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Candidato a cinque premi Oscar nell’ultima edizione degli Academy, la pellicola tratteggia uno spaccato di gioventù realistico e per nulla banale.

di Noemi Sellitto

Una scena del film

Una scena del film

Quello con cui si presenta al mondo non è il suo vero nome, ma l’espressione più immediata di una personalità che non riesce a contenere. È Christine McPherson (Saoirse Ronan) la protagonista di Lady Bird, la pellicola diretta da Greta Gerwig, al suo esordio alla regia e tra i candidati a miglior film nell’ultima edizione degli Oscar. Identificare questo personaggio con una studentessa qualunque originaria di Sacramento, città della California, e all’ultimo anno di liceo, è riduttivo. E forse lo è persino assimilare l’intera storia ad un semplice racconto di formazione. Perché il debutto dietro la macchina da presa dell’artista statunitense colpisce proprio per il realismo e la spontaneità di certi dialoghi, al punto che l’idea di una maturità raggiunta dopo tanti ostacoli non sembra essere il filone portante più adatto per rappresentare un vero spaccato di gioventù. In un eterno oscillare tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, quando si parla di adolescenza si ha difficoltà a mettere un punto alla conquista di una piena consapevolezza in tal senso.
Christine, alias “Lady Bird”, come ha deciso di ribattezzarsi autonomamente, ha un rapporto complicato con sua madre (Laurie Metcalf). Talmente legate l’una con l’altra, entrano in conflitto per ogni cosa. La prima vive l’amore e odio tipico dell’età, quella fase di passaggio in cui ci si sente abbastanza grandi per muoversi da soli nel mondo e talmente inadeguati da aver bisogno di un sostegno continuo. La seconda farebbe di tutto per vedere sua figlia realizzarsi ed essere la miglior versione di se stessa. Più che pretendere da lei il massimo, vorrebbe che non si accontentasse mai.

Una scena del film

Una scena del film

La vita di Lady Bird si divide tra la scuola, privata e cattolica, e la sua migliore amica. Nel mezzo alcuni amori sbagliati, che la rendono ancora più fragile. Dietro una corazza da dura e uno sguardo da ribelle, infatti, si nasconde una Christine che si diverte a mangiare cibo spazzatura e desidera soltanto andare al ballo di fine anno accademico. Al di là degli atteggiamenti volutamente melodrammatici per farsi ascoltare dai genitori, in lei si cela una bambina che non riesce a trasferirsi a cuore calmo in un’altra città e iniziare il nuovo percorso universitario, senza avere l’appoggio di sua madre. Peraltro dopo una sbronza, gestita in malo modo.
A fare da contorno al loro rapporto, nel microcosmo familiare dei McPherson ci sono tante relazioni interpersonali altrettanto forti, seppur meno strutturate. Dal padre (Tracy Letts) che ha perso il lavoro e combatte contro la depressione, al fratello maggiore (Jordan Rodrigues) che convive con la fidanzata in casa dei suoi, fino alle storie dei compagni di classe di Christine, in Lady Bird i personaggi presenti sono tanti e offrono una panoramica di situazioni reali e, perché no, capitate a chiunque.
Ambientato nel 2002, il primo lungometraggio della Gerwig è affascinante per il suo linguaggio genuino e il ritmo incalzante. Se a primo impatto pare non succeda nulla, basta soffermarsi un istante in più  per accorgersi che in ogni scena ci sia un evento degno di nota. Perché, quando vivi “dalla parte sbagliata dei binari della ferrovia” e cerchi la tua affermazione nella società, tutti i giorni sono importanti per aggiungere un tassello al tuo carattere e costruire la persona che sarai.
Pur essendosi guadagnato ben cinque nomination agli Academy Awards, Ladyy Bird non è riuscito ad aggiudicarsi nessuna statuetta. Vedersela con La forma dell’acqua di Guillermo Del Toro, risultato poi vincitore dei premi più attesi, e Tre manifesti a Ebbing, Missouri di Martin McDonagh, non era facile. Ma resterà comunque nella storia per essere stato uno dei pochi film moderni ad aver trattato l’adolescenza con le parole giuste, evitando di scadere in forme banali e lontane dalla realtà.

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