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Dopo la tournèe italiana, fa tappa al teatro La Giostra di Napoli lo spettacolo di Davide Dolores in cui la vita di un barbone si intreccia con quelle di un fisico aprendo a nuove prospettive.

di Irene Bonadies

Fonte foto Ufficio stampa

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Mazara del Vallo, 1938: fa la sua comparsa un uomo venuto dal nulla e dal silenzio, ha i capelli neri, l’aspetto smilzo, la carnagione scura. Non è un abitante di Mazara né viene dai dintorni, dalla fisionomia potrebbe essere del nord Africa, chissà. Non chiede nulla, né soldi né cibo, e a chiunque gli porga qualcosa chiede di posarla a terra dopodichè la prende, proprio come fanno i cani quando prendono il cibo dalla scodella per portarlo fuori di essa e poi mangiarlo. Questo suo comportamento gli fa acquisire il soprannome di omu cani, l’uomo cane. lo si può trovare di giorno sulle scale sotto la statua di San Vito, raffigurata proprio con due cani, oppure sul lungomare; cammina per la città con addosso un cappotto cammello che non toglie mai, un sacco di iuta e un bastone alla cui punta c’è un chiodo usato per raccogliere il cibo, i mozziconi di sigaretta o per scacciare chi lo importuna. Come una statua non parla mai ma quando lo fa usa un perfetto italiano; si dice che conosca quattro lingue, si dice che conosca la matematica a tal punto che gli studenti si rivolgono a lui per farsi aiutare con i compiti.
Alcuni di lui hanno paura, ma Tommaso, così i mazaresi dicono si chiami, è buono e schivo e non ha mai fatto del male a nessuno. A raccontarci la sua storia – scritta, diretta e interpretata da Davide Dolores, in scena al Teatro La Giostra di Napoli dall’11 al 13 gennaio – sono due anziani abitanti di Mazara che condividono tra di loro e con noi ricordi e aneddoti sull’omu cani. Lo hanno conosciuto quando erano giovani, quando da boyscout gli portavano i pacchi o da studenti discutevano se chiedergli aiuto per i compiti di matematica. Ma la storia di Tommaso non ci viene presentata solo da loro due: tra un ricordo e l’altro interviene anche un narratore che aggiunge dettagli, date, descrive luoghi e fatti, e soprattutto introduce il secondo protagonista dello spettacolo: Ettore Majorana.

Fonte foto Ufficio stampa

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Majorana, nato a Catania nel 1908, è uno dei più famosi fisici teorici italiani che ha lavorato nel gruppo guidato dal premio Nobel Enrico Fermi, i ragazzi di via Panisperna. Ettore era il più bravo di tutti, il più brillante, così come asserivano i suoi colleghi, a lui si devono molte intuizioni sulle particelle atomiche e le forze ad esse legate, così come sulle equazioni della fisica quantistica che negli anni Trenta si stava affermando sempre più grazie alle scoperte sull’energia nucleare condotte in Italia dallo stesso Fermi e in Europa.
Nel 1932 per approfondire i suoi studi si reca a Lipsia e a Copenaghen dove conosce Heisenberg e Bohr, due dei massimi esponenti del periodo per la fisica quantistica; ma durante questo viaggio qualcosa cambia nella sua psiche tanto che al rientro in Italia tende sempre più ad isolarsi ritirandosi dall’Istituto di via Panisperna, sebbene continui a scrivere articoli scientifici. Quella vertigine, nata probabilmente dalle conversazioni con i due colleghi europei ( così come descritto in un altro spettacolo che li vede protagonisti, Copenaghen), lo porta nel 1938, appena un anno dopo aver ottenuto per chiara fama la cattedra di Fisica Teorica all’università di Napoli, a prendere una drastica decisione: scomparire.
Le sue tracce si perdono su un traghetto tra Napoli e Palermo, e proprio in questo punto l’autore intreccia la storia di Ettore con quella di Tommaso. È lo stesso fisico a parlarci di sé, dei desideri e dei turbamenti che la notte di navigazione gli ispira, in un vibrante monologo dove immagina di essere una bottiglia lanciata lontano dalle mani di un bambino. Ma come scrive in un telegramma indirizzato ad un amico napoletano, anche il mare lo ha rifiutato e così proprio partendo da questo debole ultimo indizio si fa strada nella mente della gente comune della cittadina siciliana l’idea che l’omu cani possa essere il famoso fisico.
In un continuo alternarsi di dialoghi, monologhi e racconti, Davide Dolores si divide tra i vari personaggi che di volta in volta conquistano la ribalta e, attingendo alle sue stesse origini, ricrea l’atmosfera siciliana dell’epoca portando gli spettatori a calarsi in essa.

Fonte foto Ufficio stampa

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Basata su fatti e racconti veri, dunque la trama prende corpo e offrendo spazio a più voci e punti di vista, ci lascia osservare da diverse angolazioni la apparentemente semplice ma misteriosa vita di un uomo che ha scelto di vivere e guardare il mondo dalla strada, dal basso verso l’alto, così inducendoci, attraverso  il suo modo di vivere distaccato e dignitoso, a cambiare sguardo sul mondo.
Osservare le cose anche sotto altri aspetti, del resto, è quello che lo stesso Tommaso ha deciso di fare, quello che Ettore Majorana ha probabilmente deciso di fare, quello che sicuramente dovremmo noi tutti fare per poterci meglio calare nelle realtà, molteplici e differenti dalle nostre, in cui ci imbattiamo quotidianamente. Per poter meglio comprendere chi ci è di fronte senza averne paura.
La sfida lanciata al pubblico non era affatto semplice anche per questo, ma Omu cani la vince arrivando facilmente al cuore: per la sua storia e i suoi protagonisti tratteggiati con grande trasporto; per l’interpretazione in grado di catturare costantemente l’attenzione di chi ascolta; per la regia che con pochi, semplici elementi e varie inserzioni sonore è in grado di trasportarci in diversi luoghi e diverse vite.
In più, dimostra di coniugare con equilibrio e maestria due ambiti apparentemente distanti, quello teatrale e quello scientifico, grazie alla sensibilità del suo stesso autore che si avvicina ai due personaggi con romanticismo e rigore, partendo dai racconti del padre mazarese, poi approfonditi da studi e ricerche personali.
Il risultato è uno spettacolo che oltre ad essere una interessante prova attoriale, non scontata, si presta ad essere con efficacia un valido strumento di divulgazione scientifica e soprattutto l’occasione per riflettere sui concetti di emarginazione e integrazione, quanto mai attuali in questo preciso momento storico e rispetto ai quali non dovremmo restare mai indifferenti: ma è possibile conoscere a priori la storia che ogni essere umano ha alle proprie spalle e che lo porta ed essere dove e com’ è, e giudicare solo quello che si presenta dinanzi ai nostri occhi è il primo passo che ci allontana dall’essere umani.

Teatro La giostra
Via Speranzella 81, Quartieri Spagnoli -Napoli
Inizio delle rappresentazioni teatrali ore 20.30 (venerdì e sabato), ore 19.00 (domenica)
Info e prenotazioni: 3492187511 – 3488100587 – lagiostrateatro@gmail.com

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