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A San Leucio, ospite di OfficinaTeatro, la prima regionale del testo scritto e diretto da Tino Caspanello, con protagonista Francesco Biolchini.

Blues_Tino Caspanello

Foto di Carmine Prestipino

Michele Pagano, direttore artistico di OfficinaTeatro, affida l’ouverture della stagione 2017, LINEE, ad una delle penne più interessanti e innovative del panorama della drammaturgia contemporanea, Tino Caspanello, fondatore della compagnia messinese Teatro Pubblico Incanto. Il drammaturgo siciliano, pluripremiato in Italia e all’estero, è noto da tempo al pubblico campano per alcuni dei suoi testi più rappresentativi, come Mari, Quadri di una rivoluzione, Niño. Lo spazio scenico di San Leucio ha ospitato lo scorso 14 e 15 ottobre il debutto casertano della sua ultima fatica, Blues. La scrittura pregevole dell’autore-regista Caspanello, esaltata dalla recitazione di alto profilo di Francesco Biolchini, racconta barlumi di vita di un uomo, Blues, che baluginano ad intermittenza tra un’attesa e l’altra. Tra cicale e rumori di rotaie, Blues attende i treni, la vita a distanza, l’Altro, con cui non entrerà mai in un contatto reale. Contatto, che sembra desiderare ma che in verità evita e per il quale non si sentirà mai abbastanza pronto. Ogni giorno di un agosto immobile, davanti la casa di Blues passano gli stessi treni, sempre alla medesima ora. Un orologio a parete, che segna le sette e venti, s’impone al centro della scena. Qui, non sembra scorrere il tempo della durata, bensì quello della possibilità. Una piccola finestra in legno di colore verdino chiaro e una sedia fanno pendant; un piccolo tavolo scrittorio custodisce storie. Su di quadernino nero, scrive il suo diario di bordo, appuntando ogni particolare che passa dinanzi ai suoi occhi. I treni lenti mostrano meglio le facce delle persone, stralci di vita che corrono sui binari. Poi i treni, purtroppo, “scompaiono”, “spariscono”. Ma a Blues non piacciono questi termini. Forse ne intuisce il senso di morte, simile a quello di un binario morto. “Preferisco uscita – recita l’attore – ecco: il treno è uscito”. Nel verbo uscire s’intravede una speranza verso un minimo di apertura, una lontana ipotesi che si contrappone alla sua insita chiusura.
Francesco Biolchini, con l’abito in lino chiaro, spazza fuori l’uscio di casa: attento e meticoloso, percorre l’intero perimetro non tralasciando centimetri di polvere. Sistema i fiori nel vaso sul tavolino, la bottiglia, il bicchiere. Li osserva, li riordina. Se ne compiace. Per il protagonista bisogna prepararsi all’appuntamento quotidiano con ordine, precisione e pulizia. L’uomo si toglie la giacca, l’appende allo schienale della sedia, la rindossa, la ripone. Ripetutamente. Quella pulizia maniacale, patologica, l’estrema precisione, sono fissità che palesano la sua difficoltà a relazionarsi con il mondo. Quello vero. Ogni suo movimento fa parte di un rituale. Stereotipie compulsive attraverso cui l’uomo riesce a controllare se stesso e l’eventuale presenza dell’Altro. Ma improvvisamente, nella consueta attesa di Blues, accade l’inatteso: un treno non previsto attraversa la sua esistenza. Ed ecco che si interrompono gli schemi, la routine quotidiana, e l’uomo si destabilizza, non riuscendo ad avere il controllo di se stesso, né del prima né del dopo di quelle attese. E quel treno si ferma, proprio come era accaduto a suo padre e sua madre, nel lontano 1958. Allora, suo padre cominciò a cantare e sua madre mise un fiore tra i capelli. Il fiore era finto. Ma nessuno se ne accorse. E così, anche per Blues, innanzi allo stesso uscio, sarebbero tornate le parole, le chiacchiere, il fiore nei capelli, proprio come per suo padre e sua madre.

Blues_Tino Caspanello

Foto di Carmine Prestipino

Blues comincia a scorgere le facce dei passeggeri, le stesse viste sempre di sfuggita. Ma è un treno senza porte, con finestrini che non si aprono. In trasparenza intravede sagome come pesci rinchiusi in una bolla di vetro. Come viandanti dagli occhi bendati e dalle bocche imbavagliate. Storie sigillate, plastificate, come i 254 bicchieri che ha raccolto e conservato meticolosamente. E per lui si accende una parvenza di vita, d’amore: una donna, attraverso il vetro, trova belle le sue mani, diverso il suo modo di bere e per questo affascinante. E il suo fiore nei capelli lo rende buffo e maggiormente insolito. Così egli avvicina la sedia verdino chiaro al finestrino, vi sale sopra. E le distanze tra due solitudini si accorciano: i volti si avvicinano, le mani pensano di sfiorarsi. Il piacere di scoprirsi pervade Blues. Gli occhi di Biolchini, attore intenso nel suo particolare dinamismo espressivo, si illuminano e il suo volto diventa scena: un fondale in proscenio, come in prospettiva. Le pupille scure, attraversano lo spazio e rimandano lontano, all’infinito. Come all’infinito potrebbero sentirsi le cicale d’agosto, il rumore dei treni in transito e il peso dell’ incomunicabilità che rende immobili e asfittici. E sul finire, tra l’inalienabile amarezza, accordi blues portano altrove. Le note, le sole che avanzano, come i treni in “uscita”.
Il drammaturgo siciliano, ancora una volta, con la sua scrittura tersa, essenziale, di una naturalezza mai retorica, immette il pubblico in un teatro di parola in cui la parola stessa non si mostra invadente nel riempire l’aire du jeu, sovrapponendosi alla scrittura scenica del lavoro teatrale. Pare quasi che sia la scena a farsi spazio nel dire, a dilatare le parole, a dar corpo alle pause, a consolidarle, in una gestualità pacata e raffinata, che affonda in un lirico dipanare. Caspanello, ancora una volta, a dirla con Jacques Copeau, si rivela poeta-drammaturgo. Opera lungo una linea di forza: porre l’attore come soggetto creativo centrale dello spazio drammaturgico. Nel segno della sua peculiare precisione e organicità del testo, anche per Blues l’idea-guida restituisce, sottotraccia, il copione di regia con una partitura di segni “fatta ad arte”. Come di consueto, ad OfficinaTeatro San Leucio, per ogni appuntamento di stagione, a corredo del “fatto teatrale” posto al centro, c’è un “prima” e un “dopo”. Un pretesto, per platea e attori, per poter fantasticare, riflettere o semplicemente parlare. E proprio in questi spazi dedicati, l’autore e l’interprete di questo spettacolo di apertura, hanno riconfermato la loro sapiente competenza nei linguaggi di scena, mostrando, soprattutto, una grande generosità artistica.

Antonella Rossetti

Officina Teatro
Viale degli Antichi Platani, 10 San Leucio (Caserta)
contatti: 0823 363066 – info@officinateatro.com – http://www.officinateatro.com/

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