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Gianni Spezzano firma, in collaborazione con Adriano Pantaleo che ne è il protagonista, una indagine teatrale sul modello di vita degli Ultras scatenando riflessioni che se anche discordanti hanno il merito di non far finire lo spettacolo alla chiusura del sipario.

di Ileana Bonadies

Foto Carmine Luino

Foto Carmine Luino

Il 16 giugno, nel giorno della notizia ufficiale del passaggio di Sarri alla Juve, e del malcontento che la scelta ha provocato nei tifosi, è andato in scena in prima assoluta, per la sezione SportOpera del Napoli Teatro Festival 2019, “Non plus Ultras”, scritto e diretto da Gianni Spezzano, con Adriano Pantaleo protagonista.
Frutto di una indagine sul campo (è il caso di dire…) durata quattro anni, lo spettacolo muove dalla esigenza di capire quale sia il modello di vita degli Ultras, quali siano i credo a cui si affidano e cosa muove le loro azioni. E lo fa costruendo una storia che ruota intorno a uno e più personaggi – tutti interpretati dallo stesso Pantaleo attraverso l’ausilio di parrucche e occhiali che segnano il passaggio dall’uno all’altro -, palesando il vortice dentro il quale finisce colui che più di tutti ne era estraneo: il giovane e insoddisfatto Ciro, receptionist in un albergo, che si innamora della figlia di un capo Ultras, il temuto e rispettato Biagio ‘O Mohicano e che in ciò vede la possibilità di una svolta per la sua piatta vita.
E così, attraverso repentini passaggi – fisici e narrativi, che conferiscono valido ritmo alla struttura drammaturgica, cori, richieste snervanti di clienti esigenti, travestimenti e video (a cura di Carmine Luino) proiettati sugli spalti che compongono la  scenografia (di Vincenzo Leone) fungendo da finestra aperta sulla realtà messa in discussione, ecco la parabola di avvicinamento al mondo del tifo compiersi e consumarsi.
Ma in che modo?
Da una prima analisi, e da quanto affermano le stesse note di presentazione del lavoro che assicurano un equilibrio nello svelare i pregi e i limiti che sottendono la filosofia di vita degli Ultras, sembra indubbio che al corpo centrale del racconto incentrato su un preciso punto di vista (quello della tifoseria), facciano da contrappunto voci altre come ad esempio quella del Presidente Mattarella (di cui ci piace riportare per intero la dichiarazione: “Il modello di vita dell’Italia non può essere e non sarà mai quello degli ultras violenti degli stadi di calcio, estremisti travestiti da tifosi. Lo sport è un’altra cosa”). Ma ad un approfondimento più scandagliato, non può sfuggire una tendenza – nell’impianto drammaturgico – a (quasi) giustificare il modo di fare e pensare dei tifosi delle curve, di cui – in un monologo serrato – vengono descritte le (presunte) qualità. In particolare indugiando sul ruolo di supporto che costoro hanno ricoperto in occasioni di tragedie come il terremoto di Amatrice o la caduta del ponte Morandi di Genova; o ancora affermando che sono l’unica forma di aggregazione sociale ancora esistente dopo il fallimento dei partiti e delle realtà associative cattoliche.
Ebbene, dinanzi a questa lettura del fenomeno – lettura che sembra ritornare su i suoi passi quando manda in onda le immagini di scontri violenti tra le tifoserie sugli spalti, per poi ancora contraddirsi quando omaggia Ciro Esposito ucciso da un ultrà romanista poco prima di una finale di Coppa Italia – chi scrive non può non prendere le distanze, operando una distinzione, da questo moneto in poi, tra ciò che tecnicamente accade in scena e il messaggio contenuto nella messinscena.
Se infatti, da un lato, ineccepibile è in primis il lavoro attoriale condotto, e assolutamente superata è la prova di Pantaleo che non sbaglia una battuta e un tempo, coniugando voce e movimento con disinvoltura e al contempo precisione, segno di una concentrazione che non subisce attimi di arresto; non con la dovuta chiarezza emerge la narrazione dei due aspetti, della stessa medaglia, che si intendono focalizzare. Con la conseguenza di creare una inevitabile confusione nella ricezione di ciò che si fa pronunciare alle varie figure che costellano la storia (ovvero: Susanna, la fidanzata di Ciro, che unica e sola prova a rappresentare una voce fuori dal coro senza riuscirvi; Lupin, che materialmente introduce il ragazzo in curva e in ciò che questo simbolicamente significa). Specchi di un pensiero, o meglio di una “mentalità” che non può che essere accolta e recepita facendo leva sulle esperienze e i valori interiorizzati nel corso di una vita da ogni singolo spettatore.

Foto Carmine Luino

Foto Carmine Luino

A questo punto, allora, si potrebbe obiettare che è normale che ciascun spettacolo sia giudicato in forma soggettiva e che ciascuna visione provochi reazioni differenti. Ma in questo caso specifico, la differenza sta proprio nella maggiore responsabilità che ci si assume per ciò che si intende comunicare, trattandosi di una materia – quella del calcio e del suo tifo – fortemente radicata nella società. Addirittura, forse, condizionante una buona fetta della società, per cui ogni leggerezza si trasforma in un onere e ogni onere in un peso da condividere con cautela.
E forse lasciare aperte possibilità di scelta tra il dare credito all’una o all’altra versione, è in questi tempi attuali molto pericoloso, per cui – mancando ogni tipo di radicamento di valori assoluti e di dettami regolamentati come lo sono innanzitutto quelli costituzionali – netta e chiara deve essere la condanna  di coloro che nella gran parte dei casi sono causa solo di violenza, trasfigurazione dello spirito solidaristico dello sport, esasperazione di schieramenti che non perché differenti devono essere attaccati e denigrati. Poi, certamente, ci saranno le eccezioni; tra gli ultrà militano anche persone assolutamente pacifiche che in curva ritrovano solo il piacere di un tifo fatto di inni, colori e tamburi, ma non è questo il tempo per dimensioni intermedie.
Non è questo il tempo, purtroppo, per cercare l’ago nel pagliaio.
E questo il tempo invece per capire e far capire, in modo netto, cosa è giusto e cosa è sbagliato. Cosa significa tifare per una squadra e cosa invece uccidere per una maglia e 90 minuti di gioco. Cosa vuol dire vivere di calcio e cosa morire per il calcio in una domenica che sarebbe potuta essere tranquilla come le altre.
E se affermare ciò significa non dare fiducia nelle capacità di discernimento e giudizio altrui, ci si sbaglia. Significa chiedere a chi soprattutto ha un palco e una platea a disposizione, e dunque persone di ogni età ed estrazione in ascolto di contribuire a marcare ora più che mai una linea di confine che a livello di etica e di morale aiuti a ritrovare la rotta superando la fase di totale sbandamento, per mancanza di punti di riferimento, che noi tutti stiamo attraversando.
Pur se, da riconoscere senza tentennamenti, è il merito di questo “piccolo” spettacolo – a confronto di altri più acclamati – di aver acceso da subito, in ciascuno dei presenti, la voglia di confrontarsi, di scambiarsi opinioni su quello appena visto, di avere (sacrosanti) dubbi su cui riflettere anche nei giorni successivi  prima di giungere a una conclusione. Come accade quando si tocca il cuore di un problema.
Di un problema che sta a cuore.

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