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La lingua di Giovan Battista Basile riscrive la mitologia greca affidando alla fantasia del suo autore, Antonio Piccolo, la storia di Antigone cantata da uno sguardo “decentrato”: quello del suo innamorato.

di Ileana Bonadies

Emone_Foto Marco Ghidelli

Foto Marco Ghidelli

Pronto al debutto al Teatro San Ferdinando di Napoli, dove resterà in scena fino al 25 marzo, Emone. La traggedia de Antigone seconno lo cunto de lo innamorato, il lavoro scritto da Antonio Piccolo e diretto da Raffele Di Florio che ne cura anche le scene, i costumi e il disegno luci, con Paolo Cresta, Gino De Luca, Valentina Gaudini, Anna Mallamaci e Marcello Manzella, per una produzione firmata dal Teatro Stabile di Napoli – Teatro Nazionale, il Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale, e il Teatro di Roma – Teatro Nazionale.
Alla vigilia della prima assoluta di martedì 20 marzo, raggiunto telefonicamente, ecco come il regista ci racconta le scelte operate e il lavoro compiuto per la realizzazione della messa in scena del testo vincitore, nel 2016, del Premio per la Nuova Drammaturgia italiana promosso dalla Fondazione P.L.A.TEA.
Partiamo dal testo di Antonio Piccolo: come ci si è imbattuto e cosa lo ha indotto a curarne la regia?
Con Antonio ho lavorato in un laboratorio al Teatro Elicantropo in occasione dell’anniversario dei 150 anni dell’Unità d’Italia in cui io trattai, come personaggio da mettere in scena, Gramsci, e lui era uno dei componenti, per cui io l’ho conosciuto come bravissimo attore. È stata poi una sorpresa scoprirlo come autore premiato quando Mimmo Basso mi propose di leggere il suo testo. Sono rimasto affascinato dalla sua scrittura e dalla lingua usata per raccontare questo personaggio da “realismo magico” mi piace definirlo, frutto – sembra – di una letteratura sudamericana.
Inizialmente la presenza della lingua napoletana mi ha lasciato titubante perché avendo lavorato con i testi di Moscato e conoscendo la letteratura post eduardiana ritengo che gli autori che ne fanno uso o hanno un loro peso lirico o si rischia uno slang partenopeo moderno dove la lingua non è più un mezzo sonoro e comunicativo, e ciò mi spaventa. Invece la drammaturgia mi ha rapito, in particolare mi ha colpito l’utopia che Piccolo ha messo negli occhi e nelle parole di Emone: un giovane che sposa la disobbedienza di Antigone e la fa diventare un altro sguardo su questa vicenda che ha influenzato non pochi giuristi, filosofi, poeti – si pensi all’Antigone di Alfieri in versi – imponendola come un personaggio che vive al di là del testo a cui appartiene.
Raccontare Emone poi era una bella sfida, perché significava cimentarsi con un personaggio minore nell’ambito di una vicenda ben più grande e famosa, ma per fortuna è risultata vincente.

