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In occasione della Settimana Don Milani, organizzata dal Comune di Napoli, i  Chille de la Balanza hanno portato in scena, sul palco di Galleria Toledo, il loro nuovo lavoro, ispirato alla figura del prete e alla sua scuola di Barbiana.

Fonte foto Ufficio stampa

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Lo scorso 28 ottobre i Chille de la Balanza hanno festeggiato vent’anni di residenza-resistenza a San Salvi. La compagnia napoletana, fondata da Claudio Ascoli insieme a Sissi Abbondanza nel 1973 presso la storica sede del “Teatro, comunque” in via Port’Alba, già a partire dagli anni ’80, si è trasferita in Toscana, prima a Pontassieve e poi a Firenze, nei locali dell’ex-maniconio di San Salvi.
Oggi, San Salvi Città Aperta rappresenta «una Società nella società», riprendendo un’espressione di Antonin Artaud, vate ispiratore del percorso della compagnia; una società creativa, sensibile, civile e fortemente politica, adoperando quest’ultimo aggettivo nella sua accezione più alta che ingloba il senso di condivisione e di comunità e non, in una distorta visione, il carattere da diatriba polemica che vede due fazioni contrapporsi. I Chille hanno mosso i loro primi passi in teatro attraverso il recupero delle tradizioni locali; poi, rimasti affascinati dalle Avanguardie del XX secolo, si sono dati alla ricerca e alla sperimentazione studiando, tra gli altri, Vitrac, Tzara, Artaud, ed il teatro di poesia, da Dino Campana a Cesare Pavese. Nel 2011 la compagnia ha maturato l’idea di metter in piedi uno spettacolo sulla figura di don Lorenzo Milani. Da quella prima, embrionale rappresentazione è nata Lettera a una professoressa, la pièce con cui i Chille hanno presenziato alla Settimana Don Milani, organizzata dal Comune di Napoli, in occasione del cinquantenario della morte del prete. Dal 21 al 27 ottobre, in città, si sono susseguiti eventi ed incontri intorno all’argomento, tra cui, per l’appunto, il lavoro dei Chille, ospitato da Galleria Toledo. Lettera a una professoressa, liberamente ispirato al testo omonimo scritto dai ragazzi della scuola di Barbiana (l’esperimento educativo messo su da don Milani, esempio ancora preso a modello da insegnanti e associazioni di volontari attenti alla dispersione scolastica), è stato introdotto, nei giorni che hanno preceduto la prima a teatro, dalla presentazione dell’opera Ho disegnato lettera a una professoressa, di cui è autrice SignoraB, pseudonimo di Monica Fabbri. I disegni, di cui sono composte le pagine del libro, raccontano il personalissimo incontro tra la Fabbri e don Milani.
La scrittura collettiva di Lettera è trasformata, dal flusso continuo della matita sul foglio bianco, in un’esperienza intima, quasi solitaria, nel libro, per poi esser rigurgitata dalla mente e dal cuore sotto forma di rinnovata scrittura collettiva, a teatro. Monica Fabbri, infatti, al fianco di Sissi Abbondanza, diventa uno strumento necessario nello spettacolo. Il disegno, da un lato, e la creazione di una scultura, dall’altro, segnano i vari momenti di scrittura collettiva di quella «comunità educante», gli spettatori, che Claudio Ascoli accompagna per mano, tra le pieghe del suo racconto. La partecipazione attiva del pubblico, sul palco e in platea, dà vita, ogni volta, ad una nuova narrazione. La scelta, sempre da parte degli spettatori, di alcuni oggetti, piuttosto che altri, determina il percorso creativo, la costruzione del «ponte tra chi fa arte e chi la riceve, ponte che è esso stesso opera d’arte». Se è davvero questo un’opera d’arte, Lettera a una professoressa dei Chille si presenta, quindi, come tale; e come ogni manifestazione artistica contiene in sé diversi livelli di lettura.

