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Il regista di Arrival e Sicario firma il sequel del celebre film di Ridley Scott, realizzando un’opera dallo stravolgente impatto visivo che guarda con rispetto al passato.

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Ryan Gosling

Quando quasi sei anni fa rimbalzarono le prime notizie su un “Blade Runner 2”, venne naturale sobbalzare dalla sedia. All’epoca s’ipotizzo che la regia potesse essere nuovamente di Ridley Scott. Quando poco meno di tre anni fa arrivò l’ufficialità dell’affidamento della direzione a Denis Villeneuve, le reazioni furono essenzialmente due, tra un grido allo scetticismo e chi invece intravedeva in lui il timoniere adatto per solcare uno dei mari più ostici: la realizzazione del sequel di un grande titolo. Difficile prevedere poi che in soli quattro anni la produzione dell’ormai cinquantenne regista canadese avrebbe portato a casa titoli straordinari quali Prisoners (2013), Enemy (2013), Sicario (2016) e Arrival (2016), opere in cui il suo immenso talento è riuscito a raggiungere una completa presa di coscienza. Ed è nel pieno di questo percorso che arriva Blade Runner 2049, uno dei film più attesi della nuova stagione.
Los Angeles, 2049. Dopo un black out che nel 2020 ha portato ad alcune rivolte violente, ora regna un ordine apparente. L’Agente K (Ryan Gosling), uno dei Blade Runner in attività, ha il compito di ritirare i vecchi modelli di replicanti clandestini della società Tyrell, che è stata acquisita dal misterioso Neander Wallace (Jared Leto), che ha sviluppato una nuova serie di replicanti completamente ubbidienti all’uomo. Mentre è sulle tracce di un vecchio modello Nexus, l’Agente K fa una strana scoperta, portando alla luce un segreto che potrebbe rivelarsi un evento catastrofico. Decide di andare fino in fondo alla questione, seguendo ordini superiori, ma nel corso delle sue indagini inizia a nutrire dei dubbi sul suo operato, e una serie di eventi lo porteranno a incrociare sulla sua strada quel Rick Deckart (Harrison Ford), svanito nel nulla trent’anni prima.
«Per favore, non spoilerate il mio film»: questo il cartello con cui, anche in Italia, Denis Villeneuve ha deciso di introdurre le proiezioni per la stampa, appello a non svelare nulla che è stato per molti esagerato sintomo di debolezza. Pur nell’estrema difficoltà della richiesta, proveremo a fare lo sforzo di non svelare ulteriori dettagli della trama. Un’impresa perché una delle scoperte più celeri ed entusiasmanti di Blade Runner 2049 è proprio legata alla sua storia che, contro ogni aspettativa creata dai vari trailers e dai tre cortometraggi prequel (apparentemente di servizio, invece molto importanti per comprendere quello che accade nell’arco di tempo che intercorre tra i due capitoli, facilmente visionabili sul web anche sulle pagine social ufficali del film), è estremamente legata al Blade Runner di Ridley Scott (1982), specie a quel suo misterioso finale.

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Ryan Gosling e Ana de Armas

Tra sequenze d’azione magistrali e scenari mozzafiato, già dall’inizio è evidente una struttura drammaturgica che richiama moltissimo alla mente l’opera precedente, specie a chi ricorda bene i punti focali e riesce a fare un rapido, ingiusto, ma inevitabile confronto. Somiglianze tra personaggi e ruoli, frammenti, impostazione delle scene, dettagli, sogni e ricordi ricorrenti, vecchie domande che diventano nuovi interrogativi: il film lancia continuamente pillole di reminiscenza che in un modo o nell’altro si rifanno al primo capitolo, mai per puro citazionismo, ma con sincera venerazione, in modo estremamente coerente con quanto costruisce. Una sovrapposizione tra l’ambizione di forgiare qualcosa di nuovo e la necessità di non stravolgere mai il senso di quanto fu pensato da Ridley Scott & Company si traduce perfino in immagini, in una delle scene più belle e romantiche di questo Blade Runner 2049 (di cui, per non spoilerare, non diremo altro). Resta molto fedele a quel mondo, con una cifra stilistica personale e una forma del tutto nuova, nel bene e nel male. La magnificenza dell’impatto visivo, tra i colori, le luci e le ombre della splendida fotografia di Roger Deakins è a dir poco strabiliante. Villeneuve va oltre quella pazzesca collisione di percezioni che era riuscito a convogliare in Sicario (con la stessa fotografia di Deakins), e si concede il lusso di sperimentare atmosfere sempre più rarefatte, tra nebbie fitte, fredde e giallastre, e ritmi dilatati dove il tempo diventa materia vile e superflua. Si lascia continuamente influenzare da titoli come Metropolis (di Fritz Lang, 1927), Matrix (delle sorelle Wachowski, 1999), A.i. – Intelligenza artificiale (di Steven Spielberg, 2001), Lei – Her (di Spike Jonze, 2013), Mad Max: Fury Road (di George Miller, 2015), Black Mirror (la celebre serie britannica) e anche dal “nostro” Boccaccio ’70 (nella fattispecie la celebre scena “Bevete più latte” nell’episodio di Federico Fellini, 1962), ma il buon Denis non sfida mai la potenza e il significato di queste opere, piuttosto si affida ad esse per trovare la sua chiave di lettura futuristica e per creare le sue visioni: una realtà dove l’umanità ha voltato le spalle alla natura da un pezzo, ed è stata sostituita da una copia conforme longeva che punta tutto sull’obbedienza ma che è dotata di coscienza. Villeneuve mischia le carte, e fa del suo protagonista, il bionico Agente K interpretato dal perfetto Ryan Gosling, l’elemento catalizzatore di una perenne narcosi emotiva, così come lo era stato il Roy Batty/Rutger Hauer del “primo” Blade Runner.

