Manlio Boutique

Survival e revenge movie a un tempo, il secondo film del regista di Get Out, uscito ieri in Italia, gioca col concetto del sottosopra e scava più a fondo nel sunken place, il rimosso di ciascuno.

di Stefania Sarrubba

La famiglia Wilson.

La famiglia Wilson.

Tra le pellicole più attese di questo 2019, Us – Noi è il secondo film di Jordan Peele, appena approdato nelle sale italiane.
Noi sente il peso di seguire uno tra i debutti cinematografici più interessanti degli ultimi anni, Get Out, per cui Peele vinse l’Oscar alla migliore sceneggiatura originale.
Qui, il produttore, sceneggiatore e regista americano che si è detto non interessato ad avere un protagonista bianco “perché quel film l’ho già visto” scava ancor di più nel sunken place, lo sprofondo della coscienza in cui il protagonista di Get Out resta intrappolato.
E su qualcosa di altrettanto nascosto alla vista Peele doveva puntare per una seconda fatica che potesse bissare il film del 2017. Originale non perché sia effettivamente un elemento nuovo, ma perché nuovo è il pubblico a cui il racconto sulla blackness viene presentato. E nuove sono le modalità.
Non cambia la formula, infatti, che è quella dell’horror comico. Peele fonde i due generi e i loro trucchi più noti e ne fa una terza via a sé stante, dove la paura e la comicità vanno di pari passo e procedono dal noto. Nel caso di Noi, la paura è il diretto risultato di ciò che è fin troppo conosciuto da risultare rimosso. Senza scomodare Freud, Noi mette gli spettatori di fronte ai doppelgänger dei protagonisti e, con essi, ai propri.
La famiglia Wilson, capitanata dalla fiera, incredibile Lupita Nyong’o nel ruolo di Adelaide, va in vacanza a Santa Cruz, dove, molti anni prima, era stata protagonista di un episodio inquietante.
Al luna park coi genitori, la piccola Adelaide si allontana e si perde in una casa degli specchi, dove crede di aver visto il suo doppio. Riuscita a scappare, si porterà quelle cicatrici nell’età adulta.
Adelaide, suo marito Gabe (Winston Duke di Black Panther) e i figli Zora (Shahadi Wright Joseph) e Jason (Evan Alex) trascorrono una banalissima giornata sulla spiaggia insieme a una famiglia di amici, con Elisabeth Moss di The Handmaid’s Tale nei panni dell’annoiata, superficiale conoscente.
In seguito a una serie di inspiegabili coincidenze, quella sera stessa la famiglia riceverà una visita inaspettata.

I tethered di "Us"

I tethered di “Us”

Quattro individui che hanno le loro stesse sembianze, vestono di rosso e brandiscono delle affilatissime forbici, cercheranno di ucciderli. Non prima, però, di aver spiegato nei dettagli la cospirazione governativa che c’è dietro la loro stessa esistenza.
Chi sono queste persone che vedono una figura messianica nel doppio di Adelaide, Red? Lei è l’unica tra loro che può parlare, in una voce spezzata che tradisce un trauma passato e rivela la potenza dell’interpretazione stratosferica di Lupita Nyong’o. E fa a brandelli la concezione dicotomica di bene e male.
Peele lega i cloni – i “tethered” – a degli esperimenti del governo che li hanno relegati nei tunnel al di sotto degli Stati Uniti.
Seppur elaborato qui in maniera fin troppo didascalica, ritorna il concetto del sottosopra.
Come in Get Out, ma anche in altre produzioni recenti come Stranger Things, scendere nell’abisso significa prima di tutto guardare dentro di sé, fissare, con occhi sgranati, la parte oscura che a fatica si cerca di rimuovere per sottostare alle condizioni che tengono in piedi la società.
Ma Noi è, come Get Out, un lavoro contemporaneo. Pertanto, il mondo di sotto assume una valenza politica tutt’altro che irrilevante nello scenario dell’America di oggi. Red e gli altri sono i dimenticati dalla presente amministrazione USA, che forse continueranno a essere dimenticati da molti dei potenziali candidati che affollano il terreno fertile delle presidenziali del 2020. Eppure, al pari dei più fortunati, sono americani, appunto, come Red stessa stessa dirà nelle presentazioni.

Lupita Nyong’o

Lupita Nyong’o

Noi è un esempio sopraffino e originale di dualismo di genere. E non è solo di horror e commedia che si parla.
In effetti, la pellicola riesce a essere a un tempo sia survival movie, dove i protagonisti devono sopravvivere a una minaccia esterna, che revenge movie, in cui i doppelgänger che meditano vendetta hanno, in fin dei conti, tutti i motivi per farlo.
C’è chi vedrebbe, in Noi, una previsione delle estreme conseguenze della perdita di umanità che gioca sul doppio piano di pubblico e privato.
La ribellione degli invisibili, dei cloni che, riflessi in uno specchio, non restituiscono altro che l’immagine dei protagonisti è un alias sia per coloro abbandonati a sé stessi dalla società, dai migranti agli homeless, che per l’intimo di ciascuno, sacrificato nella dimensione sociale.
Se è facile capire da che parte stare, difficile è capire come agire. Il finale, che conferma un plot twist piuttosto prevedibile, lancia interrogativi che vorrebbero un sequel, se Peele fosse un filmmaker da scelte ovvie.
Il suo Noi fa qualcosa di diverso da Get Out, al confronto lineare, semplice, autoconclusivo, più confortevole di quest’ultima opera.
Get Out, forse nel complesso migliore di Noi, lo si guardava da lontano.
Noi pecca di alcuni buchi di sceneggiatura e presenta gli eventi aspettandosi che il pubblico li dia per assunti in virtù dello status raggiunto da Peele. Tuttavia, ha il merito di trascinare negli inferi con sé. Mette uno specchio davanti al pubblico, ma nessuno può dirsi realmente salvo né certo di cosa quello specchio rifletta.
“Watch yourself”, recita la tagline originale del film. “Guardati le spalle,” ma anche più semplicemente “osservati”. E dimmi chi vedi, se ci riesci.

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