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Mario Tronco e Andrea Renzi firmano la rilettura dell’opera mozartiana che apre la stagione del Teatro Bellini di Napoli, dimostrando ancora una volta come il teatro e la cultura sappiano unire gli uomini nello spazio e nel tempo.

di Irene Bonadies

Foto Paul Bourdrel

Foto Paul Bourdrel

Il lavoro di interpretazione e riscrittura musicale che l’Orchestra di Piazza Vittorio fa con l’opera lirica, in scena fino a stasera 30 ottobre al Teatro Bellini con il Don Giovanni di Mozart – mentre già nel 2016 aveva lavorato alla Carmen di Bizet e nel 2009 a Il Flauto magico sempre di Mozart – porta continuamente a un risultato caratterizzato da un’energia superiore rispetto al lavoro originale, perché frutto di una vera e propria reazione di fusione tra il lavoro originale e i vari componenti dell’Orchestra.
Don Giovanni, una tra le ultime opere composte da Mozart, fu scritta tra marzo e ottobre del 1787 su libretto di Lorenzo da Ponte e andò in scena per la prima volta al Teatro Nazionale di Praga il 29 ottobre dello stesso anno. Mozart era stato invitato a comporre l’opera da Pasquale Bondini, impresario del Teatro, e da Domenico Guardasoni, vicedirettore e regista della compagnia, dopo il successo plateale che Le Nozze di Figaro avevano avuto in città e per tale motivo affidò il libretto e il soggetto al Da Ponte, autore già del Figaro, che, con un costume abituale per l’epoca, utilizzò come modello un libretto di Giovanni Bertati da poco portato in scena a Venezia: Don Giovanni o sia il Convitato di pietra. L’opera a Praga ebbe un successo enorme, tanto da restare in scena per anni e legarsi indissolubilmente alla città; al contrario a Vienna, dove l’opera arrivò l’anno successivo, venne accolta freddamente e restò in scena solo per poco più di una decina di repliche.
La trama dello spettacolo, così come quella dell’opera, si basa sulle avventure di tale Don Giovanni – “giovane cavaliere estremamente licenzioso” il cui unico scopo nella vita è aggiungere nomi alla sua lista di donne concupite “d’ogni grado, d’ogni forma, d’ogni età” – accompagnato in scena e nelle sue gesta dal servo Leporello; ci sono poi tre donne che orbitano sul palco e nelle vicende narrate: Donna Elvira, Donna Anna e Zerlina, tutte oggetto del desiderio di Don Giovanni ma tutte abbandonate, tra cui solo una, Elvira, è ancora innamorata e prova in tutti i modi a far redimere il protagonista, e infine Don Ottavio e Masetto, rispettivamente fidanzato di Donna Anna e promesso sposo di Zerlina.
Sebbene sia palesemente un eroe negativo, e non manchino violenze, abusi e persino un omicidio, quello del Commendatore padre di Donna Anna accorso in difesa dell’onore della giovane donna macchiato dall’audace seduttore, Don Giovanni è molto spesso confuso con un personaggio più frivolo e leggero non solo per il genere dell’opera (definita dramma giocoso o opera buffa dallo stesso Mozart) ma anche per la musica che molto spesso pare quasi esaltarne le gesta e i discorsi. In questa versione teatrale firmata dal fondatore storico dell’Orchestra, Mario Tronco con Leandro Piccioni e Pino Pecorelli, per la regia di Andrea Renzi, la musica (orchestrata da Leandro Piccioni – pianoforte, Pino Pecorelli – contrabbasso, Davide Savarese – batteria, Emanuele Bultrini – chitarre, Andrea Pesce – tastiere) assume un ruolo ancora più caratterizzante che nell’opera stessa: è infatti la musica che dà colore ai vari personaggi e alle vicende in cui gli stessi sono coinvolti, e ciò grazie alla commistione di generi che, pensati ad hoc per ogni momento, si sposano perfettamente con testo, situazione, personaggi e anche attori.

Foto Paul Bourdrel

Foto Paul Bourdrel

Nella versione dell’Orchestra di Piazza Vittorio, l’esuberanza e tracotanza del nobile seduttore, abituato a far ricorso a maschere e mille sotterfugi per raggiungere il suo scopo, viene esaltata dalla voce possente ma delicata di Petra Magoni che – come dice lo stesso Tronco “sfida la morte a viso aperto e non si traveste mai perché lui stesso è maschera, androgino dalla sessualità indefinita, uomo e donna”; le tre protagoniste femminili, che fungono anche da coriste accompagnando alcuni quadri con siparietti di altri tempi, sono tratteggiate in maniera precisa sfruttando bene anche le sonorità di ciascuna di loro: la dolce ma vendicativa Donna Anna (Simona Boo) con il suo accento brasiliano, la combattiva – sebbene tra odio e amore – Donna Elvira (Hersi Matmuja) con la sua voce lirica e la più vivace di comportamenti e pensieri Zerlina (Mama Marjas) dallo stile raggae. Allo stesso modo i personaggi maschili hanno qui un tratto affine alle loro partner così ecco l’eleganza di Don Ottavio (Evandro Dos Reis) richiamare la musicalità della sua partner, il promesso sposo Masetto (Houcine Ataa) colorarsi di vivacità come la sua amata e infine la precisione del servo fedele Leporello (Omar Lopez Valle) con i suoi toni bassi e caldi coniugarsi perfettamente all’esuberanza del suo padrone.
L’orchestra è per sua natura un unico corpo composto da tanti organi che funzionano all’unisono: tutti dotati di autonomia e capacità, è però solo operando sintonia che l’ingranaggio raggiunge la perfezione del meccanismo; in questo caso la commistione di talenti provenienti da diversi ambiti musicali, con patrimoni sonori ben definiti e culture diverse dà origine a quella che lo stesso regista Renzi, parlando della nascita dello spettacolo, definisce come una reazione chimica: “La partitura reagiva chimicamente al contatto con i musicisti e i cantanti, e, sollecitata dall’inventiva dei singoli, esplorata nelle possibili risonanze e nelle più sottili sfumature da ogni strumentista, resa vivida dalle voci, cresceva giorno dopo giorno verso la sua dimensione definitiva”.
Ed è infatti proprio il valore di ogni singolo che viene esaltato nelle produzioni dell’Orchestra di Piazza Vittorio, valore che è frutto anche di un curatissimo lavoro collettivo di integrazione di talenti e tradizioni, portato avanti con successo dal 2002 da Tronco in qualità di direttore artistico e da Agostino Ferrente cofondatore dell’OPV.
E così, ecco che l’orchestra, nata per salvare lo storico Cinema Apollo nel rione Esquilino di Roma dove gli Italiani sono una minoranza etnica, tramite auto-tassazione di alcuni cittadini, in 16 anni di vita ha, di fatto, creato posti di lavoro e relativi permessi di soggiorno per eccellenti musicisti provenienti da tutto il mondo e continua a confermarsi, ogni volta, come un esempio vincente e quanto mai attuale di come una comunità possa ampliare le proprie qualità e potenzialità grazie proprio alle differenze e alle variopinte diversità dei singoli che la compongono.

 

Teatro Bellini
via Conte di Ruvo 14 – Napoli
contatti: www.teatrobellini.it

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