Foto Marco Ghidelli

Foto Marco Ghidelli

La prima suggestione che il testo richiama lega la mitologia greca al cunto di Basile, poi nel metterlo in scena lei richiama le Folk Songs di Berio ma anche le atmosfere di Černobyl’: come convivono questi elementi insieme?
Le Folk Songs di Berio mi sono saltate in mente ripercorrendo il lavoro che sottende ad esse: si tratta, infatti, di una raccolta degli anni ’60 a cura di questo compositore nobile della tradizione sonora italiana che ha preso canti popolari dai temi semplici provenienti da tutto il mondo orchestrandoli e facendoli cantare da un soprano. Anni dopo li ho ascoltati nella versione di Salvio Vassallo che li aveva ripresi rimaneggiandoli attraverso l’elettronica ma conservandone il fulcro di canti tradizionali. Questa cosa mi è apparsa subito calzante per la mia operazione, in quanto le folk songs raccontano un popolo che non fa la Storia ma è nella Storia pur non avendo voce in capitolo a differenza degli eroi, dei dittatori o dei grandi movimenti a cui siamo abituati. Basti pensare alla Siria dove la storia la sta facendo chi bombarda, ma chi la subisce è la gente di Aleppo.
Ed è proprio questo sguardo altro, che bene emergeva nel testo, che mi ha interessato.
L’idea di Černobyl’, invece, è nata perché nelle didascalie dell’autore si parlava di un non luogo, un limbo in cui non c’è un futuro, ma solo un passato da scontare in un eterno presente che ho visualizzato, navigando su Internet, nelle immagini di Černobyl’ venti anni dopo: una città abbandonata, ferma al momento in cui era stata evacuata ma in cui il tempo e la natura avevano fatto il suo corso. In particolare mi colpì, inquietandomi, un luna park con le altalene e le macchinine ricoperte di vegetazione, o ancora un auditorium con il pianoforte a coda con il coperchio aperto ma completamente sfondato a causa dell’umidità. Ho allora immaginato che il luogo dove l’azione si sarebbe dovuta svolgere, ovvero la sepoltura di Polinice per opera di Antigone, fosse fuori la città di Tebe, in una periferia, e ho ricordato che quando ero piccolo per me che ho vissuto in periferia la stessa si animava quando arrivava il circo o le giostre. Nella messinscena, pertanto, ho ricreato un luna park abbandonato, scheletro di una felicità ora inesistente, in cui in passato bambini avevano giocato probabilmente anche a fare i soldatini per poi ritrovarsi da adulti a combattere una vera guerra, per cui da ludico quello stesso spazio si trasforma in tragico.
A enfatizzare ciò la scelta scenica di usare dei teli di plastica leggerissimi e trasparenti – che gli attori strapperanno in scena -, che ricordano appunto quelli usati in caso di omicidi per sigillare un luogo o in caso di messa in sicurezza, e che in tal senso mi sembravano bene sposarsi col racconto.

Emone_Foto Marco Ghidelli

Foto Marco Ghidelli

Nel sottotitolo convivono due parole apparentemente contrastanti: “traggedia” e “innamorato”. Nella sua visione sono in equilibrio o una prevale sull’altra?
Le due parole di fatto convivono nella stessa opera sofoclea essendo un atto d’amore quello che Antigone intende compiere dando sepoltura al fratello e così sfidando le leggi dell’uomo e sposando quelle della natura, ma in questo caso l’innamorato è Emone, cugino di Antigone, e tra i due quella esistente è una tensione affettiva che unisce le utopie di entrambi per un rinascimento della città, pur se la loro unione è stata imposta dal re Creonte.
Per quanto attiene la tragedia, la stessa è insita nell’atto di Antigone che merita la pena di morte, per cui si tratta di un omicidio suicidio annunciato.
I due termini, dunque, convivono non forzatamente ma naturalmente perché il racconto vuole questo e anche nella mia regia non ho cercato di spostare l’asse a favore dell’uno o dell’altro, ma di dare ragione a tutti senza punti di vista forzati. Significativa in tal senso la battuta finale in cui ci si chiede quale davvero sia la verità avendo in realtà tutti ragione.
In scena, accanto ad attori di esperienza anche giovani promesse: lei è abituato a lavorare con giovanissimi, ma in questo caso come si è svolta la scelta?
In questo caso ho fatto dei provini chiedendo alla produzione di vedere allievi-attori e così facendo mi sono imbattuto in una serie di attori molto bravi tanto che sarebbe stato possibile realizzare più cast, tutti validissimi. Poi la scelta è caduta su Marcello Manzella, di Caserta, con cui avevo già collaborato la scorsa estate a Siracusa nella tragedia “Sette contro Tebe”, che mi ha molto convinto per qualità interpretativa, voce e per essere perfettamente calzante all’immagine del protagonista.
Altrettanto dicasi per Anna Mallamaci nel ruolo di Ismene, allieva-attrice del Teatro di Roma.
Debuttare al San Ferdinado che significato assume?
È un sogno che si realizza. Il mio primo spettacolo l’ho visto proprio al San Ferdinando. Solo l’idea mi fa tremare i polsi, ma al contempo mi esalta e onora.

Teatro San Ferdinando
Piazza Eduardo de Filippo, 20 – Napoli
contatti: 081 551 33 96 – biglietteria@teatrostabilenapoli.it
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