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Al Museo Madre di Napoli fino ad aprile 2018 il progetto crossmediale sulla città partenopea a cura dell’artista napoletana per riflettere sul concetto di ecosistema, ambiente e trasformazione.

Matilde De Feo

Matilde De Feo

Al Museo Madre di Napoli un ulteriore capitolo del progetto Per_Formare una Collezione The Show Must Go_On & Per Un Archivio Dell’arte In Campania, voluto fortemente dal direttore Andrea Viliani nel 2013 per la formazione progressiva della collezione permanente del museo, per cui sono esposte le opere di 50 artisti definiti “fuoriclasse”.
Tra questi, in una sala del mezzanino del Museo, è presente #Naplesthreeofthree: un progetto di arti visive realizzato da Matilde De Feo e diviso in tre sezioni dedicato alla città napoletana.
Ma facciamo raccontare le peculiarità dell’opera direttamente all’artista, che QuartaParete ha intervistato per l’occasione.
#Naplesthreeofthree è una video installazione divisa in tre racconti, pensati come tre finestre sulla città, ed è stata realizzata attraverso audio interviste, video e disegni. Come è nata questa idea e chi l’ha ispirata?
Naples Three of Three, la trilogia, è nata in seguito ad un incontro, quello col direttore del Museo Madre di Napoli Andrea Viliani. Il museo voleva realizzare un racconto collettivo e partecipato, qualcosa che raccontasse la città metropolitana di Napoli attraverso uno sguardo trasversale, uno storytelling sulla nostra comunità; era interessato soprattutto a creare un ponte tra museo e web. È nata così l’idea di realizzare tre brevi racconti, come tre soglie, tre finestre sulla città. Ogni racconto ha un suo linguaggio autonomo, ma strettamente legato all’altro per contenuti formali e cromatici, una storia di tre, e tre di una; i temi del secondo capitolo hanno ispirato il primo e il primo lo sviluppo dei contenuti del secondo.
Il secondo capitolo Ramondino’s Apologue è un ritratto dedicato alla scrittrice Fabrizia Ramondino co-sceneggiatrice con Mario Martone di “Morte di un matematico napoletano”; con Marina Dammacco abbiamo scritto una partitura per immagini che la racconta, leggendo l’opera di Ramondino e in particolare il “Libro dei sogni”.
Nell’allestimento al Museo Madre di Napoli abbiamo presentato una traccia progettuale del lavoro, che sarà pronto in forma completa nel 2018, uno storyboard illustrato da Resli Tale che racconta la scrittrice per nuclei tematici e cromatici: la maternità, il mare, l’impegno politico che mette al centro l’attenzione per l’infanzia, la casa. Nella stessa sala del museo, in cuffia, è possibile ascoltare l’intervista inedita ed emozionante realizzata a Mario Martone che la ricorda.
Ma la casa è anche il tema del primo capitolo Desert Flower che prende spunto dalla vicenda della Ginestra Etnea, fiore non autoctono e particolarmente invasivo, che nell’estate del 2016 ha aggredito il Vesuvio minacciando di cambiarne la forma e il colore. Questa trasformazione del paesaggio è stato messo in relazione alla casa, che con lo stesso valore ambivalente del fiore, ha alterato, negli ultimi cinquant’anni, il nostro paesaggio. Cinque abitanti della città sono stati scelti per rappresentare il centro storico, la città di mezzo e la periferia, e coinvolti nel processo di costruzione di una storia. Completano, la videoinstallazione presente al museo, le interviste degli stessi abitanti che raccontando la propria casa sul web, tracciando un ritratto contemporaneo della città di Napoli, e rafforzando il valore crossmediale del progetto.
Il documentario, girato con un iphone SE e una reflex, è anche un viaggio attraverso l’architettura modernista: alle immagini intime e private delle case fanno da contraltare quelle pubbliche, ovvero le opere architettoniche di Aldo Loris Rossi, Davide Pacanowski, Franz di Salvo, Luigi Cosenza, Stefania Filo Speziale, Franco Purini.

#Naplesthreeofthree

Un frame della videoinstallazione

Come lei stessa spiegava prima, il secondo capitolo è al momento una traccia progettuale. Invece il terzo è ancora da realizzare. Può già darci qualche anticipazione o è ancora tutto in divenire?
Il terzo capitolo è ancora tutto da scrivere ma certamente lo immagino legato ai temi dei primi due. Forse una storia soltanto sonora o dove il suono è centrale come linguaggio.
Anche il terzo capitolo di #Naplesthreeofthree verrà allestito al Madre?
Questo è ancora da capire, la trilogia è stata scritta per il Museo Madre di Napoli ma pensata anche per vivere in altri contesti: sul web, in festival e spazi dedicati all’audiovisivo.
Qual è il fil rouge che collega i tre capitoli dell’opera?
Il fil rouge è il colore, la partecipazione e il tema della trasformazione. Il giallo è anche il colore scelto da Mario Martone e Luca Bigazzi per raccontare Napoli in “Morte di un matematico napoletano”. Questo colore esprime il dualismo vita/morte, sole/malattia sta dentro i significati profondi che la città esprime.
Prevede di portare l’opera anche in altri musei?
Anche questo non si può dire adesso. L’opera è in comodato d’uso per due anni presso il Museo Madre di Napoli ma può, su richiesta, viaggiare ovunque. Ovviamente ce lo auguriamo, che un po’ del nostro sguardo sulla città di Napoli possa viaggiare nel mondo, con tutti questi personaggi e queste storie vive.

#Naplesthreeofthree

Un frame della videoinstallazione

Possiamo definirla una artista a 360°: attrice, regista, operatrice culturale e doppiatrice. Qual è il suo modo più congeniale per esprimersi e cos’è per lei l’arte?
Ho sempre avuto una vocazione autoriale, anche quando facevo l’attrice, e un po’ del mio background teatrale è sempre impresso nel mio immaginario. Ho un rapporto un po’ nevrotico con il mio corpo e la mia immagine, per quanto penso ancora di riuscire col corpo a esprimere molto, nei prossimi anni desidero fortemente stare fuori dall’immagine, “dall’inquadratura”, sono interessata a metterci qualcun altro al mio posto, una specie di grande liberazione. Ho scoperto che mi piace la dimensione del reale, lavorare più con soggetti veri che attori, o comunque contaminare le arti performative con la realtà, lavorare fuori dai teatri.
Dal 2003 si occupa del progetto mald’è. Di cosa si tratta esattamente?
È un progetto multimediale che mette in relazione, come già ti dicevo, le arti visive a quelle sceniche. In questi quasi quindici anni, e non sono pochi, ho sperimentato, abbiamo sperimentato, di volta in volta con gruppi di lavoro diversi, tutte quelle possibilità di contaminazione tra scena e video, dal video monocanale alla performance interattiva, allo spettacolo multimediale a circuito aperto, che ingloba e integra nella drammaturgia e con gli attori dal vivo elementi e corpi immateriali video. Poi la ricerca si è evoluta ed è cresciuta, ma resta sempre “reaserch based” un’esplorazione tra i linguaggi.
Qui vorrei anche ringraziare il gruppo di lavoro di quest’ultimo viaggio: Giuseppe Beneduce, Marina Dammacco, Resli Tale, Renato Esposito, Simona Infante, Raffaele Mariniello, Andreas Russo, Giovanni Sollima, Mario Martone, Davide Mastropaolo.

Gabriella Galbiati

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