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Tra clownerie, narrazione, danza, teatro di figura, la compagnia italo-spagnola Residui Teatro porta in scena la storia di un viaggio in giro per il mondo alla ricerca di bambini coraggiosi pronti a difendere i loro diritti, e inaugura la quinta edizione de I viaggi di Capitan Matamoros.

di Maria Anna Foglia

Fonte foto Ufficio stampa

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“Che cos’è un diritto” ha esclamato mio figlio quando Viviana Bovino, nelle vesti di una cantastorie, ha annunciato che coi suoi Cuentos del Mundo avrebbe raccontato le storie di bambini coraggiosi per spiegare loro cosa fossero appunto i diritti.
Siamo al teatro “La giostra” in via Speranzella a Napoli e una sera di settembre prende il via – con uno spettacolo della compagnia italo-spagnola Residui Teatro – I viaggi di Capitan Matamoros, il festival internazionale di Commedia dell’Arte diretto dall’attore, regista e formatore Luca Gatta. Giunto alla quinta edizione e organizzato dalla Coop En Kai Pan animerà fino a dicembre vari posti della città di Napoli ponendo l’attenzione quest’anno sulle drammaturgie della scena. Ad aprire il festival è proprio questo spettacolo per famiglie di Residui Teatro, la compagnia teatrale nata a Roma e attiva dal 2007 a Madrid che coi residui che testimoniano la trasformazione delle cose del mondo promuove un teatro che vuole favorire l’incontro e la trasformazione personale e comunitaria.
Così Viviana, diretta da Gregorio Amicuzi, dà il via al suo racconto: in scena c’è lei, col suo abbigliamento da clown (che cambierà man mano a seconda delle storie e dei personaggi che “entreranno in scena”) e una valigia. Da questa estrapolerà il mondo: l’Africa dell’Algeria, l’America  del Nicaragua, l’Europa del tacco dell’Italia e racconterà, a grandi e piccini, storie di bambini che con coraggio affermano i loro diritti: quella di Mohammed e dei bambini Saharawi, del piccolo Abram dal Nicaragua e di nonna Felina con animo di bambina che vive in Puglia. Il coraggio è innato nei bambini, sa farsi foriero di dignità e libertà; questi cuentos sembrano dirci – o ricordarci, riportando così alla memoria una sapienza infantile, che ora da adulti può essere sbiadita – che non si ha paura se si ha coraggio, non si ha paura se si è bambini e se si è capaci di restare tali.
Scegliere di raccontare il coraggio con semplicità e divertimento dimostra quanto il teatro abbia la forza di dare forma a contenuti altrimenti difficili da spiegare; quanto lavoro certosino e interessante ci sia dietro questo festival dal respiro internazionale; quanta bellezza e maestria in questo spettacolo di Residui Teatri. Viviana infatti è un’attrice eclettica, che sa passare da uno stile ad un altro tenendo fede ad una formazione e ad una performance poliedrica: c’è il racconto che affascina e fa riflettere, la danza che incanta, la clownerie che diverte, suscita il riso mescolandosi alle altre forme teatrali. Questa commistione stilistica non disturba ma anzi sa continuamente tenere legato a sé il pubblico di ogni età di via Speranzella.

Fonte foto Ufficio stampa

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“La giostra” – una ex officina Enel che in luogo dell’archeologia industriale che ha portato alla rinascita dei luoghi per cultura – con la sua struttura dove l’assito incontra, fino a fondersi con essa, la platea mi è sembrato un luogo molto funzionale all’argomento trattato. Un teatro ad altezza bambini, che ha permesso loro di farli stare sulla scena; che ha concesso un coinvolgimento degli spettatori non solo emotivo, ma anche fisico: un teatro che diventa immediatamente dialogo. Ne è risultata quindi una interazione diretta coi bambini che sono entrati in quelle storie con la voglia di raccontare di sé, proprio perché in quei racconti, in quel coraggio, si sono riconosciuti, a testimonianza di una universalità insita nell’uomo; ne è inoltre derivato un dialogo tacito col pubblico degli adulti perché la semplicità con cui questo spettacolo ha deciso di trattare un argomento tra i più difficili da spiegare ai bambini stessi offre ai grandi una chiave di lettura o meglio una modalità di azione che può certamente aiutare a leggere la realtà, a semplificare la complessità del reale, del mondo in cui viviamo e in cui stiamo crescendo in nostri figli.
Che cos’ è dunque un diritto?
Se Viviana con i suoi cuentos ai bambini ha insegnato a nominare, a dare un nome a un atteggiamento che già conoscono, quello del coraggio con cui sanno sempre difendere i loro diritti, come essere amati, coccolati, accolti, nutriti, il diritto a giocare, ad esprimere se stessi e la propria opinione, il diritto insomma ad essere bambini, il diritto all’infanzia; agli adulti – che non avevano  bisogno di capirne la definizione – ha invece raccontato e insegnato un modo di raccontarlo: la semplicità, appunto. Quell’arma che semplifica la complessità adulta del reale, e che una volta diventati grandi dimentichiamo di aver avuto.
Occorre – come ricorda lei stessa alla fine della messinscena – “conservare un cuore da bambino”. Occorre conservare l’intelligenza semplice di capire il reale e – se necessario – con coraggio reinventarlo; occorre la furbizia pulita mista all’esplosiva contentezza di stare al mondo. È un mondo grande e bello. Anche per i confini inesistenti.

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