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Il nono film del regista statunitense, nelle sale italiane dal 1° maggio, è il suo lavoro più cupo e politico.

di Stefania Sarrubba

isle of dogs

Una scena del film

Quattro anni dopo The Grand Budapest Hotel, Wes Anderson continua a non sbagliare un colpo. Francamente, sta diventando quasi irritante.
Quelle inquadrature centrate, così ossessivamente simmetriche che quasi si prova pena per il direttore della fotografia. Il solito gruppo di attori famosissimi pronti a fare a gara per trovare un buco nelle loro agende solo per lavorare con lui e prestare la voce a dei pupazzetti di argilla. La color correction in toni pastello, figlia illegittima di quella che immaginiamo sia la cacca di unicorno e degli abusati filtri Instagram.
Wes Anderson ha sicuramente un’estetica singolare che tutti conosciamo e amiamo (o odiamo, a seconda di dove vi troviate su questo continuum dagli estremi polarizzanti), ma è anche in grado di rinnovarla. L’isola dei Cani, il suo nono film, ne è la prova.
Il suo secondo lavoro di animazione dopo Fantastic Mr. Fox, L’isola dei Cani è molto di più di un’ennesima opera minuziosa e attenta, girata due secondi al giorno. È una presa di posizione in stop motion dalle tinte fosche, una dichiarazione politica e poetica al contempo. Certo, anche The Grand Budapest Hotel aveva una certa oscurità di fondo, sebbene nascosta sotto strati e strati di quella ormai iconica tonalità di rosa pastello. La palette di colori de L’isola dei Cani, tuttavia, si adattata perfettamente al messaggio, contribuendo a creare il film di Anderson più cupo fra quelli realizzati finora.

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Una scena del film

Stavolta siamo nel futuro, a vent’anni di distanza da un non ben identificato presente, in un Giappone distopico in cui il governo sta cercando di spostare l’attenzione dei cittadini dalla corruzione e dai vizi che corrodono le fila politiche, aizzandoli contro i cani, colpevoli della diffusione dell’influenza canina. Suona familiare? Beh, c’è dell’altro.
Nella città di Megasaki, tutti i cani sono stati esiliati in una squallida e desolata discarica, Trash Island, un grigio eppure vivido ricordo dei campi di concentramento e di quelli per rifugiati. Il pilota dodicenne Atari Kobayashi (Koyu Rankin), nipote e guardia del corpo del sindaco corrotto (doppiato dal co-sceneggiatore del film Kunichi Nomura), parte per una missione alla ricerca del suo adorato cane Spots (Liev Schreiber), il primo ad essere messo in quarantina sull’isola. Un gruppo di ex cani domestici (con le voci di Edward Norton, Bill Murray, Jeff Goldblum e Bob Balaban) e lo scorbutico randagio Chief (Bryan Cranston) lo aiuteranno nella sua impresa.
Questa epica canina in quattro parti omaggia Akira Kurosawa, nota ispirazione di Anderson. Il regista texano prende in prestito dalla cultura giapponese per raccontare una storia leggermente più scura delle precedenti da un punto di vista nuovo e coinvolgente che ingloba diversi media, dai paesaggi ispirati alle stampe di Hokusai ai personaggi kawaii in argilla alle sequenze ispirate agli anime che si scorgono negli schermi televisivi di Megasaki.

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Una scena del film

Il Giappone di Wes Anderson non ha l’aspetto di una becera appropriazione culturale. Il regista si accosta in punta di piedi alla cultura giapponese, riuscendo in quello in cui di solito Hollywood fallisce. Evita il whitewashing scegliendo attori giapponesi per dare voce ai personaggi umani, che non hanno i tratti occidentali, e lascia che parlino la loro lingua, senza sottotitoli o traduzioni, fatta eccezione per alcune sequenze. La scelta di rendere soltanto i latrati canini in inglese viene spiegata nella primissima scena, confermando che Anderson preferisce sfidare il pubblico che rendergli facile la fruizione.
Eppure Isle of Dogs è anche profondamente americano, nel senso patriottico alternativo che la parola ha assunto nell’era della post-verità di Trump. Dal momento della sua elezione, le persone hanno manifestato come mai prima, scuotendo quella che pareva essere una coscienza politica sopita. Le rappresentazioni mediatiche e audiovisive riflettono questa attitudine e L’isola dei Cani non fa eccezione, mostrando un gruppo di studenti attivisti che perorano la causa canina e fanno campagna antigovernativa, sfidando i pregiudizi e battendosi per la giustizia.
A un primo sguardo, questa piccola gemma di animazione buia e futuristica potrebbe non essere il film di Wes Anderson che ci aspetteremmo, ma è di sicuro il film di Wes Anderson di cui abbiamo bisogno adesso. Dimenticate il passato e le sue dolci sfumature, Isle of Dogs è tosto e ringhia forte.

La versione originale di questo articolo è apparsa in inglese su Demur Magazine.

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