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Le lettere scritte dal politico e giurista italiano durante la sua prigionia protagoniste, al Teatro Vascello di Roma, dell’assolo ideato e interpretato da Fabrizio Gifuni, voce di un memoriale che è politico, storico ma anche molto personale.

di Linda Katherine Sogaro

Fabrizio Gifuni

Fabrizio Gifuni

L’attore esce allo scoperto, atteso, da una platea di centinaia di persone, nemmeno una sedia vuota. L’acceso mormorio di sottofondo si arresta quando Fabrizio Gifuni corre al centro del palcoscenico ad applauso aperto: inizia una lezione di storia dal messaggio immediato e dal forte taglio divulgativo, necessaria allo spettatore per entrare nel vivo del tema trattato. Nell’ Italia del ‘78 in cui lo scenario politico risulta (in un modo amaramente evocativo) frammentato e corrotto, verrà posta una lente d’ingrandimento sugli ultimi cinquantacinque giorni di vita di Aldo Moro, attraverso le lettere scritte nel corso della sua prigionia.
Il lavoro viene proposto senza troppe pretese sotto le spoglie di un esperimento:“Questo meteorite che viene dal passato è ancora radioattivo oppure questi nomi lontani non risuonano più?” La domanda di partenza sembra essere infatti proprio questa: una pagina importante della storia del nostro Paese è del tutto andata perduta , o farà risuonare ancora l’indignazione, lo sgomento, la passione di chi l’ascolta, ponendo i riflettori anche (e soprattutto) sulla politica dell’oggi e del domani?
Gifuni infrange la quarta parete per contestualizzare un racconto dai risvolti complessi, a tratti sbiaditi, ma rimbombanti tra il sentire della collettività presente. In questo senso l’esperimento proposto sembra più che riuscito: le luci si affievoliscono sui toni del blu, l’attore scivola indietro abbandonando il proscenio e scavalca quel perimetro bianco disegnato sul legno al centro del palco. Al suo interno fogli sparsi sul pavimento, una scrivania, una giacca sulla sedia. In quel perimetro, tutto il tempo dimenticato.
Il tono interpretativo è funereo sulle transizioni descrittive, le date e i destinatari; progressivamente si trasforma attraverso un’accuratissima modulazione di voce e gestualità come mezzi portanti, a servizio del preannunciato e ben visibile studio drammaturgico di cui sono a servizio.
Lo studio, infatti, è viscerale, sentito, estremamente minuzioso e curato, nonchè fedele alla storia. Si dispiega in un interminabile blocco unico, dove le pause sono troppo corte o pressoché inesistenti: un parlato di due ore che, inevitabilmente, senza ulteriori provocazioni visive né respiri, rende impossibile al pubblico mantenere l’attenzione inalterata.
Nonostante questo, il viaggio è completo, il lavoro che ne emerge è toccante e al tempo stesso istruttivo, nelle sue virate tra le dimensioni pubbliche e intime di un uomo che prima spera, poi si dispera, tenta di protestare e farsi sentire, fino alla resa e all’accettazione di un doloroso destino da cui nessuno potrà salvarlo, nemmeno gli amici. Quegli stessi amici e colleghi che, magistralmente ricordati dalla diapositiva sul palcoscenico, lo compiangevano disperatamente al suo funerale.

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