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Al MAV di Ercolano un labirinto fotografico che si fa viaggio tra memoria e territorio, simbolismi e lava, per il progetto nato dalla sinergia tra l’Ente Parco Nazionale del Vesuvio, l’Accademia di Belle Arti di Napoli e la Fondazione Cives.

di Rita Felerico

Immagini della mostra

Immagini della mostra

Ancora per pochissimi giorni – fino al 3 luglio – il MAV,  il Museo Archeologico Virtuale con sede in Ercolano, ospiterà  la  bellissima  mostra Vesuvio: la nuova alba, che ha riscosso un notevole successo di pubblico e di critica. Frutto della collaborazione di più istituzioni (circostanza non facilmente realizzabile), la mostra si pone come prodotto innovativo rispetto a quanto l’immaginario collettivo trascina nella memoria riferendosi ad una icona come il Vesuvio. L’Ente Parco Nazionale del Vesuvio, l’Accademia di Belle Arti e la Fondazione Cives si sono così unite  per dare voce ad un progetto che nasce dalla volontà di testimoniare della “Montagna” – come la definiscono i napoletani – dopo il violento episodio del 2017, quando fu devastata da violenti incendi, i cui segni sono ancora visibili ferite. L’arch. Massimo Conte, Responsabile del progetto per conto dell’Ente Parco e Fabio Donato, già docente presso l’Accademia all’interno del Corso di Fotografia e qui parte della Direzione Scientifica, hanno seguito e tutorato i 50 allievi del III anno del Corso di Fotografia e del I anno del Biennio Specialistico, seguendoli nel loro percorso di ricerca visiva. Ben 200 scatti – tra cui quelli di Claudia Scuro, Hui Wang, Emanuela Rescigno, Luca Esposito, Gaia La Rocca – sono diventati la mostra, raccolti in un meraviglioso catalogo ricco anche delle interessanti testimonianze relative a questa comune, positiva esperienza delle varie istituzioni; gli altri 400 entreranno a far parte dell’Archivio dell’Ente Parco Nazionale del Vesuvio.

In merito al progetto Maurizio Conte ha dichiarato : «Il Vesuvio è un patrimonio mondiale. Noi abbiamo l’aspirazione concreta di far viaggiare questa mostra per il mondo, una delle cose che abbiamo in preparazione». E  Fabio Donato: «L’allestimento è in parte concepito come un labirinto, dove lo spettatore deve trovare se stesso, divertirsi a scoprirsi perché, come dice Pessoa, “I viaggi sono i viaggiatori. Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma quello che siamo”, e questo è secondo me il senso dell’arte e in particolare della fotografia».  Non poteva che essere così;  quando si “guarda” o ci si avvicina alla “Montagna” si attraversa il tempo della Storia, le emozioni che l’hanno segnata in noi e nella memoria; simbolo e immagine non solo visiva, ma terribilmente incastonata nell’inconscio, il Vesuvio è e rappresenta non solo sé stesso, con il suo fuliginoso carico di paura e angoscia, ma un “modo si essere e stare al mondo”, un po’ esistenzialista, un po’ fatalista, un po’ di coraggioso procedere attraverso le avversità per ravvedere e ritrovare la vita, il senso della vita.

Così la canzone scritta nel 1915 da Ernesto  De Curtis e  Libero Bovio:

Comm’è bella ‘a muntagna stanotte!
Bella accussì nun ll’aggio vista maje!
‘N’anema pare rassignata e stanca,
Sott’ â cuperta ‘e chesta luna janca.

Comm’è calma ‘a muntagna stanotte!
Cchiù calma ‘e mò nun ll’aggio vista maje!
E tutto dorme, tutto dorme o more
E i’ sulo veglio, pecché veglia ammore

Così Leopardi  nel 1836, un anno prima della morte, ne La Ginestra:

Qui mira e qui ti specchia,
Secol superbo e sciocco,
Che il calle insino allora
Dal risorto pensier segnato innanti
Abbandonasti, e volti addietro i passi,
Del ritornar ti vanti,
E proceder il chiami.

Immagini della mostra

Immagini della mostra

I giovani allievi si sono confrontati con una realtà e una quotidianità che memorizza e stratifica la presenza del Vesuvio e del Vesuvio nel suo territorio e l’hanno trasposta nei nuovi linguaggi di comunicazione, non meno fortemente di come descritto nei versi; paesaggi come deserti, frutti, ortaggi prorompenti nella loro vitalità lavica, le mura sgretolate degli scavi, morte e vita seppellite un poco più sotto delle trafficate strade cittadine e le stazioni della circumvesuviana, i volti di donne e uomini ancora radicati nella terra, e i simboli arcaici di antichi riti di fecondità e protezione, maree di coralli rossi e peperoncini di antico sapore.
È una nuova alba, quella in cui hanno creduto i curatori del progetto, della mostra, i giovani artisti, l’alba che tutti speriamo veder sorgere dopo che si capirà quanto la storia può tramandare e insegnare, «Che è poi il ruolo di ogni arte, inclusa la fotografia», sottolinea ancora Donato.

L’augurio è che la mostra possa giungere in più parti del mondo, perché il Vesuvio, si sa e lo abbiamo detto, non è solo nostro.

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