Manlio Boutique

In uscita in Italia il prossimo 19 ottobre, la trasposizione agli anni Ottanta del romanzo di Stephen King per la regia di Andy Muschietti non fa (troppa) paura, ma fa riflettere sulla paura: in questo sta la chiave della sua riuscita. 

Il clown Pennywise

Il clown Pennywise

Chiunque si sia trovato impantanato nel periodo tra l’infanzia e la prima adolescenza nel 1990, ricorderà con terrore la miniserie It, tratta dal romanzo di Stephen King e con protagonista un irriconoscibile Tim Curry nei temutissimi panni del clown Pennywise.
Con terrore, certo, ma stranamente anche con un senso di nostalgia. Perché se romanzo e miniserie, adesso seguiti dalla pellicola diretta dall’argentino Andy Muschietti, sono diventati una colonna portante del genere horror, allo stesso tempo, hanno saputo cogliere le paure del rito di passaggio verso il mondo adulto.
Se questa agrodolce malinconia la si ritrova intatta, se non potenziata, nel film di Muschietti, non si può certo dire lo stesso della paura angosciante. Per farla breve, dopo It si dorme e pure piuttosto bene. Chi cerca il brivido al cinema, dunque, non lo troverà. Chi, invece, ricerca quell’impareggiabile sensazione di adolescenza perduta, lontana, forse mai vissuta, che si inserisce perfettamente nel revival anni ’80 a cui stiamo assistendo, da Stranger Things a San Junipero di Black Mirror e che rimanda a Stand by Me, non resterà deluso dal Losers Club, il club dei perdenti protagonisti, e dagli innumerevoli rimandi a quel periodo.
Siamo sempre a Derry, cittadina del Vermont, stavolta nel 1988. Il piccolo Georgie Denbrough viene trascinato nelle fognature da una creatura mostruosa con le fattezze di un pagliaccio nel tentativo di recuperare la barchetta costruita insieme al fratello maggiore Bill (Jaeden Lieberher). Quest’ultimo, arrivata l’estate, continua a non darsi pace per la scomparsa del fratellino, destreggiandosi tra l’inevitabile dolore dei genitori e le giornate passate coi suoi amici: il buffone Richie Tozier (il Mike di Stranger Things Finn Wolfhard, l’ipocondriaco Eddie Kaspbrak (Jack Dylan Grazer) e il timido Stan Uris (Wyatt Oleff). Al gruppo si aggiungono il nuovo arrivato a scuola Ben Hanscom (Jeremy Ray Taylor), l’outsider Mike Hanlon (Chosen Jacobs) e Beverly Marsh (Sophia Lillis), una ragazzina vittima di bullismo e bollata come sgualdrina. Presto i sette ragazzi capiranno di essere terrorizzati dalla stessa entità e decideranno di combatterla insieme, senza dimenticare che gli esseri umani possono diventare pericolosi al pari di un pagliaccio dalle fauci assassine.

It - Andy Muschietti

Una scena del film

Senza voler scomodare Sartre e la sua citazione “L’enfer, c’est les autres” (L’inferno sono gli altri), It ha ben chiaro che il vero inferno non si nasconde in un tombino, ma fuori e dentro noi stessi, in un trend che viene ripreso da altre opere del genere: esempio recente The Walking Dead, in cui gli zombie non fanno paura la metà degli altri esseri umani pronti letteralmente a tutto per sopravvivere. Ciò appare chiaro in diversi segmenti, in particolare quando Ben, dopo essere sfuggito a Pennywise in biblioteca, viene ferito dai bulli della scuola.
Muschietti ha preso le redini del progetto dopo che il primo regista designato Cary Fukunaga, già dietro la macchina da presa di True Detective, aveva abbandonato per differenze creative. Fukunaga, che firma comunque la sceneggiatura del film su Pennywise insieme a Chase Palmer e al Gary Dauberman di Annabelle, aveva forse immaginato un film e un pagliaccio diversi.
Col regista di Buenos Aires, i vestiti a sbuffo di ispirazione rinascimentale sono indossati da Bill Skarsgård, il più giovane membro dell’omonima dinastia di attori svedesi, figlio di Stellan. La paura intorno alla sua figura procede in gran parte dai jump scare, i repentini cambi di inquadrature capaci di far sobbalzare gli spettatori più suggestionabili, categoria di cui chi scrive fa orgogliosamente parte.
Eppure, It si affida in maniera eccessiva a questa tecnica, che quasi perde di efficacia dopo la prima metà del film. Più ci viene mostrato Pennywise, più in un certo senso ci si abitua a lui e, al pari dell’incantesimo Riddikulus di Harry Potter, il pagliaccio, sebbene temibile, comincia ad assumere un aspetto ridicolo.
Alcune scene volute da Fukunaga, scene che probabilmente avrebbero aumentato la posta in gioco per rendere It un film veramente pauroso, sono state tagliate per motivi di budget. Altro taglio, stavolta pienamente azzeccato, è quello della scena dell’orgia presente nel romanzo, ma non nella miniserie del 1990 e che inizialmente era prevista nella prima stesura di Fukunaga. Dopo aver affrontato Pennywise e ormai persi nelle fognature, Beverly propone ai suoi amici di fare sesso per sigillare in modo indelebile l’ingresso nel mondo degli adulti. Una scena simbolica e potente se letta sulla pagina, ma che perde totalmente di senso se mostrata sul grande schermo. Pare piuttosto inverosimile che una ragazzina di 13 anni proponga di fare sesso ai suoi sei migliori amici, per di più in un luogo quantomeno a rischio di infezioni. E ancora più improbabile che l’ipocondriaco Eddie accetti. Inoltre il suddetto taglio sembra ancora più significativo considerata l’attenzione che viene prestata oggi al rapporto dei minori con la sessualità nelle fiction.

Andy Muschietti

Il regista Andy Muschietti

La tematica sessuale resta comunque presente nel caso di Beverly: la giovane, considerata una sgualdrina a scuola per aver avuto già un ragazzo, è vittima di abusi sessuali, come si vedrà in una delle scene più orribili di tutto il film, quella sì, decisamente terrificante. Un aspetto che ha reso più profondo il suo personaggio e che manda un messaggio importante, di pari passo con la “battaglia” di Muschietti che ha fortemente voluto Sophia Lillis nel ruolo della protagonista, nonostante i produttori l’avessero definita “troppo poco femminile”. Che Hollywood sia sessista non è una novità, ma immaginate sentirsi dire una frase così a 15 anni?
Grazie a questi cambiamenti, il film è stato capace di adattarsi all’importante ruolo di narrativa di passaggio, una soglia che si sposta sempre un po’ più in là con il passare delle decadi e che ridefinisce di volta in volta cosa significhi essere bambini e cosa adulti e cosa ci sia in quel limbo di mezzo tra le due età.
Se accettiamo l’assunto per cui It non si guarda per avere paura, ma, al contrario, si guarda per poterla superare, allora Muschietti e il suo giovane cast, formato da ragazzini più talentuosi di alcuni degli adulti in giro, hanno fatto un buon lavoro, nell’attesa di un secondo, già annunciato, capitolo.

Stefania Sarrubba

Print Friendly

Manlio Boutique