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Le colline pistoiesi, le scorribande in bici, i giochi di due bambini, l’amore scoperto per la prima volta animano le pagine del romanzo dello scrittore barese conferendo alla memoria il compito di preservare la bellezza vissuta, accarezzata, gioita inconsapevolmente a ridosso delle deportazioni.

di Luca Signorini

La copertina

La copertina

Un’estate magica, vissuta da una bambina di 10 anni, Miranda, e raccontata dalla stessa Miranda novantenne. L’anno del racconto è il 1939, l’ultimo agosto prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, con l’attacco della Germania nazista alla Polonia avvenuto il 1º settembre 1939. Per Miranda quell’estate è un passaggio dall’infanzia ad una maggiore consapevolezza e maturità: non crede più alle fiabe, conosce l’amore, scopre la trasgressione, conosce il dolore del distacco dalla madre, seppure temporaneo, e quello dal padre, al quale scrive lettere e dal quale riceve doni e affetto da un luogo lontano.
C’è un parallelismo tra la vita di Miranda bambina, in quell’ultimo scorcio fiabesco che rende la vita dei bimbi unica e irripetibile – prima dell’incertezza e della minacciosità della vita adulta, non più protetta – e la fine della pace tra gli uomini, con la catastrofe della guerra ormai prossima della quale già si anticipano in questo romanzo i dolori in episodi che coinvolgono le famiglie narrate.
Vi è poi un’altra componente che è quella del luogo, un luogo specifico, una stanza, uno studio: lo studio di un pittore, il nonno di Miranda, al quale la bimba si avvicina timidamente. La stanza, il luogo chiuso nel quale si respira una vita d’arte, con tutto ciò che l’arte implica – paura, sorpresa, pensiero, ricordo, osservazione, contestazione – è presente anche in un precedente romanzo di Francesco Carofiglio, Il Maestro, dove era protagonista un grande attore. Qui, ne L’estate dell’incanto (Piemme, 2019), è lo studio, in cui nessuno  può entrare, ad essere fulcro di crescita e scoperta. Stanza, ricordo, spietata consapevolezza della fine, che con il ricordo si aggrappa a ciò che resta di una vita vissuta intensamente – ricordo ora vivido ora sbiadito ma sempre nel nome dell’arte e del sentimento genuino – sono una costante dello scrittore pugliese.
La scoperta del bosco da parte di Miranda bambina riporta a un tempo nel quale odori e visioni proposte dalla natura avevano un significato più coinvolgente e significativo di quanto oggi non sia, un tempo nel quale si era in qualche modo più legati alle sensazioni semplici e dirette che la natura offriva. In questo romanzo, attraverso la piccola Miranda, le viviamo: viviamo il rossore, l’essere accaldati, il nascondersi nell’erba, sentiamo il freddo dell’acqua di un torrente. Ma naturalmente c’è molto di più e, tra questo di più, la voglia di condividere i particolari pensieri che sono all’origine del fare arte. Un passaggio del libro: dipingi gli animali perché ti fanno paura? Si, credo di si, forse anche per questo li dipingo… dipingere la natura non significa dipingere il soggetto, ma concretizzare le sensazioni.
Il nonno pittore dialoga con Miranda, risponde alle domande apparentemente ingenue della nipote prendendole, giustamente, sul serio; risponde senza mentire perché sa che quel dialogo Miranda lo ricorderà per sempre. Anzi in questo dialogo lui, uomo di scarsa comunicativa (è quella un’epoca nella quale genitori e figli si danno spesso del lei) scopre sé stesso. Si apre, nonno Ugo, alla nipote che le chiede perché dipinga animali: perché mi piacciono, risponde, riconoscendo a sé medesimo di non essere abituato a parlare dei propri quadri; in questa apertura, da parte di un uomo fin lì impenetrabile, il lettore trova sollievo, ne apprezza lo scarto, il progresso da una modalità arcigna ad una che ha bisogno di avvicinarsi all’altro. È un messaggio anche questo.
Tanti, ma mai forzati nella trama, i riferimenti musicali, letterari, cinematografici, teatrali, pittorici (da Butterfly a Parlami d’amore, Mariù, da Il signor Max a Sogno di una notte di mezza estate, da Miranda e la tempesta a Johannes Brahms e altro ancora).
La mia vita è stata bellissima, dice Miranda. Ho vissuto ogni istante, senza risparmio, come uno scavalco d’anima, in una corsa veloce di gambe sottili.
Oggi viviamo proiettati in una sorta di nichilismo sposato ad un’asettica ed esangue virtualità: L’estate dell’incanto aiuta ad interiorizzare una vita autentica, d’altri tempi, tempi da riscoprire nei valori che vi albergavano, primo fra tutti semplicità e schiettezza d’animo; il rapportarsi tra persone con una forte densità sentimentale. Tempi ancora sani, prima delle incommensurabili tragedie che fecero loro seguito.

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