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Il racconto del 1917 di Franz Kafka si trasforma in spettacolo di prosa per la regia e interpretazione di Marina Confalone, invitando a riflettere sulla costrizione della propria vera natura pur di conformarsi ai dettami della società.

di Irene Bonadies

Marina Confalone in scena

Marina Confalone in scena

Reprimere la propria libertà per adeguarsi alla società circostante e agli altri è pratica assai comune tra gli uomini, ma in “Una relazione per un’accademia” i processi di repressione e adeguamento sono spinti ad un livello tale da sconfinare nell’assurdo. Il professor Rotpeter, oratore di questa relazione, ci racconta la sua vicenda personale di scimmia che ha dovuto reprimere la propria natura per adeguarsi a quella da uomo pur di avere una via di fuga dalla condizione di cattività in cui era caduto. Come ci tiene a ribadire durante l’esposizione, non è stata la voglia di libertà a fargli trovare la soluzione per uscire dalla gabbia in cui lo avevano rinchiuso gli uomini che lo avevano catturato, ma la necessità di trovare una via di fuga. La libertà, infatti, sebbene puntasse a riconquistare lo status quo contemplava numerosi rischi, e soprattutto metteva in pericolo la propria vita, la via di fuga, invece, puntando solo ad uscire dalla condizione in cui era – su una nave rinchiuso in una gabbia con la faccia verso un baule – comportava meno rischi.
Questa scelta, presa con la pancia, così come fanno le scimmie, segna l’inizio di una nuova vita per Rotpeter: la sua rinascita come uomo.
“Una relazione per un’accademia” con Marina Confalone che ne ha curato anche la regia, è la trasposizione teatrale, curata dalla stessa Confalone, dell’analogo racconto di Kafka pubblicato nel 1917. Lo spettacolo ha debuttato in prima assoluta a Napoli nel 2017 nella storica aula di Chimica dell’Università Federico II, nel 2018 poi è stato al Festival Benevento Città Spettacolo e quest’anno è arrivato al Teatro Sannazzaro di Napoli, che lo ha ospitato dal 25 al 27 gennaio.
La struttura del racconto si presta già ad una trasposizione teatrale, ma il valore aggiunto dato dalla regista nonché interprete ha permesso di rendere ancora più verosimile la storia: una cattedra e una lavagna a ricreare l’ambiente accademico, una parrucca e piccoli dettagli a ricostruire le sembianze animalesche. Ma sono soprattutto le ricercate movenze, le minute digressioni nei gesti e nei versi a rendere il protagonista, sulla scena, credibile. La perfetta interpretazione infatti, cammina sul filo dell’equilibrio teso tra il mondo animale originario e quello umano attuale, sposandosi perfettamente con la prosa di Kafka che si muove più volte sul confine tra animalità e umanità.
Sovente si trova in Kafka l’animale protagonista dei racconti, in particolare è il complesso e indissolubile legame che si intreccia tra i due universi a essere oggetto delle opere dello scrittore praghese. In tutti i suoi racconti questo paradossale intreccio diventa possibile e vissuto in maniera realistica dai protagonisti, sebbene una netta differenza tra l’uomo e l’animale biologicamente parlando sussiste e un senso di angoscia e inquietudine permane. In questo caso la commistione uomo-animale è ancora più plausibile perché ciò che si verifica in Rotpeter è solo una sorta di accelerazione del concetto darwiniano di evoluzione: la scimmia che si ingegna per trovare una soluzione a un problema e, una volta giunta allo stadio più avanzato, è impossibilitata dal tornare indietro. Alla luce di ciò, l’interpretazione del testo e del personaggio fatto nella versione firmata dalla Confalone si sposa perfettamente non solo con il modo usato da Kafka per rappresentare gli animali nei suoi racconti – minime descrizioni di gesti e abitudini – ma soprattutto con la figura di Rotpeter, la trasposizione di un nostro antenato al tempo presente.

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