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La regista di Lost in Traslation e Marie Antoniette torna sul grande schermo con L’inganno, un intrigante thriller psicologico al femminile, premio alla regia al Festival di Cannes 2017, ma con qualche limite evidente.

L'inganno, di Sofia Coppola

Una scena

A quattro anni da quell’ultimo discusso Bling Ring, che sicuramente non resterà un titolo di spicco nella memoria della produzione cinematografica di casa Coppola, seppur della più piccola della famiglia, digiuno intervallato dal film per la tv A very Murray Christmas (una commedia musicale distribuita da Netflix nel 2015, ndr), Sofia Coppola torna a dirigere un film, L’inganno, cimentandosi nell’ambiziosa sfida di realizzare di nuovo un lungometraggio in costume, esame già stato superato una volta con Marie Antoniette.
Nel 1864, sul finire della Guerra di Secessione, nello stato di Virginia vi è un collegio femminile tenuto da Miss Martha (Nicole Kidman), dove alcune giovani donne vivono protette dal mondo esterno. La situazione cambia radicalmente quando nella piccola comunità viene accolto John (Colin Farrell), un soldato nordista trovato ferito. La scelta di dare rifugio all’uomo causa la nascita di una tensione sessuale che infrange i limiti di un tabù creato nella comunità, dando vita a pericolose rivalità ed eventi inaspettati.
Remake di La notte brava del soldato Jonathan di Don Siegel (con Clint Eastwood, 1971), e adattamento del romanzo The Beguiled di Thomas Cullinan, L’inganno è un film che permette a Sofia Coppola, premiata per la regia al Festival di Cannes, di tornare a quelle atmosfere che avevano caratterizzato quei suoi Il giardino delle vergini suicide (1999) e Marie Antoniette (2006). La regista riesce stavolta ad avere un controllo maturo ed equilibrato sia sulla drammaturgia che sulla fotografia meravigliosa di Philippe Le Sourd (già noto per The Grandmaster di Wong Kar-wai), con cui la regia riesce a entrare in piena simbiosi in uno sfoggio di eleganza, grazie all’uso frequente di luce naturale e di candele da cui ottiene quell’effetto di chiaroscuri unico nel suo genere (naturale pensare a Barry Lindon di Stanley Kubrick), che evidenziano delle scelte cromatiche precise, catturando le frequenze nebulose della Virginia dell’800, che avvolgono la casa dove si celano i desideri più reconditi dell’animo delle donne che la abitano.

L'inganno, di Sofia Coppola

Una scena

La regia crea dei meccanismi perfetti in quello che potremmo definire un “pink-thriller” dai freddi toni ironici e delle battute fulminanti (già cult quel “portami il libro di anatomia!”), che si avvale delle prove straordinarie di un cast quasi tutto al femminile, dove fa eccezione la presenza dell’eclettico Colin Farell, che riesce a brillare lì dove Clint Eastwood nel film di Siegel aveva dei limiti, e dove spiccano una straordinaria Nicole Kidman, fredda come i suoi occhi e appartatamente rigida ma personaggio-chiave in cui si cela tutto il desiderio espresso attraverso sguardi cercati e contatti sfiorati; una ‘melanconica’ Kirsten Dunst nei panni della timida e romantica Edwina, i cui sguardi dicono più di mille parole; e la formidabile Elle Fanning che interpreta la sensuale Alicia, tanto dolce d’aspetto quanto maligna d’animo (che tanto ricorda quella Jesse da lei interpretata in The Neon Demon di Nicolas Winding Refn). Tutte interpreti di un gioco di seduzione, tutte donne di un’età diversa ma accomunate da un sentimento, un tabù, severamente rispettato, in cui l’arrivo di John rappresenta il caos, la mina che fa saltare tutto, e ne rivela le voglie nascoste, i sentimenti più contrastanti, e una dottrina fasulla.
Il film, che punta molto sul visivo, scegliendo di evitare l’uso di ingombranti colonne sonore, segue rispettosamente una trama inizialmente lineare, dai toni intimisti, sempre più intrigante, dove lo spettatore sa – e la causa è nel titolo dell’opera – che dovrà avvenire qualcosa d’inaspettato, che effettivamente arriva e il film si trasforma in quello che potremmo ironicamente definire come una sorta di thriller ambientato in un “giardino delle vergini omicide”. Ed è nella trasformazione il pregio e forse l’incertezza più grande in cui risiedono le qualità e i limiti di questo film: cambia il genere, cambiano i toni, e si crea una frattura molto grande tra tutto quello che ci ha reso affezionati partecipi della fabula e il colpo di scena. Segue molto il lavoro di Don Siegel, cambia, talvolta a buon ragione e forse per la necessità di differenziarsi, 3-4 cause fondamentali, ma produce gli stessi effetti. Si proietta più sulla dinamica interna delle relazioni umane, che su una descrizione storica, e lascia la guerra un fattore esterno e quasi complementare.

L'inganno, di Sofia Coppola

Una scena

Tuttavia il limite sta nel fatto che il film accenna a delle relazioni precise, e resta poi vago nell’esplorazione delle stesse, e dei personaggi. A pagarne le conseguenze sono i passaggi da uno stato d’animo all’altro.
In più, L’inganno costruisce tutto il suo senso su quell’hitchcockiano McGuffin, rendendo la messa in scena sempre più avvincente e poi crolla, in un finale che non è la fine, una chiusura che quasi non c’è, o meglio c’è, ma da tre quarti di storia. Un problema che era già saltato agli occhi ne La notte brava del soldato Jonathan, dove però Don Siegel arrivava allo snodo e alla fine in un lampo, con molto meno pathos rispetto a quello che la Coppola riesce a costruire; Siegel aggiungeva una sequenza di un minuto apparentemente inutile ma che dava ampio respiro alla conclusione, da cui la Coppola si allontana, per non essere etichettata come mera riproduttrice di qualcosa già visto, e finisce in modo netto, ruvido.
Se la debolezza del finale non è da imputare solo alla regia, è chiaro che questa ha una responsabilità pesante nel creare un gioco incredibile in cui viene a mancare il pezzo forte, la vera ciliegina di una torta che è veramente molto buona. La sensazione è che, raggiunto il suo picco, il pathos si fermi a tre quarti, non sostenendo l’intreccio creato, crogiolandosi forse in quelle sfumature della femminilità tanto esplorate dalla Coppola. La regia crea benissimo e poi non osa, non va oltre, forgia un codice nuovo per una storia già raccontata, a cui dà un contributo personale soprattutto nella forma. Una prova autoriale lodevole, un esercizio di stile formidabile. E forse una sfida coraggiosa sta in quello che è il vero inganno del film, ossia il meccanismo interno di ingannare l’inganno, e quelle fuorvianti sensazioni dove si rimane straniti anche da un finale che non stupisce, un meccanismo forse geniale, ma  – chi chiediamo – chissà quanto consapevole.

Luca Taiuti

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