasi – quella del 25 giugno – in una Napoli portentosamente bella, ci si addentri a tal punto nel Palazzo Reale da poter far diventare facile quello che sembrava difficile: preziosa è l’intercessione del Napoli Teatro Festival Italia, che riesce a trovare un luogo in cui le parole di narratrici intrepide e veraci siano accolte da spettatori (uomini e donne di ogni età) dotati di buone orecchie e di vista attenta. Parlare di violenza sulle donne, allora, non solo si può ma insomma si deve, per quanto possa fare male a chi vuol nascondere il marcio sotto i tappeti di case ben poco domestiche.
Ferocia (Fateci smettere questo spettacolo), perla venuta fuori dalla penna di Betta Cianchini, fa esattamente questo: giustappone in scena tre donne diverse – i cui personaggi appaiono magistralmente delineati e caratterizzati – accomunate dalla violenza subita e dalla comune appartenenza al genere umano. Sull’assito è emozionante e convincente la performance della stessa Cianchini, accompagnata da Lucia Bendia ed Elisabetta De Vito, dramatis personae di immediata icasticità per le quali non si può far a meno di provare un’immediata e sostanziale familiarità.

Ferocia

Foto Marco Sommella

La regia di Gabriela Eleonori completa un progetto che è tutto “rosa” solamente nello studio e nella progettazione, ma il cui portato ha dimensione universale.
Ferocia è uno spettacolo meraviglioso: pieno di vita e di verità, pieno zeppo di quell’umanità vibrante che schianta al suolo la quarta parete; il dolore sulla scena diviene il dolore di tutti, il dubbio e l’incertezza delle protagoniste si fanno vive nella platea. Le nostre “narratrici” in scena, testimoni della violenza subita, mostrano – ciascuna a suo modo –  la sorpresa e l’incapacità nel comprendere l’eziologia degli abusi perpetrati da parte degli uomini amati, l’imbarazzo di chi si sente colpevole per qualcosa che non sa motivare razionalmente, la difficoltà nel chiedere aiuto a voce piena.
Nessuno si salva da solo ed è chiaro quanto anche il caso o la buona sorte (ad esempio, la presenza di un amico/a o le semplici domande di un conoscente) possano far pendere la bilancia del destino da una parte o dall’altra. Ma quello che è più importante, alla fine, quando un fitto e lungo applauso chiude la scena, è proprio quel senso di comunità che si è creato, quell’idea di famiglia da proteggere e custodire. Non c’è più un palco, non c’è più platea: quella famiglia è l’intera sala, l’intera piazza, l’umanità tutta, in seno alla quale non ha più senso alcuna violenza, in cui non è neppure concepibile che l’amore possa dare schiaffi o calci; amore è una parola che è già un fatto.

Antonio Stornaiuolo

Napoli Teatro Festival
Info e contatti: www.napoliteatrofestival.it

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