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Continua il Festival internazionale di Commedia dell’Arte organizzato dalla Cooperativa En Kai Pan che attraverso la maschera del Capitano ci porta in un viaggio alla scoperta della cultura di Napoli e di se stessi.

di Maria Anna Foglia

Luca Gatta

Luca Gatta

Giunto alla sua quinta edizione, I viaggi di Capitan Matamoros – il festival internazionale di Commedia dell’Arte diretto dall’attore, regista e formatore Luca Gatta e organizzato dalla Coop En Kai Pan – animerà fino a dicembre vari posti della città di Napoli ponendo l’attenzione quest’anno sulle drammaturgie della scena. Abbiamo incontrato il direttore artistico che ci racconta l’importanza della Commedia dell’arte tanto per la formazione dei giovani attori, quanto per il pubblico e per la città di Napoli.
In scena stasera e domani con “Le disgrazie di Flavio” di cui hai curato la regia, lo spettacolo – che reca in sé tutti gli elementi dell’antica Commedia dell’Arte – è frutto di una residenza teatrale di quattro mesi per giovani allievi attori. Qual è l’importanza della Commedia dell’Arte nel percorso di formazione dei giovani che vogliono avvicinarsi al teatro?
La Commedia dell’Arte è importante per i giovani che vogliono avvicinarsi a un determinato tipo di teatro, il teatro d’arte. Non perché il teatro non sia tutto d’arte, ma perché la Commedia unisce vari elementi che in altre forme di teatro vengono lasciati separati. Mi riferisco alle classificazioni classiche: teatro di prosa, danza, performance ecc., dove c’è un elemento espressivo considerato come quello che caratterizza il genere o la forma. Nel LICOS (Laboratorio Internazionale di Composizione Scenica), invece, la Commedia dell’Arte viene concepita non solo come un genere ma come una pedagogia, che attraversa e unisce diversi elementi, da quello fisico-gestuale alla voce, alla danza e via dicendo. Il training che pratichiamo è basato proprio sull’unione di corpo e voce e declinato attraverso una ricerca antropologica che coinvolge l’intero corpo dell’attore e che ha come obiettivo quello che Jacques Lecocq chiamava “corpo poetico”. Quello che facciamo è un lavoro artigianale, che si svolge giorno dopo giorno in sala. È assimilabile al lavoro di intaglio del diamante, ci vuole tempo, pazienza e una grande apertura. I giovani attori che scelgono di intraprendere questo lavoro devono avere la forza d’animo di cadere dieci volte e alzarsi dieci volte, perché un risultato che si avvicini alla precisione si ottiene solo con la pratica quotidiana. La Commedia dell’Arte praticata al LICOS è un laboratorio, un territorio di ricerca.
Cosa invece ha bisogno di comunicare al pubblico di oggi?
Le storie della Commedia dell’Arte sono favole, non comunicano nulla se non l’eco di una tradizione italiana; e parte del lavoro del LICOS consiste nel recuperare i repertori dell’antica Commedia. Queste favole appassionano ancora, le persone ne hanno ancora bisogno; si avverte la necessità di confrontarsi con un archetipo, con le posture, i movimenti, le maschere di ciascun personaggio e quello che si portano dietro. Alcuni cronisti antichi, nel descrivere gli spettacoli di Commedia, raccontavano dei momenti delle danze, le famose danze di Sfessania, come un elemento necessario perché “facevano passare la micrania alle donne”. Hanno fotografato senza saperlo un momento liminare tra il rituale e lo spettacolo moderno, in cui la Commedia dell’Arte si colloca. Credo che le persone abbiano ancora il bisogno di mettersi in contatto con quel momento.
Napoli e il Festival Internazionale di Commedia dell’arte, oggi giunto alla sua quinta edizione. Qual è stato il dialogo impostato in questi anni con una città poliedrica come Napoli? Come è cambiato nell’arco delle diverse edizioni?
Bisogna dire che all’inizio il festival è nato per dare uno spazio agli spettacoli che venivano prodotti all’interno del LICOS. Negli anni, per fortuna, il festival è cresciuto al punto di darci la possibilità di ospitare altri gruppi. Abbiamo subito deciso di fare un discorso internazionale. Questo è successo grazie al pubblico napoletano che ci ha seguito dandoci fiducia. Il pubblico ci ha motivato grazie alla generosità e alla curiosità verso esperienze molto diverse da quelle alle quali era abituato. Questo ci ha dato molto coraggio e ci ha permesso di andare anche oltre la Commedia dell’Arte, come è evidente anche dal programma che presentiamo quest’anno, che vede la presenza apparentemente ‘eterodossa’ dell’Odin Teatret e del Teatro Nucleo.
Capitan Matamoros è Silvio Fiorillo, l’attore e commediografo capuano tra l’altro primo a rielaborare e portare in scena la maschera di Pulcinella. A cosa è dovuta la scelta di dedicare al capitano millantatore e ai suoi viaggi il vostro festival?
La scelta è innanzitutto dovuta al fatto che la maschera del Capitano è stata la prima che la mia maestra, Claudia Contin Arlecchino, mi ha assegnato. In seguito ho iniziato delle ricerche per trovare un Capitano che mi fosse più vicino, che fosse nato nella mia terra in Campania. Così ho incontrato Capitan Matamoros che, paradossalmente, è spagnolo, o almeno pretende di esserlo. Capitan Matamoros, come tutti i Capitani, è un soldato di ventura. Silvio Fiorillo ha vissuto in prima persona l’esperienza della guerra e ha visto con i suoi occhi i soldati mercenari che si muovevano da un paese all’altro portando con sé una dimensione straniata. Matamoros è, ancora più degli altri Capitani italiani, afflitto da un umore malinconico. Insieme alla sua contro- maschera, Pulcinella, ha un legame con la luna, ne è il lato oscuro della luna. Entrambi sono folli, ma se Pulcinella rappresenta l’aspetto anarchico della follia, con la continua distruzione delle regole, Matamoros ne è l’aspetto paranoico, che si canalizza nella mania del controllo. Forse per questo Fiorillo ha deciso di vestire entrambe le maschere.
Quali sono i progetti futuri di Coop En Kai Pan, la cooperativa che produce il tuo lavoro e che “mira a diventare uno spazio aggregativo dove socializzare, progettare, creare in sinergia con altri esseri umani”?
Coop En Kai Pan sta cercando di crescere, di radicarsi sul territorio attraverso le reti e le collaborazioni e di sviluppare i suoi progetti sempre di più in un’ottica internazionale. E, sicuramente, continueremo a diffondere la Commedia dell’Arte, promuovendo la conoscenza della tradizione, la formazione e la ricerca.

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