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Denis Villeneuve. Foto Pascal Le Segretain/Getty Images

Il regista ci prende per la gola, con quei suoni, quelle immagini e quella colonna sonora da pelle d’oca del maestro Hans Zimmer e del suo storico collaboratore Benjamin Wallfisch, che ci rituffano in quelle suggestive dimensioni della Los Angeles del film di Scott e ci catapultano in un viaggio di 163 minuti. Gli sceneggiatori Hampton Fancher (già coinvolto all’epoca in Blade Runner e poi sostituito da David Webb Peoples per volere di Ridley Scott) e Michael Green (autoredi molte serie tv mainstream) fanno del loro meglio per inventare qualcosa di complesso e all’altezza di quanto è stato lasciato in eredità, con risultati buoni ma altalenanti. Nella fattispecie qualche falla nella struttura narrativa c’è ed è evidente, specie nei dialoghi e in tutta la parte che riguarda il megalomane “creatore” Wallace, interpretato da Jared Leto (in un ruolo che doveva essere di David Bowie), bravo ma indebolito da un funambolico tentativo di scrittura di provare a fare del lirismo, che diventa mero fatalismo. E se proprio la mancanza di una poesia “vera” è l’elemento che ha fatto storcere il naso ai più nostalgici, sarà bene chiarire un paio di punti. È buffo parlare di un lungometraggio che non è all’altezza di quel “capolavoro” ed è giusto ricordare il Blade Runner del 1982, di cui ormai esistono ben sette versioni, è stato un’opera tormentata, accolta all’epoca quasi come un flop e solo successivamente diventata di culto. Le impagabili “emozioni” che riuscì ad elargire furono, sotto stessa ammissione dei diretti interessati, anche il frutto dell’avvicendarsi di molteplici inconsapevoli variabili e d’influenze di carattere produttivo, filosofiche, di sceneggiatura, d’improvvisazioni attoriali, d’invenzioni scenografiche cyberpunk (che avrebbero segnato un filone) e, ovviamente, di una genialità registica visionaria. C’è una differenza netta tra fare un film che diventerà uno dei titoli più ricordati di sempre superando le intenzioni e la consapevolezza di chi lavora in fase di produzione, e il doversi cimentare nel ritocco di una materia sacra, a più di quarant’anni di cinema di distanza, in cui è cambiato tutto.
Questo è molto chiaro a Denis Villeneuve, che sa bene di non poter ambire a fare il verso a quella magia, e non ci prova nemmeno un attimo, piuttosto crea la propria trasposizione, in una versione a tratti molto più concreta di quell’universo distopico. Forgia una struggente bellezza all’insegna di un’assenza emotiva che riflette la malinconia dei replicanti, lontana da quelle liriche atmosfere cupe e disilluse da noir futuristico dell’opera scottiana, abbandonando il fascino della notte e il culto della pioggia per far spazio a scenari polverosi dove ci si sente nomadi di un incantesimo che resterà nel tempo per sempre. Vuole raccontare, più che emozionare come aveva fatto il suo predecessore, in maniera anche sovraccarica di ambizioni, ma la sostanza di cui il film è fatto riesce a superare qualsiasi cosa, e non resta che lasciarsi trasportare da essa.

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Ryan Gosling e Harrison Ford

C’è addirittura qualcosa in cui riesce meglio dell’altro Blade Runner, ossia rendere giustizia alla fonte di tutto, quell’ondata postmoderna in Do Androids Dream of Electric Sheep?, romanzo di Philip K. Dick (e non è un caso se il protagonista di questo sequel si chiama K), coi riferimenti agli animali che erano la vera base del racconto.
Lo straordinario cast conta, oltre ai già citati Gosling e Leto, l’elegante e statuaria presenza di Robin Wright nei panni del tenente capo dell’Agente K, la delicata e meravigliosa Ana de Armas nell’ologramma Joi, una delle trovate più geniali del film, la dura Sylvia Hoeks nell’impenetrabile obbediente Luv, l’ex wrestler Dave Bautista, presenza fugace nel ruolo di un vecchio modello Nexus che è una probabile citazione di Ranxerox (personaggio dei fumetti di Tanino Liberatore che ha segnato il genere) e naturalmente Harrison Ford, in una forma smagliante, che interpreta Rick Deckart, elemento di vera congiunzione tra passato e presente, presenza prestigiosa che incombe dalla metà del lungometraggio, atteso dal pubblico come un vero e proprio Godot.
Con le sue suggestive visioni, con il suo raffinato romanticismo, e con quella freddezza che ha il sapore dell’alienazione vera, Blade Runner 2049 affida alla fedeltà la sua forza, restando più vicino al cinema di Denis Villeneuve, piuttosto che all’emulazione di quello di Ridley Scott perché, come si recita a un certo punto, “A volte, se ami qualcuno, gli devi essere estraneo…”. Al di là che se ne condividano scelte stilistiche, si tratta di un’opera che, per quanto sia lontana dalla perfezione, non può ostacolare ma solo alimentare quello che si prova nei confronti dell’ “originale”, un’esperienza cinematografica straordinariamente nuova, dall’imponente potenza e dal notevole prestigio. Un’artuadiana “iniezione sottocutanea di morfina”, in cui l’oggetto del film non può essere fraintesa come inferiore al potere d’azione dello stesso. E chissà che, così come fu per il suo predecessore, anche stavolta i più scettici non possano cambiare idea col tempo, e abbandonarsi nel fondo di un sogno meraviglioso, che pullula d’amore.

Luca Taiuti

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