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Risultato di una residenza teatrale di quattro mesi, lo spettacolo diretto da Luca Gatta per la rassegna Matamoros gioca con le figure della Commedia dell’Arte tra fraintendimenti e travestimenti.

di Daniela Campana

Il cast

Il cast

Nelle architetture insolite di un teatro non teatro, il 17 e il 18 ottobre, ha preso vita un antico canovaccio di Flaminio Scala, comico dell’arte attivo tra il Cinquecento e il Seicento: la Chiesa di Santa Marta a Napoli – un piccolo luogo sacro situato lungo il decumano inferiore della città – ha infatti ospitato il secondo appuntamento del Festival I viaggi di Capitan Matamoros – Drammaturgie per la scena, Le disgrazie di Flavio.
Lo spazio – scelto seguendo la scia dell’azione intrapresa dalla kermesse di voler valorizzare, attraverso il teatro, luoghi storici di Napoli – è stato reso fruibile al pubblico grazie ad una visita guidata (organizzata prima della rappresentazione e curata da Artes – Restauro e Servizi per l’Arte), la quale ha permesso agli spettatori italiani e stranieri presenti in sala (motivo per cui il percorso si è svolto in italiano, inglese e spagnolo) di apprezzare questo inconsueto luogo partenopeo. Sorta nel XV secolo d. C., per volontà della Regina Margherita di Durazzo, la Chiesa è ricordata per il Codice di Santa Marta (una raccolta di stemmi di re e regine e di numerosi nobili, oggi conservata all’Archivio di Stato di Napoli) e per essere stata il luogo in cui numerosi ribelli hanno trovato la morte durante la Rivolta di Masaniello, nel 1647. E oggi, a distanza di secoli, alcune “capuzzelle” sono ancora presenti nella cripta sottostante la Chiesa, che pur conserva alcuni residui di affreschi molto antichi.
Dunque, in questa affascinante location si è svolto lo spettacolo diretto da Luca Gatta – frutto di una residenza teatrale di quattro mesi per giovani allievi-attori, condotta dal regista e legata al LICOS (Laboratorio Internazionale di Composizione Scenica) – che tra equivoci, travestimenti e fraintendimenti si è rivelato essere una mise en scène ben riuscita anche se distante dai canoni contemporanei della comicità.
Balanzone (Luca Lombardi) ne espone la sinossi: Isabella (Rossella Luongo), giovane vedova, ama Flavio (Giuseppe Fedele), figlio di Pantalone De’ Bisognosi (Antonio Buono), ed è riamata da lui, ma anche Capitan Matamoros (Luca Gatta), tornato in città, corteggia la bella vedova. Flaminia (Giusy Andolfi), sorella del Capitano, è innamorata non ricambiata del giovane Flavio e deve respingere il corteggiamento del vecchio Pantalone.
Arlecchino (Alessandra Martino), servo di Isabella, a causa di certe bastonate ricevute, ordisce un intrigo fatto di equivoci, dice alla giovane Flaminia che Flavio ricambia il suo amore, poi induce Flavio a credere di non essere più amato da Isabella, fa travestire Pantalone da scagnozzo sfruttando il suo interesse per la bella Flaminia e fa sfidare Flavio a duello dal Capitan Matamoros per conquistare l’amore di Isabella. Solo dopo molte traversie, l’intreccio si scioglie nel finale in cui Pulcinella (Luca Gatta) organizza le nozze d’amore.
Da gioco scenico distaccato dalle consuete rappresentazioni odierne quale si mostra, la drammaturgia de Le disgrazie di Flavio (di Tiziana Sellato) conserva i segni tipici dei canovacci della Commedia dell’Arte: la presenza degli innamorati, del vecchio Pantalone e degli zanni, Arlecchino e Pulcinella. Contestualmente anche la scenografia, curata da Iannino Sas e Bianca Pacilio, ricorda le scene tipiche dell’arte dell’improvvisa: un fondale dipinto, bidimensionale, raffigurante un piazzale su cui affacciano porte e finestre praticabili.
Allo stesso modo, la recitazione mantiene le pose, le camminate e i “lazzi” dei commedianti dell’arte. Flavio è il tipico innamorato: galante e gentile si serve di una recitazione declamatoria, a tratti ampollosa. Eterno secondo amoroso è invece il vanaglorioso Capitan Matamoros, che pur mostrando le sue bravure – e ne dà ampia prova Luca Gatta con le sue cabriole e la sua attitude belligerante – è rifiutato e dileggiato dalla bella Isabella. Quest’ultima, insieme a Flaminia, possiede doti di bellezza ed eleganza che dimostra per mezzo di gesti pantomimici, tipici delle danzatrici classiche.
Particolarmente apprezzata è stata la personificazione della maschera di Arlecchino, lo zanni furbo, che Luca Gatta ha affidato ad una ragazza, Alessandra Martino. Pur avendo il volto coperto per tre quarti da una maschera dai tratti animaleschi, l’attrice riesce a evidenziare la mimica facciale: la bocca sempre aperta a mostrare un continuo digrignare di denti ne accentua la ruvida emissione di suoni e la gestualità corporea.
Componente fondamentale dei canovacci, e dunque dello spettacolo, è il travestimento. Da questo non solo derivano i numerosi equivoci, che creano situazioni assurde dal carattere grottesco, ma è proprio grazie a questo che si arriva al raggiungimento dell’agnizione finale. Infatti, il riconoscimento dell’identità, di Flavio prima e di Isabella poi, determina la volta decisiva per la conclusione nella vicenda.
Tra giochi di doppi, lazzi, momenti sonori e situazioni grottesche, Le disgrazie di Flavio può essere definito come un lavoro in progress nella ricerca della perfetta espressività corporea e vocale di uno specifico genere teatrale, quello della Commedia dell’arte appunto. Tuttavia, tale abilità di Luca Gatta e della compagnia di lasciare invariate le caratteristiche dei canovacci dell’improvvisa ha fatto sì che lo spettatore fosse “straniato” testimone di una rappresentazione (per qualcuno) non facilmente intelligibile. Difatti, a conclusione della seconda replica, se la maggior parte degli astanti si è lasciata coinvolgere dalla tarantella finale e ha scelto di approvare vivamente la resa dello spettacolo, qualcun altro ha preferito lasciare la sala sull’intonazione dell’ultima battuta.

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