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Il 30 giugno, alle 22.00, in Piazza del Gesù spazio a “Mozzarella_N_I_G_G_A_Urban Musical”, il concerto-spettacolo del gruppo Capone&BungtBangt per la regia di Raffaele Di Florio, tappa conclusiva del laboratorio curato dallo stesso frontman, nell’ambito del NTFI.

La copertina del disco

La copertina del disco

“Mozzarella nigger è una parola che veniva utilizzata per descrivere gli emigranti italiani che negli anni ’50 sbarcarono negli Stati Uniti. Il tempo passa, la memoria sbiadisce e la storia si ripete …” Questo è quanto scritto sulla copertina del libretto con i testi delle canzoni dell’ultimo album di Capone&BungtBangt, che neanche a dirlo s’intitola Mozzarella Nigga. Con questo nome-manifesto e da questo concetto ha preso vita il laboratorio che Maurizio Capone, frontman del gruppo, ha curato per l’edizione 2017 del Napoli Teatro Festival Italia e che il 30 giugno si trasformerà nello spettacolo Mozzarella_N_I_G_G_A_Urban Musical per la regia di Raffaele Di Florio. L’appuntamento è alle 22.00, in Piazza del Gesù, dove saranno proposti i brani dell’ultimo cd che vanta, tra le tante, collaborazioni con i Solis String Quartet, Daniele Sepe, Don Moye dell’Art Ensemble of Chicago, Dario Sansone dei Foja e James Senese; ma non solo, verranno ripercorsi i successi del gruppo nato nel 1999, con la formazione che vede al basso da ponte Mr Paradais (Alessandro Paradiso), alla buatteria Maestro Zannella (Salvatore Zannella), alle percussaglie, tubolophon e junk bit Horùs (Vincenzo Falco) e nel ruolo di cantante, compositore e polistrumentista lo stesso Capone, per un evento dove protagonisti indiscussi saranno gli strumenti musicali. Strumenti costruiti con materiale di riciclo, da qui gli inusuali nomi che ne evidenziano l’origine e la funzione sonora che svolgono, ponendo la band come antesignana della eco music mondiale. Vicino a Legambiente e a Greenpeace, ma anche al mondo accademico che lo richiede per seminari e workshop, con una sensibilità spiccata verso il mondo del sociale, portando la sua idea di musica e di far musica nelle scuole dei quartieri più disagiati e nelle carceri, Maurizio Capone ci ha raccontato il percorso del laboratorio, dalla sua nascita alla scelta dei partecipanti (poco meno di quindici), che ha fortemente voluto sul palco di Piazza del Gesù, e i suoi progetti futuri.

