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Dedicato a una storia vera, il primo spettacolo che inaugura la stagione 2019-20 del Teatro Tram di Napoli. A Di Martino e Cerino il compito di restituire al pubblico dignità e memoria sulla vicenda del maestro cilentano sottoposto a TSO e ucciso dalla contenzione dopo 87 ore di agonia.

di Ileana Bonadies

Foto Valentina Cosentino

Foto Valentina Cosentino

Inizia vicino al mare la storia del “maestro più alto del mondo”. Ma non è una storia a lieto fine. Anche se siamo in Cilento, e il protagonista è un maestro elementare.
Inizia con un alt intimato e non rispettato, con un inseguimento da parte delle Forze dell’Ordine, con un uomo alla guida di una Fiat Punto a cui viene attribuito uno sguardo fisso, perso nel vuoto e per questo pericoloso. Altamente pericoloso.
Quell’uomo, di 58 anni, alto 1.93 m, notoriamente anarchico, è Franco Mastrogiovanni e di lì a poco dal mare di San Mauro Cilento in cui si è tuffato interrompendo la sua corsa, cantando “Addio Lugano bella”, si ritroverà – contro la sua volontà – nell’ospedale psichiatrico di Vallo della Lucania, sottoposto a TSO, contenuto a letto per quattro giorni consecutivi, senza mangiare e bere, prima che la morte arrivi e metta a tacere tutto.
O forse no. Perché è proprio dal momento del decesso che la notizia inizia ad avere clamore, che le telecamere che hanno ripreso le 80 e più ore di ricovero iniziano a restituire una verità diversa da quella raccontata da medici e infermieri, che la storia di Mastrogiovanni diventa un “caso” su cui fare luce.
Peccato che la voce della sua famiglia sia flebile seppure determinata a ottenere verità e giustizia; peccato che il sindaco che autorizzò il trattamento sanitario obbligatorio sia stato Angelo Vassallo morto ucciso solo qualche tempo dopo (in circostanza misteriose ancora oggi); peccato che tutto sia avvenuto in un Sud splendente per bellezza, frequentato da turisti, meta di vacanze, ma pur sempre un piccolo puntino rispetto all’Italia intera.
E così la storia di Franco resta sempre un po’ in disparte rispetto ad altri casi giudiziari, seguita e raccontata da chi si batte per la tutela dei diritti umani, ma mai agli onori della cronaca (se di onore per una morte violenta come questa si possa parlare), scandagliata ma sommessamente, pur se intanto il processo fa il suo corso e le condanne al termine di un iter durato anni arrivano e sono definitive.

Foto Valentina Cosentino

Foto Valentina Cosentino

Ma anche se Franco non è Stefano, o Federico o Giuseppe e ai più la sua vicenda è ignota, ecco che arriva il teatro a darle una possibilità di riscatto, a conferirle un valore di universalità, a trasformarla in occasione per riflettere su diritti e doveri, su normalità e pazzia, su cura e soprusi. Unendo dati, numeri, atti processuali, testimonianze, mettendoli in fila – che a sentirli tutto d’un fiato nel tempo di una ora e più di spettacolo sono un colpo al cuore – non senza raccontare, al contempo, anche i sentimenti, le emozioni, il dolore, così creando empatia tra chi sul piccolo palco del Tram sta dando coraggiosamente voce ad una ingiustizia, e chi dall’altro lato di quella ingiustizia vuole sapere, si vuole prendere carico per quanto può. Affinché il monologo incalzante e crudo scritto da Mirko Di Martino (che ne cura anche la regia) diventi nell’arco di un tempo sospeso, all’interno di uno spazio che si trasforma in una bolla di riflessione, mentre fuori lo struscio di una sera qualsiasi di città si consuma ignaro, un pretesto, uno scossone per una presa di consapevolezza collettiva.
E poco importa se a tratti sembra di riconoscere lo stile incisivo e affabulatorio di chi ha fatto della narrazione (in tv) il suo meritevole distintivo: il testo c’è, è potente, funziona e non ti lascia fino all’ultima parola pronunciata e l’interpretazione di Orazio Cerino è di quelle in grado di esaltarne il valore e di aggiungerne di nuovo lavorando paradossalmente per sottrazione. Con una misura nel tono della voce, nella gestualità, nelle pause, nello sguardo in grado di trasformarsi in tanti piccoli colpi alla propria coscienza, al proprio non sapere, al dimenticare troppo in fretta con superficialità. Mentre, in realtà, la gabbia scenica che tutt’intorno si alza progressivamente a chiudere il protagonista e il suo alter ego con grande efficacia simbolica, è la stessa che finisce col contenere anche noi tutti. A condurci in una dimensione di sopraffazione e solitudine da cui non possiamo essere certi di rimanere immuni.

Foto Valentina Cosentino

Foto Valentina Cosentino

Da qui l’innesco di quella contezza che attinge a pieni mani dall’emotività, che alla razionalità fa fare giri contorti per poi arrivare diritta alla pancia, lì dove la freddezza di un articolo di giornale si scontrerà sempre con l’oggettività da non travalicare e che qui, invece, nella dimensione teatrale, non ha obblighi a cui attenersi. E può addirittura permettersi di provocare un sorriso amaro con le prime battute pronunciate prima di condurre – mentre i rumori e le voci e le luci e la musica riproducono la vita che intanto continua fuori dall’ospedale, dalla quella stanza, da quel letto – al baratro.
Al 4 agosto 2009, quando la storia di Franco Mastrogiovanni, il “maestro più alto del mondo”, l’anarchico che aveva già pagato con l’arresto e altri ricoveri coatti il suo voler essere un uomo libero rispetto a ogni etichetta o convenzione immaginabile, finisce legato mani e piedi con solchi profondissimi sui polsi e le caviglie, con un cuore sempre più in affanno per mancanza d’aria.
Affogato in quel mare da cui tutto aveva avuto inizio solo quattro giorni prima, che stavolta – però – non ha il colore del cielo, ma del sangue che ha invaso i polmoni non lasciando alcuna possibilità di scampo.

 

Teatro Tram
via Port’Alba 30 – Napoli
contatti: 081 1875 2126 – info@teatrotram.it – www.teatrotram.it
Date e orari:
da giovedì 24 a domenica 27 ottobre 2019 | da giovedì 31 ottobre a domenica 3 novembre 2019
giovedì e venerdì: ore 21.00 – sabato: ore 19.00 – domenica: ore 18.00
Prezzi:
intero: € 12,00 | under 26 e Web: € 10,00

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