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Al Museo della Follia di Napoli la nuova visita teatralizzata notturna firmata NarteA.

di Daniela Campana

Fonte foto NarteA

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È dall’eco decisamente dantesco che si apre il Museo della Follia – Da Goya a Maradona: «Entrate, ma non cercate un percorso, l’unica via è lo smarrimento». Così accoglie lo spettatore la mostra curata da Vittorio Sgarbi e costruita in un labirintico spazio total black, abitato da più di 200 opere tra dipinti, sculture, installazioni multimediali e fotografie. Ed è qui che l’Associazione Culturale NarteA, in collaborazione con Radicinnoviamoci e il Polo Cultrale Pietrasanta, ha scelto di ambientare, in esclusiva per  le sole date del 18 e 19 maggio, la nuova visita teatralizzata, “Insania – La follia dentro”, ideata e diretta da Febo Quercia.
Ad accompagnare il pubblico in «un percorso virtuale nella testa di un malato mentale» è Matteo Borriello, abile guida che “scorta” lo spettatore in un viaggio tra ricordi, manie, paure e consapevolezze. Trait-d’union tra la linea orizzontale della storia della follia e quella verticale dell’arte, Borriello non solo illustra come il folle e la sua accezione siano cambiati nel corso dei secoli ma mostra anche come l’arte ha reagito e agito nei confronti di questo male. Ci sono artisti – racconta – che hanno dipinto la loro pazzia o hanno celebrato la follia di altri, o ancora che sono stati vittime di quest’ultima a causa dell’arte stessa, poiché i colori, carichi di monossido di piombo, hanno intossicato i pittori provocando psicosi o allucinazioni.
A fare da frame a tutto ciò, però, ci sono gli attori-folli che irrompono improvvisamente nel percorso dando corpo a tre emozioni differenti: la verità, l’ossessione e la consapevolezza. Roberta Frascati, la verità, arriva silenziosa e rompe un equilibrio: lei, che si rivolge sempre al pubblico, lo guarda dritto negli occhi, lo indica, lo accusa –  «Conoscete la verità? L’avete mai vita in faccia? L’avete mai vissuta?» -, dà allo spettatore il compito di essere forma concreta dei suoi pensieri. C’è poi Raffaele Ausiello, personificazione dell’ossessione, che vive un vero e proprio tormento per un’immaginaria black baccara, una rosa nera con un solo petalo bianco, «bella, lunga, forte e con il bocciolo leggermente piegato a sinistra». Infine, Mario Di Fonzo dà voce alla consapevolezza: circondato da un quadro di Enrico Robusti, “In questo bar non si fa credito”, – esilarante, carico e grottesco con una prospettiva alterata come in una fotografia grandangolare, dove un mare in tempesta di un verde vividissimo si scaglia contro una pura follia collettiva – dimostra come il suo status non altera il suo essere ma paradossalmente lo stabilizza.

Fonte foto NarteA

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Giocoforza, in Insania, è la “scenografia” a rendere tutto più intenso: la toccante “Stanza della Griglia” di Cesare Inzerrillo, che mostra i volti dei pazienti trovati nelle cartelle cliniche dei manicomi dismessi, dà spazio ai tre attori di raccontare le storie di chi è stato considerato insano. Insani tutti quelli diversi, tutti quelli che non hanno rispetto per le regole, tutti quelli che «spingono la razza umana nel futuro» perché sono cosi folli da pensare di poter cambiare il mondo.
Lo spettacolo-visita mette in scena la pazzia con delicatezza e garbo, attraverso una drammaturgia semplice, ma diretta e incisiva, e tramite una recitazione dai toni e delle sfumature giuste e mai sopra le righe ponendo lo spettatore, attento e partecipe, a stretto contatto con le psicosi, contemporanee e passate che investono gli astanti e più volte spingono gli occhi di una spettatrice a guardare verso il basso ad ogni sguardo diretto degli attori, segno visibile di un attraversamento che non lascia indifferenti.

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