Capone&BungtBangt_Mozzarella Nigga Lab

Un momento del laboratorio. Foto Bruna Ricci

Ci racconta come è nato Mozzarella_N_I_G_G_A_Lab? E come è avvenuta la scelta dei partecipanti?
Il laboratorio è nato grazie alla proposta del Napoli Teatro Festival Italia. Quest’anno il nuovo direttore artistico, Ruggero Cappuccio, ha dato un’impronta fortemente rivolta alla trasmissione dei saperi. È chiara la volontà di un rimando alle nuove generazioni, per trasmettere loro competenze e conoscenze che gli artisti napoletani, e non napoletani, hanno. Quindi, quando mi è stato chiesto di tenere un laboratorio, io ne sono stato sinceramente felice e ho risposto con una controproposta: creare uno spettacolo che coinvolgesse anche una parte dei ragazzi del laboratorio, perché mi sembra che una cosa fondamentale del lavoro artistico sia quella di esprimerlo. Credo sia abbastanza riduttivo fare un laboratorio, imparare anche a suonare, ma poi non esser capaci di trasmettere al pubblico l’emozione della musica. Solo in questo modo si vede la dimostrazione del potenziale artistico delle persone, che nello specifico, non sono necessariamente dei professionisti, anzi. Il motivo su cui si è basata la scelta dei partecipanti al laboratorio è stato forse più il desiderio che intravedevo nei loro occhi, che le qualità tecniche. Ovviamente queste ultime sono importanti e una buona predisposizione al ritmo è fondamentale, però ho voluto allargare la visione, non riducendo tutto alle competenze tecniche, ma spostando il punto di vista ho colto l’occasione di mettere in luce altre artisticità che possono avere un ruolo definito e preciso all’interno dello spettacolo che si terrà il 30 giugno a Piazza del Gesù. Poi è normale che in fase di costruzione io, insieme a BungtBangt e al regista Raffaele Di Florio, valutiamo e scegliamo l’aspetto di ogni ragazzo che c’interessa. Selezionando anche dei non percussionisti, però, ho voluto mettere in pratica un mio pensiero e cioè quello di tirare fuori dalle persone ciò che non ci si aspetta. È una filosofia che completa sul piano umano quello che faccio con gli strumenti, partendo dagli oggetti. E poi è l’opportunità, anche per me, di sperimentare cose nuove, difficili e a volte rischiose. Ad esempio, come è accaduto per il concerto del primo maggio, quando conoscevo i ragazzi del laboratorio letteralmente da un giorno e li ho invitati a salire sul palco per suonare con noi, davanti a ventimila persone. Le persone ci hanno amato e apprezzato, perché attraverso la musica è passata la nostra energia. È stato l’inizio del nostro rapporto di fiducia, elemento necessario per iniziare una relazione con gli altri. Senza un rapporto di fiducia non m’interessano le relazioni, le maschere, intese come facciate e come espressioni false, cerco di scrollarmele da dosso, perché servono a poco, possono crearti dei benefici sul momento, ma alla lunga non ripagano.
La peculiarità di Capone&BungtBangt è suonare con strumenti costruiti dai rifiuti solidi urbani. Che significato ha questa ricerca?
Mi capita sempre più spesso di entrare in contesti in cui apparentemente la musica non ha niente a che fare, però dove essa diventa funzionale a delle idee e a dei progetti, proprio perché il concetto di strumento riciclato è una metafora molto forte. Quando vedo suonare un barattolo e il suo suono è talmente interessante che compete con un paio di congas da tremila euro, o ancora quando la mia scopa elettrica viene scelta ed inserita nei dischi di colleghi per la sua frequenza talmente originale -e non dico questo per creare una contrapposizione tra gli strumenti, perché amo tutti gli strumenti, ma ci tengo a sottolineare come queste invenzioni siano delle idee sonore valide-, mi viene da dire che una cosa che nasce nella spazzatura, non è detto che sia spazzatura. Partendo da questo concetto viene fuori una metafora sociale, precisa, a volte anche spietata. Ed è un’idea che diventa potente per tutte le fasce della società, perché chi vive nelle zone a rischio si sente una spazzatura, però sa di non esserlo e si rivede in un progetto del genere. Mentre chi si trova in una condizione più agiata, ad esempio un professore universitario, o gli esponenti di Legambiente trovano in questo progetto musicale un elemento di comunicazione che è molto più diretto della parola e che si fa portavoce dell’idea dell’uguaglianza.