Fonte foto Ufficio stampa

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È questa sua caratteristica che la rende percepibile ad un pubblico molto eterogeneo, non è un caso che, dopo aver debuttato a Vicchio, per la marcia a Barbiana, il lavoro è stato proposto sia come momento di riflessione per gli studenti sia di formazione per gli insegnanti. Mettendo in atto l’imparar facendo milaniano, la compagnia tosco-napoletana riproduce l’atmosfera di Barbania e costruisce, artigianalmente, il tavolo attorno a cui si accalcavano gli allievi della scuola, quale simbolo del ritorno alle origini e simbolo della creazione. Noi, altri allievi, seguiamo la storia e i personaggi che, direttamente o indirettamente, hanno incrociato il pensiero di don Milani con il loro agire: Franco Basaglia, Pier Paolo Pasolini, Umberto Galimberti e lo sguardo sognante, oggi non più umiliato, di tutti quei ragazzini della scuola che ancora difendono e diffondono il messaggio del loro maestro.
Abbattuta la quarta parete, ad esser ri-creato in teatro è proprio il rapporto allievo-maestro. Quando, intervistando Claudio Ascoli, gli è stato chiesto quale fosse il punto di contatto tra il metodo d’insegnamento di don Milani e quello dei  Chille, il regista ha risposto: «È l’ascolto. Don Lorenzo precisava sempre questo doppio percorso che dal maestro arriva agli allievi e che dagli allievi arriva al maestro». Uno scambio, dunque, continuo ed attivo: maestro-allievo e attore-spettatore, quello che i Chille hanno proposto e propongono con la loro idea di fare teatro. A raccontarcela è proprio il regista.
Cosa vi ha spinto a creare una scrittura scenica su don Lorenzo Milani?
Sette anni fa ero in una libreria nel centro di Firenze. Al primo piano lavorava un librario, innamorato del suo lavoro. Cercando un libro di Kafka, intravidi in un angolo una vecchia edizione della Lettera. Chiesi se qualcuno avesse comprato di recente il libro dei ragazzi di Barbiana. Mi rispose che quella copia era lì da almeno due anni. In quei giorni tanti ragazzi contestavano l’ennesimo tentativo di riforma calata dall’alto. Decisi che era giunto il momento di ritornare a don Milani. Inoltre ero anche affascinato dal percorso di scrittura collettiva; di sottrazione che tanti punti in comune ha con la nostra idea di scrittura scenica.

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Di Napoli, ma a Firenze ormai da più di trent’anni. Com’è, ogni volta, il ritorno? E quali sono le differenze tra la realtà teatrale fiorentina e quella partenopea?
Tornare a Napoli è sempre un’emozione particolare. Si dice che un attore non abbia patria, forse non è del tutto vero per un attore napoletano. E ogni volta, insieme ai tanti problemi che ritrovo (purtroppo) a distanza di anni, scopro tante energie creative che a Firenze, città ricca e tutta addormentata sul suo grande passato, sono sempre più rare e deboli.
Sogni, progetti, idee da mettere in opera nel futuro.
Trovare una possibile sintesi tra i tanti “teatri” che ho agito, tra forma e contenuti; un teatro capace di aiutare a cambiare il mondo. L’obiettivo minimo? Quello che in punto di morte mi consegnò mio nonno (e che vorrei trasmettere a mia nipote): un’Italia libera, democratica, antifascista, felice.
Una terra libera, democratica, antifascista, felice: il sogno, si spera, dei più, il sogno di don Milani e l’obiettivo della politica, quella di cui il coraggioso prete nato a Firenze, parlava ai suoi ragazzi, quella politica che è innanzitutto condivisione, come insegnano le parole di uno dei giovani autori della Lettera: «Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia».

Antonella D’Arco

San salvi Città Aperta
Via di San salvi 12, padiglione 16 – Firenze 50135
contatti: 0556236195 – info@chille.it

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