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La storia di Cinderella raccontata da un punto di vista capovolto per protestare contro un mondo che premia solo i belli e i vincenti.

di Daniela Campana

Nunzia Schiano e Biagio Musella

Nunzia Schiano e Biagio Musella

Dalla narrativa al cartoon, dal cinema all’opera fino al balletto, la favola di Cenerentola ci è stata raccontata nelle più svariate forme. Seppur a tratti diverse, in tutte la povera Cindarella è tormentata dalle sorellastre, prototipi di malvagità, cattiveria e bruttezza. Ma da dove nasce la bruttezza? È una caratteristica atavica o maturata e ramificata nell’essere? Queste le domande che si sono posti e a cui hanno cercato di dare una risposta Roberto Russo e Biagio Musella, autori di Ranavuottoli (Le Sorellastre), per la regia di Lello Serao, al suo debutto lo scorso 10 aprile 2018 al Teatro Piccolo Bellini.
I due autori, con una drammaturgia interessante ma ancora acerba, allontanano Anastasia e Genoveffa dal mero ruolo di antagoniste della bella giovinetta e, cercando di dare loro un’umanità, scavano nella psiche delle due sorelle catapultandole in un mondo immaginario e personalissimo.
Genoveffa, interpretata da Nunzia Schiano, si presenta al pubblico confondendosi con la tappezzeria del fondo della scena – la maglia del suo abito verdastro è realizzata con la medesima stoffa. Lei che vive in un mondo solitario e isolato, estremamente amareggiata, dissolve tutto quanto intorno a sé e fuga la vita in una bottiglia e in fantasiose aspirazioni da chef. Anastasia – Biagio Musella le presta corpo e voce -, diversamente, è una perduta sognatrice che insegue e persegue la chimera dell’amore. La sua vita è fatta di una strana fantasticheria, desideri illusori e di una ricerca vana di bellezza individuale, che si può intravedere dal suo modo di vestire (che ricorda quello delle signorine degli anni cinquanta) o da alcuni oggetti di scena da lei utilizzati. Infatti, sono proprio questi ultimi che sembrano studiati ad arte per fungere da espressione esterna dei caratteri delle due sorellastre. Esempio su tutti la tovaglia volutamente divisa in due parti: di un color salmone rosato dalla fattura elegante per Anastasia e, al contrario, da pochi soldi e grigia per Genoveffa. Ma ancor di più, proiezione materiale di una esistenza infausta è la scenografia, curata da Tonino di Ronza: le Sorellastre sono ferme in un mondo claustrale e angusto, una stanza/scatola dai colori grigiastri e marroncini, delimitata da un telo trasparente che separa nettamente il mondo degli attori da quello del pubblico, tranne che per un momento dello spettacolo durante il quale la sala teatrale si trasforma in sala da ballo.
Mentre dunque la storia classica di Cenerentola si sposta su un piano secondario, è sulla la vita di Anastasia e Genoveffa che l’attenzione si concentra: condannate alla bruttezza, in tale condanna si annida il groviglio del non detto, delle parole nascoste, fortemente intime e profonde. Sono queste che celano la verità che inevitabilmente, però, si svela alla fine lasciando a Genoveffa – nelle ultime battute – mostrarla alla illusa sorella in un crescendo di atmosfera agrodolce che lascia nello spettatore un forte senso di asperità.
D’altro canto Lello Serao, regista accorto, sceglie di affidare a delle proiezioni video (in cui appaiono Giovanni Esposito, Niko Mucci, Claudia Puglia, Carmen Pommella e Sergio Assisi) i momenti cruciali della fiaba originaria. E allora ecco assistere a un ciambellano un po’ giullare in abiti barocchi che annuncia il gran ballo o ancora a un principe dalle tendenze feticiste alla ricerca della giovane donna che ha perso la scarpetta. Non manca, poi, l’incursione di un’altra favola, quella di Biancaneve, di cui si riconoscono le tracce nel divertente round fatto di insulti e proverbi – con tanto di tabellone in cui segnare i punti – tra Genoveffa e lo Specchio, osservando il quale è stato facile richiamare alla mente la parte iniziale della bella “scena delle ingiurie” della “Gatta Cenerentola” del maestro Roberto De Simone.
Incentrato sulla comicità, lo spettacolo vive di dialoghi e situazioni grottesche e la lingua è un vero e proprio pastiche: il vernacolo napoletano prevale in tutta la rappresentazione ma non manca il suono del romano o del siciliano grazie ai personaggi degli idraulici, interpretati entrambi da Pino L’Abbate. Inoltre, anche se il registro linguistico è quello contemporaneo riesce a sembrare evocativo di un tempo passato quando Anastasia e Genoveffa, in un gioco metateatrale, “mettono in scena” la “Storia delle Pezze”.
Voci gergali, assurdità delle azioni e sapienza attoriale, in definitiva, gli ingredienti di questa mise en scène che diverte e coinvolge, premiata dal pubblico.

Piccolo Bellini
via Conte di Ruvo 14 – Napoli
contatti: 081 549 12 66 – botteghino@teatrobellini.it – www.teatrobellini.it

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