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Essere un umorista non è mai stata faccenda semplice e mai lo sarà, ma far ridere è un fatto serio: parola di Marina Cuollo che ce ne svela i motivi per la sua rubrica ad alto tasso di (felice) napoletanità.
Microstorie

Essere un umorista, oggi, credo sia tra le cose più complesse. Un po’ perché l’umorismo è ancora molto sottovalutato, e un po’ perché far ridere non è per niente una cosa semplice. Io ho scelto una strada non semplice.
Tuttavia mi considero estremamente fortunata perché in fondo la napoletanità mi è sempre venuta in soccorso.
Tranquilli, non vi propinerò i soliti luoghi comuni sui partenopei e la loro innata capacità di essere spesso sopra le righe. Ma concedetemi di dire che buona parte dei napoletani possiede una caratteristica che si può esprimere in una sola parola: tumità.
La tumità è uno di quei termini che un napoletano capisce al volo e che brevemente potremmo definire come quella particolare caratteristica che rende le persone simpatiche e divertenti anche quando leggono la lista della spesa.
Ecco, io forse un po’ di tumità ce l’ho sempre avuta e questo mi ha facilitato le cose nel trovare il lato umoristico della vita. E poi, quando nasci nella terra che ha dato i natali a persone come Totò, De Filippo, Troisi (giusto per dirne tre), è inevitabile che il loro umorismo graviti intorno a te fin dall’infanzia. Non c’è Natale a casa mia in cui qualcuno non pronunci il fatidico “te piace ‘o presepe?” e tu ridi, inevitabilmente ridi, finché qualcuno non ripropone l’ennesima visione di Natale in casa Cupiello. Se la TV è accesa per inerzia e Techetechete’ mostra qualche vecchio videoframmento teatrale di Troisi, non importa cosa tu stia facendo, lo sguardo finisce sulla televisione e non molla finché lo sketch non finisce. È qualcosa che riconosciamo come nostro, identitario, e questa identità è fatta di tante sfaccettature, come la nostra città.
Napoli è complicata, a volte sembra che ce l’abbia con te, se hai un impegno ti fa perdere un sacco di tempo, ti mette davanti un mare di ostacoli e difficoltà. È difficile, irrequieta ma è anche furba, è capace di farti un torto e dopo due secondi farsi perdonare con uno scorcio mozzafiato, la gentilezza di un passate o una pizza fritta senza precedenti. Napoli, come si dice dalle mie parti, “tene l’arteteca” e ha cercato molti modi per esprimere questa sua agitazione. Il teatro è una di queste.
La mimica, la gestualità, le espressioni, sono un po’ il nostro marchio di fabbrica. Maurizio De Giovanni in un articolo sul Corriere ha scritto: questa città è teatro, perché è corporea; qui chi parla, qualsiasi cosa dica o racconti, è l’attore e chi ascolta, anche per un solo minuto, è il pubblico. Nulla è finzione, eppure tutto è teatro.
Ci siamo appropriati della commedia come mezzo di espressione. Attraverso la commedia napoletana il comico ha sempre dato voce agli ultimi, grazie all’umorismo si è preso le sue rivincite. E se pulcinella è la maschera che ci rappresenta direi che non è un caso.
Insomma, ridere è un fatto serio.
Non so bene da dove derivi tutto questo, forse un popolo che ha dovuto affrontare numerose difficoltà nel corso della storia ha acquisito una certa prontezza di riflessi, una capacità di adattamento che alla fine si è tramutata nell’attitudine ad avere sempre la battuta pronta. E da qui forse arriva la nostra capacità di sdrammatizzare anche quando ci troviamo in situazioni molto difficili. Vi confesso che io in tutto questo ci vedo anche un po’ di malinconia. In fondo il napoletano con la battuta si difende, para i colpi della vita.
In giro per il web una volta ho letto una citazione di Woody Allen che diceva: leggo per legittima difesa. Ecco, anche io, caro Woody, ma soprattutto faccio umorismo per legittima difesa.

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