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Ad Altamura Emanuele Nargi dirige un lavoro “immersivo” frutto di una residenza transnazionale che conduce gli spettatori in un labirinto di storie e personaggi.

di Enrica del Rosso

Mirella Caldarone

Foto di Mirella Caldarone

ATTENZIONE: a causa della natura immersiva dello spettacolo, non è possibile raccontarlo nella sua interezza, in quanto variabile da spettatore a spettatore. Questa recensione è pertanto il resoconto, assolutamente parziale e personale, dell’esperienza della redattrice e non un’analisi complessiva di tutti gli aspetti scenici.  

Negli ultimi anni sono sempre più numerose le produzioni teatrali che puntano a un approccio spettacolare innovativo, dove la figura dello spettatore viene riabilitata a vero protagonista nell’alchimia scenica grazie all’interazione. Il pubblico, con la voce, con un gesto o con un’azione, può provare brevemente cosa significa oltrepassare quella “linea di sicurezza” che lo vede come mero osservatore. Basta una carezza da parte di un attore, una frase sussurrata solo a chi è nei paraggi o un bigliettino infilato nella tasca a creare un senso di partecipazione che gratifica sia i performer che il pubblico.
Ecco, nel caso dello spettacolo Porte Aperte, andato in scena il 14 aprile presso l’Ex Monastero di Santa Croce ad Altamura, l’interazione evolve a un altro stadio: invece di far avvicinare gli spettatori come visitatori di uno zoo che si apprestano a una gabbia, il regista Emanuele Nargi chiede loro di prepararsi a un safari.
La produzione è l’esito di un progetto Erasmus+ intitolato TEC che coordinato dall’associazione barcellonese Inca Catalunya in qualità di capofila, in collaborazione con le associazioni Percipio (Macedonia) e B-LINK (Italia), ha coinvolto 15 giovani artisti provenienti dalle tre nazioni. Il lavoro è stato sviluppato tra novembre 2018 e aprile 2019 attraverso tre periodi di residenza transazionale, culminati nella messinscena altamurana. Durante il periodo di training e di prove, i performer hanno strutturato e modellato i propri personaggi a partire dai materiali di partenza, ispirandosi all’omonimo romanzo di Leonardo Sciascia “Porte Aperte”, e al film di Elio Petri “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”.
Ne scaturisce una performance di teatro immersivo dove scene, azioni e relazioni vanno cercate, inseguite e vissute secondo uno schema sempre diverso e unico, come un sogno collettivo. Infatti, sin dall’ingresso nell’edificio lo spettatore viene condotto allo straniamento, dovuto all’obbligo di indossare delle maschere bianche per tutta la durata dello spettacolo. Un curioso ribaltamento dei ruoli che conferisce un senso di intrigante misteriosità all’evento, ma che permette anche di chiarire bene fin dall’inizio un concetto: anche voi, in qualche modo, sarete personaggi inconsapevoli in questo gioco di bugie e segreti.

Foto di Mirella Caldarone

Foto di Mirella Caldarone

Da subito questa totale libertà nel vagare tra le tante stanze del palazzo intimorisce un po’, ma come accade agli esploratori, la curiosità vince sempre e ci si ritrova tutti nel salone. Qui tutti e quindici i personaggi, abbigliati secondo la moda anni ’40, eseguono una coreografia che li cristallizza fuori dal tempo e dallo spazio. Questa è la “scena zero” e permette agli spettatori-esploratori di ripartire per una nuova “caccia” una volta completato il primo ciclo drammaturgico. Infatti l’intero spettacolo viene ripetuto due volte per concedere altro tempo per indagare le vite di questi tormentati personaggi.
Si incontra l’imponente Presidente, mente criminale che muove le fila tra intrighi e sotterfugi, imponendo la propria volontà ai personaggi che rappresentano il potere e i media, ovvero il Dottore, il Giudice e il Giornalista. Conosciamo la sua svampita Amante che si muove con ampie falcate come una vera padrona di casa, più interessata a ballare che a discutere. Incrociamo la Saggia e la Matta, squisitamente abbinate, che esprimono in poche battute la forza della letteratura e della poesia come straordinari mezzi per liberarsi da frustrazioni, pregiudizi e generale infelicità. Attraversiamo l’indaffarato studio di un Avvocato che aiutato dalla sua Segretaria, ha l’arduo compito di difendere l’Imputata, che nella scena conclusiva ambientata in un’aula di tribunale viene condannata alla presenza di amici e soprattutto nemici.
Certamente i temi della paura e della giustizia sono i cardini del tessuto drammaturgico, fusi assieme nel tormento del giudice che vorrebbe agire secondo coscienza, ma è attanagliato dalle minacce e da trame più grandi di lui. «Questo giudizio è una scherma spirituale» afferma, mentre ascolta ossessivamente il nastro con le sue confessioni, i suoi segreti. E per sopportare questa colpa, non può che scappare, rintanarsi nel suo antro di libertà, sul tetto dell’edificio, ma non prima di aver indossato anch’egli una maschera (di colore rosso, l’unico a indossarla di questo colore): una sorta di alter-ego, di antieroe vigilante, di funambolo (letteralmente, visto che si esibisce anche in equilibrio sulla corda) in contrasto con il ruolo istituzionale che gli pesa più di un macigno.

Foto di Mirella Caldarone

Foto di Mirella Caldarone

Del resto, di simbolismi è pieno questo Porte Aperte, anche estremamente lineari, come l’Imputata che trascina i piatti della bilancia lungo il corridoio prima della sua sentenza e cade sotto il loro peso. O l’ansiogena ricerca di protezione della Matta, che si nasconde nella sua piccola stanzetta e tenta di chiuderle queste porte, quelle che secondo il detto popolare potevano tranquillamente restare aperte durante il fascismo (ma come afferma il giudice nel romanzo di Sciascia: «Io chiudo sempre la mia».)
Infine, da questo labirinto di incubi, pazzie e paranoie, si esce travolti da queste storie frammentate (come la realtà stessa e come essa per sempre incomprensibili) con una domanda: ci libereremo mai delle nostre paure per essere davvero felici? Meglio non rispondere.
In definitiva, si tratta di un esperimento assolutamente lodevole (oltre che coinvolgente e originale) che però non è esente da qualche pecca, in particolare la mancata espressione nella resa scenica di questo scambio culturale. Tutti i performer recitano in italiano (tutti con ottimi risultati, innegabilmente) e i personaggi che interpretano lo sono altrettanto. Da un progetto internazionale ci si aspetta un colorato ventaglio di background e stili, considerando anche il lavoro drammaturgico svolto dagli stessi partecipanti. Peccato.

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