Capone&BungtBangt_Mozzarella Nigga

Maurizio Capone. Foto Bruna Ricci

Se si può suonare un barattolo, una scopa o un tubo, se quindi si può suonare tutto e con tutto, cos’è la musica?
È l’ultima parola che hai detto, la musica è tutto. La musica è la dimostrazione del mistero, di qualcosa d’incomprensibile. Banalmente si può fare tanta teoria dicendo che la musica è una serie di onde sonore che hanno una relazione tra di loro, ma perché tre note messe insieme ti suscitano allegria o dispiacere? Perciò dico che la musica è tutto, perché racchiude un concetto globale, universale, quello di avere in sé una forza che non si può spiegare. E poi tra l’altro la musica è invisibile, un elemento che mi aiuta ancora di più a spiegare questa idea: la musica non si può toccare, è lei che tocca te. In questo periodo di materialismo estremo, la musica è l’elemento che mantiene gli esseri collegati all’universo. È  un po’ come con la natura. Avere un contatto con gli animali o con i bambini, che secondo me sono i maestri della relazione con l’universo perché quanto più sono piccoli tanto più sono collegati col luogo da cui provengono, aiuta a restare in sintonia con una dimensione spirituale. E conoscere questo, per i musicisti, è un grande elemento di forza, ma anche, in un certo senso, di potere. Col suono tu puoi guidare amorevolmente, assecondando la sua volontà, una persona ad avere certi comportamenti. È da questa idea che io utilizzo la musica anche sul piano educativo, tenendo sempre presente che è lei la mia unità di misura, in tutto, la mia guida di vita. Allora, per esempio, quando tengo dei laboratori nelle zone a rischio, con i ragazzi del quartiere io non m’impongo come capo, ma mi presento a loro come guida, se loro mi riconoscono e mi accettano come tale. E questa relazione mi permette di comunicare con loro, col loro modo di pensare e permette a loro di esprimersi, attraverso gli oggetti-strumenti, creando un rapporto di fiducia.
Quali sono i progetti a cui stai lavorando e quali quelli futuri?
Il progetto principale è quello di lavorare al disco nuovo, a partire da settembre.
In contemporanea vorrei continuare a portare avanti lo spettacolo Mozzarella_N_I_G_G_A_Urban Musical, nato per il NTFI e l’orchestra di musicisti che si è creata, cercando di fare dei concerti, anche se non è facile trovare degli investitori per un lavoro così grande, a causa dei costi elevati. Ma sento che è un progetto molto particolare e che ha ancora tanta vita davanti.
Intanto sto tenendo un laboratorio presso il carcere di Poggioreale che si chiama Made in Jail. Sto collaborando con i detenuti affinché costruiscano degli strumenti con i materiali di scarto del carcere stesso, per giungere all’autoproduzione degli strumenti da immettere in un circuito commerciale. Mi è piaciuto molto il concetto di creare degli strumenti con la roba degli stessi detenuti, perché i loro scarti sono molto particolari. Tanto per cominciare non posseggono oggetti di vetro e raramente di metallo, per cui risulta anche difficile sintetizzare i materiali e selezionarli per farne potenziali strumenti. Ad esempio abbiamo costruito una maracas gigante con i semi dei rosari e i contenitori delle spezie. C’è da aggiungere che, tra l’altro, a questo progetto si è collegato il ristorante napoletano ‘Zzambù, che ha inserito nel suo menù un piatto ispirandosi a Capone&BungtBangt, con i proventi del quale finanzierà il laboratorio nel carcere. Oltre che ad esprimere un lavoro progettuale, il laboratorio serve a far in modo che i ragazzi costruiscano gli strumenti e li vendano, guadagnandoci. Accanto ad ogni strumento, aggiunto alla confezione, ci sarà una breve descrizione che riguarda la costruzione e il motivo che ha spinto i detenuti ad intraprendere questa attività.
Da ultimo, a breve, sarò in veste di insegnante, sia all’università di sociologia, in una serie di seminari sull’autogestione dei musicisti e su come oggi, un musicista debba gestire la propria attività, la propria immagine, cercando un mezzo di comunicazione e conoscendo l’aspetto del management, insieme a Lucariello e a Giovanni Block, sia come preparatore di giovani psicologi, interessati all’arte che cura, all’arte come terapia, su iniziativa di Massimo Doriani, uno psicologo, esperto di teatroterapia che mi ha coinvolto nel suo progetto.
Questo è solo per dire come con la musica riesco ad entrare in tanti e diversi ambiti, dei quali magari non avrei mai pensato di far parte. E ogni volta è una sorpresa per me, un’esperienza interessante che dà un contributo nuovo e personale alla mia vita.

Antonella D’Arco

Napoli Teatro Festival
Info e contatti: www.napoliteatrofestival.it

 

 

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