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In scena, dal 20 al 25 marzo, al Teatro Mercadante di Napoli, Alessandro Preziosi è il protagonista di Vincent Van Gogh. L’odore assordante del bianco, testo di Stefano Massini e vincitore del Premio Tondelli 2005, con la regia di Alessandro Maggi.  

di Antonella D’Arco

VINCENT VAN GOGH foto di foto Manuela Giusto (15)

Foto Manuela Giusto

Il palco, una grande stanza con le pareti bianche, accecanti, il pavimento inclinato sul quale rotola un corpo, quello di Vincent Van Gogh, è la scena immaginata da Marta Crisolini Malatesta per Vincent Van Gogh. L’odore assordante del bianco di Stefano Massini, premio Tondelli 2005, con la regia di Alessandro Maggi e interpretato da Alessandro Preziosi che cura anche la supervisione artistica.
Il bianco è scaturigine della follia di Vincent Van Gogh, di lui, il pittore del colore. Il bianco, che insieme al nero, “non sono veri colori ma sono alteratione de li altri colori”, come scriveva Leon Battista Alberti nel suo De Pictura, nella prima metà del ‘400. Il bianco e il suo contrario, il nero, che pure s’impone nella mente di Vincent, quale assenza di colore, privazione, che lo impossibilita a dipingere. Il bianco che investe e appiattisce, non solo metaforicamente, l’invece colorato e intenso Campo di grano con volo di corvi, inciso come un bassorilievo sulla parete di fondo, limite entro cui agisce la drammaturgia, rimbalzando sulla superficie ruvida e i corpi in scena.
“I quadri hanno più voce delle parole”, il testo di Massini dà ragione all’idea rinascimentale secondo la quale la pittura è poesia muta. Essa, sollecitando il senso per eccellenza più forte, la vista,  mette in moto anche gli altri sensi, in una percezione concreta ed emotiva completa. Nell’ospedale psichiatrico di Saint-Paul-de-Manson, in Provenza, dove nel 1889, si trova rinchiuso Van Gogh, la voce del pittore è stata messa a tacere. La mancanza delle tele e dei pennelli hanno costretto Vincent al mutismo della sua anima.

Foto Manuela Giusto

Foto Manuela Giusto

Le pene e la sofferenza del manicomio non si affievoliscono neanche alla presenza di Theo (in scena Massimo Nicolini), il fratello amato. Anzi è proprio Theo ad acuire quei patimenti con la frase “qui le cose vivono, non si lasciano vivere”, indirizzata a Vincent, nel tentativo di spronarlo e ridestarlo dalla sua malattia, malattia che, invece, lo aveva reso “incapace di vivere e gestirsi in libertà”. Una malattia reale, immaginata o imposta dagli altri, diagnosticata dalla psichiatria e dalla società come pure scriveva Antonin Artaud nel suo Van Gogh, le suicidé de la societé, qui sottoposta alle cure degli infermieri Gustave (Alessio Genchi) e Roland (Vincenzo Zampa), insieme al Dottor Vernon-Lazàre (Roberto Manzi). I tre carnefici deridono Vincent in preda alle allucinazioni della sua mente confusa che gli aveva fatto prefigurare l’esistenza di Theo, ma anch’essi sembrano far parte di quell’immaginazione folle che non appartiene alla realtà. Come pure il suo salvatore, il direttore dell’ospedale, il Dottor Peyron (Francesco Biscione) che libera Vincent dai suoi aguzzini. Placa la sua rabbia e intraprende con lui un’indagine nella sua mente. Attraverso la pittura gli fa ripercorrere le città in cui ha vissuto, in un viaggio tra i luoghi e  indietro nel tempo, fino a scovare nella sua infanzia quell’ “odore assordante del bianco” che lo aveva fatto smarrire da se stesso.

Foto Manuela Giusto

Foto Manuela Giusto

Per rendere ancora più forte quell’assordante odore, la regia ha aggiunto, alle parole di Stefano Massini, i suoni e le musiche elaborate da Giacomo Vezzani, mentre, a rimarcare l’invasiva presenza del bianco, oltre alla scena, è il disegno luci di Valerio Tiberi e Andrea Burgaretta. Ad abitare quel bianco, gli attori, come isole in mezzo all’Oceano, parafrasando il testo, e come isole, senza ponti e connessioni comunicative tra loro, sono apparsi i personaggi. Una mancata comunicazione che ha determinato per alcuni una recitazione sopra le righe, non sempre adeguata, facendo emergere la buona prova d’attore, anche se a tratti viziata dall’enfasi, di Alessandro Preziosi e quella più accademica di Francesco Biscione.
Tratteggiata dalla penna, più che dai pennelli, dell’autore, la tela che il regista, Alessandro Maggi, ha dipinto davanti al pubblico, non ha sfumature, ma solo il bianco che acceca, simbolo del dolore; il giallo oro, intenso, dei campi di grano, che fa la sua comparsa solo per un istante, nei ricordi; e il nero,  il buio verso cui è proiettata la mente ferita di Van Gogh.

Teatro Mercadante
Piazza Municipio, 80133-Napoli
Info e contatti: 0815510336 | https://www.teatrostabilenapoli.it/

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