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L’irrequietezza dell’artista americano al centro del lavoro diretto da Filippo Stasi, viaggio nel tempo e nella mente dell’uomo considerato il maggior esponente dell’espressionismo astratto ma anche nell’animo di chi osserva.

di Redazione

Foto Flavia Tartaglia

Foto Flavia Tartaglia

Lo scruta fin nel profondo degli occhi il giovane regista Filippo Stasi quell’artista statunitense morto in compagnia della sua amante e di una sua amica a soli 44 anni, nel 1956, per un incidente d’auto causato dal suo stato di ebbrezza: Jackson Pollock, definito nel panorama artistico il massimo esponente dell’action painting, ovvero colui che ha trasformato  l’atto fisico/creativo in opera d’arte con l’opera stessa.  Cosa motiva Filippo – fin dai tempi del liceo – a studiare la vita, documenti, lettere, scritti che lo riguardano e a visitare mostre per osservare  da vicino le  sue opere ? un artista che non ha avuto e non ha ancora consensi unanimi da parte  della critica?
“Sono  da sempre stato affascinato dal suo modo di ’fare arte’ – risponde Filippo – e mi sono chiesto cosa avrebbe inventato oggi il suo genio creativo se il  percorso di vita non fosse stato interrotto dalla morte improvvisa. Ma quello che maggiormente mi attrae, che continua a farmi riflettere, è la sua esplicita, dichiarata difficoltà dinanzi al momento della ‘scelta’. È come se venisse fuori il desiderio di non porre mai fine ad un cammino d’arte, a non fermarsi a quello  percorso; va in scena in quel momento la paura del dubbio, delle scelte dinanzi alle quali la vita ci pone; in questi istanti di grande angoscia   che costellano la sua vita e la sua arte mi rispecchio”.

Foto Flavia Tartaglia

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Portare in scena l’esperienza umana ed esistenziale di Pollock non è certo semplice; nato come corto, segnalato positivamente in varie manifestazioni ed eventi, la versione scenica, che ha debuttato a fine gennaio al Teatro Madrearte di Villaricca  per approdare il 15 febbraio al piccolo teatro  dell’Ex OPG di via Imbriani, a Napoli, ne completa l’aspetto del pensiero astratto e della realtà  esistenziale.
Lo spettacolo, produzione di Giovani Teatri,  merita di essere replicato e di essere condiviso, non solo per il testo, per l’interpretazione, ma per l’impegno e l’entusiasmo dei giovani protagonisti che coinvolge lo spettatore man mano che la vicenda si dispiega, un entusiasmo che trapela dalla scena, per l’essenzialità segnica della scenografia (cornici storte e distorte dalle quali entrano ed escono le voci interiori  di Pollock ) e delle luci (morbide e specchio del percorso ‘dentro’ il sè  dell’artista) nonché per l’accompagnamento musicale che segue la trama dando tempo e ritmo a tutta la messinscena. Un risultato positivo, ma Filippo con sguardo critico dichiara: “Ogni volta che si è provato o siamo andati in scena mi sono accorto di qualcosa che avrei voluto cambiare; penso che questo sia un lavoro che non finirà – non voglio dire mai –; magari fra dieci anni può essere si muti in un altro spettacolo, pur rimanendo intoccato il suo nodo originario”.

Foto Flavia Tartaglia

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Diverso e interessante questo modo di vivere l’esperienza drammaturgica e teatrale, questo approccio ricco di sana curiosità che ha permesso ad un gruppo di giovani – nonostante le difficoltà economiche – di realizzare il loro progetto. Rende tutta la fragilità di Pollock Adriano Paschitto, capace di  interpretare lo stupore dell’artista  che ‘non si riconosce e si sorprende di sé’, che più volte ha richiesto aiuto confrontandosi con Freud e Jung; e si calano bene nei volti del suo inconscio dilaniato da eros e thanatos Nicola Tartarone – Rubens, il più chiaro – e Emanuele Iovino – Clem, la parte più oscura. Fra Pollock e i suoi fantasmi’ interiori si aggira il femminile, la donna da lui amata, Lee Krasner, sua musa, che per amore di lui diviene moglie protettiva e vigile, rinunciando anche alla maternità; Peggy Guggenheim, collezionista d’arte, donna volitiva e influente che lo identifica come artista e la donna/Arte, dall’accento spagnolo, che echeggia Picasso, ad interpretare il punto di confronto con una modalità creativa universalmente riconosciuta contro la quale Pollock cerca di opporsi e diversificarsi. Il femminile è interpretato, nei suoi  diversi modi e personaggi, con sensibile  intensità emotiva e bravura da una sola attrice, Anna Bocchino che spicca fra i linguaggi maschili con elegante personalità.  “Solo un costante lavoro di gruppo e di confronto fra noi ha potuto sostenere il risultato – afferma con soddisfazione Filippo – e se si potesse lavorare ancora, limando, aggiungendo, eliminando, si potrebbe ottenere  – ne sono certo – un ulteriore salto di qualità”.
Attendiamo.

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