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Al cinema ha debuttato con Alessandro Borghi, neo premiato ai David di Donatello 2019, nei panni della sorella di un boss, ma ora a teatro, per Eliseo Off, si appresta al suo primo monologo, rilettura in chiave moderna del mito euripideo.

di Ileana Bonadies

Barbara Chichiarelli

Barbara Chichiarelli

Diplomatasi all’Accademia d’arte drammatica “Silvio D’Amico” e poi specializzatasi con Antonio Latella, dopo tanta esperienza a teatro Barbara Chichiarelli è divenuta presto un volto anche della tv grazie a serie di successo come “Suburra”, al fianco di Alessandro Borghi, e “La Compagnia del cigno” per la regia di Ivan Cotroneo. Ora, però, è pronta a ritornare in palcoscenico, al Teatro Eliseo di Roma, per la programmazione off, dove, da domani 3 aprile fino al 29, vestirà i panni di “Ifigenia in Splott” di Gary Owen diretta da Roberto Romei.
Il lavoro, ambientato in un quartiere di Cardiff, nel Galles, narra la storia di una ragazza di oggi, ben lontana dalla figura tratteggiata da Euripide, e si fa pretesto per parlare delle periferie d’Europa ma anche di chi vive ai margini della società, tra solitudine, povertà e dipendenze senza alcuna possibilità di riscatto.
Alla vigilia del debutto ecco cosa ci ha raccontato del suo immediato presente e del futuro che l’attende.
Un’ora in scena da sola vestendo i panni di una eroina contemporanea. Come si sta preparando ad affrontare questo monologo? E quali saranno le sfumature più rilevanti della sua Ifigenia, quelle che vorrebbe lasciassero un segno nel pubblico?
La preparazione è più o meno la stessa di quando mi preparo ad uno spettacolo, sebbene questo sia un monologo e si tratti della prima volta per me: ci si scalda voce e corpo e si va. Per ora, dunque, sta andando tutto per il meglio, anche perché le prove sono senza pubblico quindi l’emozione non sta ancora giocando brutti scherzi. In più il testo è talmente scritto bene e si tratta di una storia talmente tanto realistica da essere agevolata nel lavoro.
Per quanto attiene le sfumature, in realtà  è tutto già scritto ed è tutto già nel testo per cui non è richiesto molto di più, ma sicuramente sarà una bella prova per me perché ci sono forti emozioni che attraverso durante tutta la messinscena per cui ciò che mi auguro è riuscire a veicolarle al meglio.
Quanto crede sia efficace in termini di impatto sul pubblico la scelta sempre più diffusa di trattare i miti così come i classici in chiave moderna?
Credo sia un’operazione molto efficace e non è la prima volta che vi partecipo: l’ultimo spettacolo importante è stato una saga, quella degli “Atridi”, per la regia di  Antonio Latella e si è trattato appunto di una rivisitazione del mito: dell’efficacia di trasposizioni di questo genere, quindi, ne ho avuto prova, trattandosi di storie che non hanno tempo, che ruotano intorno a figure archetipiche che racchiudono tutte le nostre paure, le domande, i desideri risultando sempre attuali. Chiaramente poi il passaggio di attualizzazione del linguaggio, delle circostanze, del contesto aiuta lo spettatore a entrare nel vivo della storia e a ridurre ogni distanza.
Lei nel 2016 ha vinto il Premio UBU proprio con “Atridi: otto ritratti di famiglia”: aggiudicarsi molto giovane un riconoscimento così importante crea più orgoglio o preoccupazione per le responsabilità di cui investe?
Il premio non l’ho vinto io personalmente ma tutto il gruppo di lavoro premiato appunto con l’UBU quale Miglior spettacolo e Miglior attore Under 35, e il fatto che se lo sia aggiudicato la squadra e non il singolo fa la differenza. Per ciascuno ha rappresentato l’incipit per lavorare in maniera seria ma non seriosa, e per seria intendo con passione e dedizione; si è trattato di un riconoscimento meritocratico rispetto a tutto il lavoro e l’impegno messo nel progetto, quindi ci ha inorgoglito sicuramente ma non ci ha caricato di responsabilità o paure né ci ha creato un super-io, semplicemente è stato il riconoscimento per un lavoro di qualità, svolto in sinergia, che non sarebbe stato tale se non fossimo stati tutti assieme e se non ci fosse stato Antonio Latella a metterci nelle condizioni di lavorare al meglio.
Con questo lavoro lei torna a teatro dopo essere stata tra i protagonisti di “Suburra – La serie” su Netflix e ancora di una madre problematica in “La compagnia del cigno” su Rai Uno: in quale ruolo si sente più a suo agio?
Essendo una persona molto curiosa mi piace spaziare e sono contenta di aver avuto la possibilità, in così poco tempo, di poter interpretare personaggi completamente diversi l’uno dall’altro. Non c’è un ruolo in cui mi sento più comoda o più a mio agio e forse se ci fosse lo rifuggirei perché mi limiterebbe nella ricerca, nell’esplorazione. La verità è che sono sempre alla ricerca di nuove sfide.
Dopo il Teatro Eliseo cosa l’aspetta o cosa vorrebbe l’aspettasse al cinema, in teatro o in tv?
Una bella novità! In Italia è molto difficile, soprattutto quando un attore riesce ad essere efficace in una parte, cambiare completamente genere, tipo di narrazione o di mezzo perché la tendenza è quella di bollarti in un determinato ruolo, ma proprio per evitare questo rischio mi piacerebbe interpretare magari un film – perché no! – muto, o in cui sono una persona con forti problemi caratteriali, mentali;  qualcosa, insomma, che mi coinvolga totalmente da un altro punto di vista.
Ciò che è certo è che mi piace molto lavorare in gruppo e quindi vorrei impegnarmi, a teatro come al cinema, in progetti che mi consentano di farlo.
Le piacerebbe scrivere un testo completamente suo o curare una regia?
Velleità registiche ne ho, e già in passato, soprattutto durante gli anni in Accademia, ho avuto la possibilità di mettermi alla prova in tal senso. Mi piacerebbe, ad esempio, fare le “Tre sorelle” di Cechov in chiave completamente bizzarra, coadiuvata da uno scrittore o drammaturgo amico, ma al momento non se ne è ancora presentata l’occasione e dunque da buona fatalista aspetto.
Un compagno di viaggio col quale si è trovata particolarmente bene o con cui vorrebbe lavorare?
Con tantissimi! Essendo molto diligente e provenendo da una scuola molto rigida, sono una persona molto puntuale e precisa che non invade il lavoro dell’altro e ciò mi facilita nell’entrare quindi  in relazione con le persone con le quali lavoro; poi certo non con tutte scatta un feeling, ma ad oggi ritornerei a lavorare con tutti i miei colleghi incontrati finora. In particolare, tutto il cast di “Santa estasi” con cui ho condiviso un percorso talmente tanto profondo, sia sul piano di vita che di lavoro, che ad oggi sono loro le persone con cui tornerei a lavorare immediatamente. Lo stesso dicasi sul set: mi sono trovata benissimo con tutti, in primis con Alessandro Borghi, con cui è avvenuto il mio battesimo assoluto al cinema e per il quale non potrei essere più onorata.

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