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“La notte non vuole venire”, edito da Fandango, uscirà domani 4 ottobre confermando l’amore per la scrittura del giovane autore, cantante e traduttore che partito da Napoli è divenuto presto cittadino del mondo.

di Ileana Bonadies

La copertina

La copertina

Sarà disponibile in tutta Italia a partire da domani, ma intanto questa sera a Padova sarà alla “Fiera delle parole” per una presentazione in anteprima. Parliamo de “La notte non vuole venire” (ed. Fandango), il nuovo romanzo di Alessio Arena, un moderno narrastorie che alla musica e ai libri ha scelto di affidare le sue storie ed emozioni condividendole con chi ha orecchie per ascoltare e cuore per apprezzarle.
Figlio del cuore pulsante di una città che instilla geni di creatività in ciascuno dei suo figli, lasciando a ciascuno il libero arbitrio di come poi trasformarla in qualcosa di costruttivo, cresciuto a suon di musica tra Napoli e la Spagna, Alessio si muove agilmente tra canzone, romanzi e traduzioni, ricevendo riconoscimenti in ogni ambito, a dimostrazione di una ecletticità non improvvisata, ma frutto di una ricchezza culturale e di una curiosità sapientemente coltivate negli anni.
Già autore di L’infanzia delle cose (Manni, 2009), Il mio cuore è un mandarino acerbo (Zona, 2010),  La letteratura tamil a Napoli (Neri Pozza, 2014) e altri racconti, a distanza di quattro anni ritorna alle stampe con questo omaggio alla diva della canzone napoletana, Gilda Mignonette, e noi di QuartaParete, alla vigilia della uscita ufficiale e del tour che lo vedrà in giro per presentarlo (qui le date), lo abbiamo raggiunto in viaggio per farci raccontare come tutto ha avuto inizio.
Come hai conosciuto Gilda Mignonette e perché hai scelto di dedicarle il tuo nuovo libro?
Da piccolo ero abituato a vedere sue foto tra quelle di parenti lontani. Pensavo addirittura fosse una di famiglia. Poi, anche attraverso l’attenzione e l’amore che ha mio padre nei confronti del suo repertorio, ho ascoltato e ricercato molto la voce di Gilda in tutti i documenti sonori ai quali potevo accedere. Anni fa, in una mostra dedicata a Federico Garcia Lorca, a Madrid, ho visto una foto del 1929 che ritrae il poeta spagnolo a New York insieme ad altri artisti. Mi sembrò di rinonoscere la Mignonette nell’unica donna presente nella foto: il sorriso solo accennato, gli occhi scuri, leggermente sporgenti, e lo sguardo intenso. Finalmente avevo una connessione tra due personaggi dei quali avevo sempre voluto scrivere.
Nella scheda editoriale si legge che il romanzo è per chi ama già autori come la Morante, Striano e la Ortese. È a loro che ti ispiri quando scrivi? O sono altri gli scrittori che hanno inciso sulla tua formazione?
Sono scrittori che apprezzo molto. Ma non potrei dire che abbiano influito sulla mia formazione di autore. Sono un progetto di ispanoamericanista. Nel senso che è quella l’area letteraria che ho studiato all’università, con molta passione, che ho amato da lettore ossessionato dalle scritture neo barocche e magicorealiste cubane, messicane, cilene e argentine, e che ho poi ritrovato sulla mia scrivania di lavoro come traduttore. Se dovessi fare dei nomi, non potrei esimermi dal citare Reinaldo Arenas e Roberto Bolaño, che ho omaggiato e citato già nei miei romanzi precedenti, soprattutto ne “L’infanzia delle cose” (Manni, 2009) e “La letteratura tamil a Napoli” (Neri Pozza, 2014) e poi Hernán Rivera Letelier, una versione operaia e cilena di Cortázar, ancora poco conosciuto in Italia.
La musica inevitabilmente si impone anche in questo romanzo: pur se facendo riferimento a un tempo lontano cosa vorresti che suscitassero nel lettore/ascoltatore le canzoni di Donna Gilda, oggi?
Se la musica è bella, il suo potere, il suo carattere, la sua magia non hanno età. Gilda possedeva una voce capace di vere meraviglie. Gli autori scalpitavano per poter vedere le proprie composizioni interpretate da colei che è stata la nostra Edith Piaf, un’artista complessa, che conobbe luci e ombre del mondo dello spettacolo, in un momento storico in cui, a New York, questo era ricco e interessante quanto in nessuna altra città del mondo.

Alessio Arena_Foto Cesare Abbate

Alessio Arena_Foto Cesare Abbate

Per presentare al pubblico “La notte non vuole venire” hai scelto di smettere i panni dello scrittore e di imbracciare la chitarra, fondendo così le tue due anime d’artista…
Sembrerebbe una forzatura, ma io davvero non ho fatto mai grosse distinzioni tra le due cose. Quando canto ho chiara l’intenzione (e anche la pretensione) di voler raccontare una storia. Quando scrivo cerco di cantare la voce degli altri. In questa occasione, poi, non potevo non corredare le presentazioni del libro con dei piccoli concerti, perché per la prima volta racconto di una cantante. E ho voluto cogliere l’occasione anche per recuperare alcune perle del suo repertorio che, nel grande e magnifico contenitore della canzone napoletana, sono molto poco conosciute.
Sei un giramondo e il tuo ultimo lavoro discografico lo dimostra: è frutto di un lungo tour in Cile. Si tratta di una scelta, di un caso, di una ricerca che non potrebbe avvenire diversamente?
Ho viaggiato molto in questi ultimi anni. Da quando non vivo più stabilmente in Italia, ci sono tornato spesso, cercando di mantenere anche un certo contatto con il mondo editoriale italiano e con il pubblico che frequenta i miei pochi concerti, cresciuto dopo la mia vittoria a Musicultura e alla partecipazione al Premio Tenco, nonostante io non sia sempre così presente. Ho viaggiato forse anche per cercare di sentirmi a casa altrove. Poi mi sono accorto che la dimensione del viaggio che più mi interessa è il ritorno. Con questo romanzo, così come nel disco che ho inciso in questi mesi e che spero possa vedere presto la luce, tento questo ritorno, avvicinandomi al centro di tutto, al posto dove sono nato. A Napoli, alla sua lingua, ma con i suoni e i colori del mondo che ormai fanno parte del mio bagaglio.
Italia, Spagna Sud America: dove immagini il tuo futuro da qui a qualche tempo?
Sinceramente non lo immagino in nessun posto in concreto. Mi fermerò quando non avrò più forze, ma spero che accada molto tardi. Non voglio stare lontano dall’Italia, ma la mia casa e la mia famiglia è Barcellona, e poi Madrid, Santiago del Cile, Iquique, dove ho conosciuto una sorta di “mal del deserto” latinoamericano e dove ho avuto la possibilità di collaborare con artisti tanto amati come Manuel Garcia, e di cantare davanti a migliaia di persone.

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