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Nel bicentenario de “L’infinito”, Antonio Piccolo immagina e mette in scena il possibile incontro tra il poeta e la “femme fatale”, affidando a prosa e poesia il compito di raccontare, sotto nuova luce, una risaputa verità.

di Daniela Campana

Foto di Federico Cappabianca e Flavio Ricci

Foto di Federico Cappabianca e Flavio Ricci

Restituire un Leopardi straordinariamente vivo non è cosa facile, ma riesce perfettamente ad Antonio Piccolo, nel dirigere, scrivere ed interpretare All’apparir del vero. Dialogo di Giacomo Leopardi e della Morte, spettacolo dalle sfumature brillanti, andato in scena al Teatro Rostocco di Acerra il 30 e il 31 marzo scorsi.
La pièce, piacevolmente ben fatta, è caratterizzata da una drammaturgia vivace, strutturata su un dialogo ritmico in versi e in prosa, fra “il giovane favoloso” e la Morte (interpretata con guizzo e maestria da Melissa di Genova), immaginato dal drammaturgo per rispondere ad alcuni interrogativi che egli stesso si pone: «Come può un uomo che – pur lamentandosi della crudeltà della natura – ha viaggiato in lungo e in largo per l’Italia, ha amato le donne, il cibo, e scritto ininterrottamente… come può un uomo così vitale, insomma, detestare davvero l’esistenza?». Spinto dall’esigenza e dal desiderio di dare una risposta a tale domanda, Antonio Piccolo dà vita ad un vero e proprio De Profundis laico, atto a scavare profondamente nell’anima del poeta per esternarne pensieri, ricordi e ossessioni.
All’apparir del verotesto a cui è stato conferito il terzo posto alla prima edizione del premio nazionale di drammaturgia “Scena&Poesia” (2017) – dà forma concreta (passando per la fantasia dell’autore) agli ultimi istanti di vita di Giacomo Leopardi.
Su di una scena scarna e un palcoscenico totalmente ricoperto da scritti leopardiani, il poeta, intento a comporre l’ultimo dei suoi Canti, La ginestra, verrà interrotto dalla Morte (una bella donna che si presenta a lui con un cappuccio nero, senza volto, con voce cavernosa e una falce in mano), la quale si fa corpo non per portarlo via, ma perché ha bisogno del grande scrittore per inviare un importante messaggio all’umanità: ha bisogno del genio leopardiano per comunicare al mondo intero che è ormai stanca di “lavorare”, perché continuamente dileggiata, schernita e disprezzata dagli uomini. Da qui si svilupperà la pièce: da un lato, Giacomo Leopardi che, disilluso da questa apparizione e ormai stanco della vita, rimprovera la Morte per non aver mai ascoltato le sue continue invocazioni e la persuade a ritrattare perché «se non si muore più c’è la vita che continua» e, allora, l’immortalità non può che essere un malanno senza cura; ; dall’altro Lei – «la femme fatale più fatale che ci sia» – che ne scuote la sensibilità, evidenziando quanto – in fondo – abbia vissuto una degna esistenza ed incalzando un lungo encomio non solo alle sue qualità ma soprattutto alle sue più celebri composizioni.

Foto di Federico Cappabianca e Flavio Ricci

Foto di Federico Cappabianca e Flavio Ricci

Antonio Piccolo, già vincitore con il suo primo testo Emone – una rilettura del mito di Antigone – del premio Platea 2016 (concorso per opere teatrali inedite di autori italiani, al quale hanno partecipato più di quattrocento autori), è sicuramente attore accorto – ne dà ampia prova con una perfetta declamazione dell’Infinito – ma, soprattutto, drammaturgo dalla penna virtuosa e talentuosa. Riesce a cogliere e a trasferire allo spettatore, traducendo in parole e versi con un linguaggio semplice ma mai scontato, il “pessimismo” leopardiano, quale consapevolezza di chi ha vissuto e osservato la vita con una fortissima aderenza alla realtà senza alcun inganno della mente né dei sensi.
All’apparir del vero può essere inserito nella rete di celebrazioni, in corso in questi mesi, realizzate in occasione del bicentenario dell’Infinito, sicuramente la più alta espressione del genio poetico leopardiano. Tra queste, va ricordata la mostra bibliografica, documentaria, iconografica e multimediale dal titolo Il corpo dell’idea. Immaginazione in Vico e Leopardi, curata da Fabiana Cacciapuoti, che fino al 21 luglio 2019 sarà ospitata presso la Sala Dorica della Biblioteca Nazionale di Napoli, la quale conserva la prima stesura autografa del capolavoro del poeta recanatese.

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