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Con il suo nuovo lavoro andato in scena in prima assoluta lo scorso 13 e 14 giugno al NTFI 2019, la scrittrice e attrice napoletana saluta le scene.

di  Rita  Felerico

Foto Salvatore Pastore

Foto Salvatore Pastore

Giulietta e le altre, ovvero quattro donne, o forse meglio bambine invecchiate, come le definisce la loro nutrice, metafora del teatro. A lei il compito di farsi voce dei loro racconti, tra incanti e illusioni, perdite e passioni. Mentre in scena prosa e poesia dialogano.
Al suo debutto per il Napoli Teatro Festival Italia 2019, il testo vede in scena la sua stessa autrice, Wanda Marasco che con queste parole ci racconta il suo lavoro ultimo, il suo personale rapporto col teatro (pronto a salutare), i suoi progetti futuri.
Wanda quanto tempo hai dedicato a questo testo che – come dici – vuole essere il saluto definitivo al teatro? o meglio al tuo “calpestar la scena”, un mondo che hai molto amato e ami.
Il testo è di circa 20 anni fa; nato come poemetto poetico, la decisione di scriverne  una riduzione teatrale è successiva. Ho lavorato sulla matrice metaforica del testo, sul gioco che è il teatro, sul senso archetipo, sull’eterno femminino, un testo sospeso fra poesia e teatro, che ha alla sua base l’idea del teatro come funzione della verità, come unità di intenti senza intellettualismi. La scrittura mi prende di più, certo e non vivrò di teatro, non è il mio lavoro quotidiano, se capiterà ancora sarà un caso, come dici tu ho voluto fare un passaggio d’asta fra me e le nuove generazioni,un passaggio per me emozionante, e ho dato il mio saluto affidando a giovani talenti altri due miei testi: L’asino d’oro tratto da Apuleio e Homunculus ispirato al “Faust” di Goethe. Giulietta e le altre sarà a Crotone in settembre, ma dopo smetterò veramente.
Il testo quindi è come la tua scrittura denso di immagini, simboliche, rievocative, archetipi dell’anima, la tua; richiami che possiamo considerare  un percorso ‘dentro’ i  personaggi che popolano  la tua mente e le tue emozioni. Sei insieme Giulietta e tutte le altre. Non esiste, credo, una sola identificazione.
Sono insieme Giulietta e tutte le altre, sono la volontà che ha voluto ripensarle, e ognuna di loro possiede una riflessione, sulla guerra, sugli affetti… È una indagine sull’interiorità, sulla meditazione delle donne.
Prova a descrivere ognuna di loro tratteggiandone il carattere.
Giulietta non è delicata come sembra, è determinata, sa ciò che vuole anche se ha scelto la ‘fiaba’ della la morte per darsi immortalità; Medea non è quella di Euripide, scende nelle ragioni del suo ventre e le collega alle storie della sua maternità, dal nero riesce a trarre la luce della coscienza, fino a giungere al sacrificio di sé  e di chi ama; Antigone è il faro della rivolta, agile si muove, ribelle per ragioni morali contro le ragioni di Stato; Nora è luminosa, infantile e poi consapevole e matura, chiusa nella sua gabbia perché nata femmina gioca con i bambini e nel mio finale mi interessava mettere in luce il percorso che dall’ingenuità giunge alla consapevolezza: non abbandona i figli ma li porta con sé, fuori dalla gabbia; e poi Filomena, che rompe le regole, osa dire la verità su se stessa, sul  mestiere intrapreso per allontanarsi dalla miseria. Osa dire la verità anche dopo il matrimonio: «Ho capito il filo che separa la finzione e la vita, ho pianto le lacrime di tutte le donne», dice. Interpretarle è stato per me aver realizzato il miracolo che spetta all’attore, l’empatia che deve possedere con le altre coscienze; quando un attore riesce a creare questo momento di magia, vuol dire che ha ‘fatto teatro’.

Foto Salvatore Pastore

Foto Salvatore Pastore

Possiamo ipotizzare che queste ‘donne’ raccontino il tuo rapporto con il teatro, ovvero con la vita.
Certo, il mio rapporto con il teatro è un ‘fatto naturale’ nato nell’infanzia; ho poi frequentato la Silvio d’Amico. I miei studi accademici sono stati e sono una risorsa, che uso anche nella narrazione per dire ciò che ho sviluppato come pensiero e natura, vivendo la vita. È un modo per coltivare e narrare la verità, le verità che passano dalla maschera al volto. Questo modus si ripete nei romanzi che scrivo, nei personaggi di cui narro; pensa a Gemito, un principio di metamorfosi che transita dalla maschera al volto e viceversa. Così rigenero la prosa, la faccio divenire corpo.
Percepisco nel tuo “fare teatro” da un lato un messaggio di testimonianza, dall’altro anche di ritrovata poesia, come a dire: forse abbiamo tutti bisogno di ritornare a guardare e guardare meglio per scoprire e riscoprire chi siamo con un linguaggio più vero, quello della parola poetica senza finzioni. Allora il teatro come mezzo di comunicazione.
Questa è la drammaturgia che mi interessa,anche questa alternanza nella scrittura  verso/prosa: in un linguaggio di comunicazione come il teatro la sublimazione artistica è importante. È l’osservazione attenta che porta ai diversi linguaggi, alle diverse rappresentazioni, al mutare degli effetti; ecco l’importanza delle parole, del linguaggio che muta per corrispondere al meglio alla vita degli uomini.
Hai dedicato questo lavoro alle donne, ma non solo. Sono infatti le relazioni che intrecciano le donne e gli uomini a “fare la storia”, le storie che hai voluto raccontare e rappresentare. A cosa stai lavorando?
Ad un romanzo dedicato a Ferdinando Palasciano e sua moglie.

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