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Con Marina Cuollo alla scoperta di un luogo storico di Napoli, dove le storie si intrecciano, il tempo si ferma e le parole ti vengono a cercare.

Microstorie

Napoli è bella, è bella tutta. E ogni zona, ogni quartiere, è una sfumatura di quella “Napule è mille culure” cantata da Pino. Eppure, ognuno di noi non può fare a meno di estrapolare da tanta bellezza una zona preferita, un luogo che in un modo o nell’altro si lega di più all’anima.
Questo vale anche per me, c’è un posticino di Napoli che ho nel cuore da sempre, si chiama Port’Alba.
Port’Alba è una delle porte antiche di Napoli, si trova in un angolo di Piazza Dante ed è la soglia per entrare nel cuore cartaceo della città. Per me è un po’ come l’ingresso della tana che porta Alice nel mondo delle meraviglie. Varcato l’arco ti ritrovi in una via dove ogni giorno migliaia di persone frugano tra librerie e  bancarelle di libri antichi e moderni, in mezzo ai prezzi dimezzati segnati a penna, a edizioni introvabili o tomi  rarissimi, il tutto mentre un profumo di pizza e piatti tipici ti avvolge le narici.
I libri di Port’Alba sono spesso ingialliti e consumati dal tempo, tra fiction e non fiction raccontano storie di personaggi e la vita di artisti che hanno fatto la storia. Gli accostamenti sono del tutto casuali, e non è escluso che accanto a una raccolta di poesie di Alda Merini tu possa trovare una vecchia edizione di Frijenno magnanno, la raccolta di ricette napoletane tanto cara a De Crescenzo. Ogni libro che viene osservato, toccato e sfogliato nasconde tanti ricordi del passato. E proprio lì, dove le persone incontrano i libri, c’è il mio paradiso.
Ho cominciato a leggere intorno ai tredici anni. I libri li conoscevo da tempo ma prima dell’adolescenza mi sembravano solo un obbligo noioso, una rottura imposta dai grandi, qualcosa che prima riesci a finire, prima puoi dedicarti a quello che davvero ti piace. Eppure, a un certo punto della mia vita una persona a me cara, portandomi a Port’Alba, è riuscita a mostrarmi un aspetto dei libri a me sconosciuto. Con il tempo ho capito che i libri sono degli specchi, hanno la capacità di riflettere l’immagine che ti porti dentro. E sono anche dei traduttori, perché quello che prima era così difficile da capire, diventa immediatamente chiaro. Non so come sia successo, è avvenuto lentamente, senza forzature, come quando bagni una bustina di tè nell’acqua e vedi quel liquido colorarsi lentamente. E così, senza neanche rendermene conto sono diventata un infuso di parole.
Ogni volta che torno a Port’Alba l’amore per i libri mi investe forte, come quando la domenica mattina apro la pentola del ragù e quell’odore inconfondibile, così familiare, entra prepotente nelle mie narici. E anche se un giorno la vita dovesse portarmi lontano da Napoli, Port’Alba per me sarà sempre quella foto sbiadita da portare nel portafoglio, quello scrigno di memorie impossibili da cancellare.
Ci si aspetterebbe che una ragazzina napoletana che ha scoperto l’amore per i libri, che vaga tra quelle antiche librerie col naso immerso nella cellulosa, abbia scoperto fin da subito anche l’amore per la scrittura. E invece no, quello è arrivato dopo, molto dopo il mio gironzolare a Port’Alba. La scrittura richiede una buona dose di autostima e anche un pizzico di ego di cui io, all’epoca, ero decisamente carente. Non che non ci abbia provato, eccome se ci ho provato. Ma la mia giovane e acerba scrittura non era minimamente in grado di darmi quello che i libri riuscivano a trasmettermi. Tutto mi sembrava banale, privo di senso. Un cumulo di parole messe lì a caso, senza bellezza, senza trasporto, senza sentimento. A distanza di anni non saprei dire se quel mio giudizio corrispondesse al vero, anche perché di quelle parole non ve n’è più traccia, non le ho mai conservate. Ad ogni modo non importa, ci sono sempre le parole degli altri a darmi tutto quello di cui ho bisogno.
Molto prima della scrittura, molto prima delle persone, i libri mi hanno salvato. Mi hanno dato un posto sicuro in cui crescere, perché anche se siamo attratti da tutto quello che ci manca, alla fine è ciò che ci accoglie a fare la differenza. E i libri mi hanno accolto, sempre.

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