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Nato nel 2013 il gruppo di lavoro si compone di attori, registi, scrittori e tecnici della scena, insieme per sperimentare modalità alternative di espressione scenica.

di Irene Bonadies

Il logo del collettivo

Il logo del collettivo

Fino a questa sera saranno in scena al Teatro Tram di Napoli con lo spettacolo Jamais vu, una drammaturgia originale scritta e diretta da Eduardo Di Pietro, che ne è anche interprete insieme a Giulia Esposito, Vincenzo Liguori, Gennaro Monforte e Laura Pagliara. Parliamo del Collettivo LunAzione, giovane e proficua realtà napoletana che per il valore esemplare del percorso che sta compiendo, abbiamo deciso di conoscere meglio, e che proprio in occasione del debutto del suo ultimo lavoro presentato in anteprima tre anni fa nella sezione del Napoli Teatro Festival Italia dedicata agli artisti emergenti, abbiamo incontrato.
Da cosa è nata l’esigenza di formare il collettivo e quali gli obiettivi che vi eravate preposti e che finora avete raggiunto?
Il collettivo è nato da un gruppo di persone che hanno condiviso un percorso formativo e che si sono riconosciute in un’esigenza comune di creazione teatrale, di progettualità. Non avevamo degli obiettivi determinati oltre ai suddetti, ma l’intenzione era quella di creare qualcosa di originale, di personale e sottoporlo alla prova della scena. In questo senso gli obiettivi sono sempre in itinere. Due obiettivi, forse inconsci, ma ora chiari sono stati da una parte l’individuazione di un processo creativo e lavorativo, – per l’appunto – collettivo, a cui ci stiamo avvicinando ancora e progressivamente, e d’altra parte la volontà di creare un gruppo produttivo che possa essere un riferimento non solo per gli attori ma per tutti i ruoli del lavoro teatrale. Difatti il gruppo originale è cambiato molto nel tempo e per gli ultimi progetti abbiamo incrociato delle collaborazioni di cui siamo molto felici. Altri più specifici scopi si sono definiti durante il percorso e sono stati orientati da necessità e contingenze, come la volontà di sviluppare parallelamente un Progetto Scuola e un’offerta dedicata ai luoghi non strettamente teatrali, Teatro Ovunque.
Quanto bisogna essere folli per decidere di investire la propria vita in progetti teatrali? Quanto sacrificio richiede e quali paletti avete dovuto mettere per mantenerli in vita?
La sufficiente dose di follia è imprescindibile per l’arte. Questa scelta di vita, è risaputo, può divenire sfiancante, condannandoci al precariato perenne. Ma le risposte alle difficoltà proprie dell’arte e specialmente del sistema lavorativo con cui ci rapportiamo sono molto differenti per ciascuno. Abnegazione, costanza, fede sono forse alcuni dei paletti entro cui tracciare il percorso.
Siete molto impegnati anche in attività con le scuole e i vostri spettacoli hanno, ad oggi, avuto luogo in contesti diversi. Quale la risposta che avete dal pubblico e quale la tipologia di spettatori che sentite più vicina?
Parte del pubblico cambia a seconda dei progetti – e di fatti i differenti contesti in cui andiamo in scena, luoghi teatrali e non, intercettano trasversalmente spettatori molto diversi –, una piccola parte invece ci segue e ci sostiene in tutto ciò che facciamo. Però ci piacerebbe – e lavoriamo immaginando di riuscire a portare a teatro un genere di pubblico lontano dal teatro stesso – meravigliare, divertire, appassionare persone che normalmente sono indifferenti o non apprezzano le arti performative. Per esempio con le scuole la risposta ci entusiasma e ci stimola a fare meglio poiché i ragazzi sono sensibili al teatro e ci poniamo continuamente il problema di come parlargli. Canti di donne, il primo spettacolo del Progetto Scuola, ha cinque anni e in questo tempo ha cambiato elementi e linguaggi, laddove sono mutati (e aumentati) i social e gli adolescenti aggiornano i propri modi di relazionarsi e i riferimenti culturali. La tipologia di spettatori che rispecchia maggiormente il nostro lavoro può essere quella di coloro che si pongono domande, che sono riflessivi e critici, che dopo lo spettacolo vengono a parlarci, a interrogarci, a segnalare disaccordi, a condividere l’esperienza del dentro e fuori la scena, che poi non è mai un vero fuori.

Una scena dello spettacolo "Jamais vu"

Una scena dello spettacolo “Jamais vu”

Jamais vu nel 2015 debuttò al Fringe NTFI, ora ritorna in scena al Tram: come si è evoluto nel tempo il lavoro?
Il Jamais vu di oggi si è evoluto molto rispetto a quello di allora, che non poté godere di una vita adeguata e di sufficienti occasioni di messinscena. Paradossalmente è un nuovo spettacolo, una variazione sul tema, una sorta di reboot che necessita perciò di un proprio nuovo percorso. È frutto di riflessione, crescita, riorganizzazione dei materiali e delle idee, sperimentazione delle soluzioni sceniche. Chiaramente il pretesto e la situazione sono gli stessi, ma chi lo ha visto nel 2015 non potrà annoiarsi rivedendolo in questa riedizione.
Il regista Eduardo Di Pietro in merito alla messinscena afferma: «Ci orientiamo giorno per giorno sovrapponendo sogno e memoria, ciò che si è stati (ricordiamo di essere stati) e ciò che ci piacerebbe divenire». Riferito alla vostra realtà, qual è la memoria e quale il sogno del Collettivo LunAzione?
La memoria è nel nostro percorso, in ciò che stiamo costruendo. Il sogno sta nel riuscire a trovare un riconoscimento lavorativo che ci consenta di proseguire la nostra storia nel teatro.

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