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Se la tua città l’hai percorsa in lunga e largo, l’hai odorata, ne hai sentito i rumori, osservato gli abitanti, difficilmente la dimentichi anche se ne sei lontana causa quarantena forzata. E allora ecco come la immagina, in questo tempo sospeso, Marina Cuollo per la sua rubrica “Microstorie”.

Microstorie

Non so voi, ma a me fa strano pensare che mi manca la mia città. Soprattutto perché non ho traslocato.
È assurdo, vero? Eppure è così, questa situazione particolare ci costringe a rivalutare le nostre priorità, ad apprezzare quello che abbiamo e a sentire la mancanza di persone e luoghi che sono a un passo da noi.
Ebbene, per questa microstoria ho deciso di scavare nella mia memoria e raccontarvi un po’ alcuni momenti di quotidianità che mi ricordano la mia Napoli.
Napoli è una città che si fa sentire – letteralmente – e l’olfatto e il gusto sono i due sensi che più me la ricordano. La rivedo ogni volta che mio padre fa la pasta al forno e l’odore di ragù mi solletica le narici, oppure quando porta a casa una busta di mozzarelle di bufala, versa il contenuto in una grossa ciotola e mi passa un bocconcino da assaggiare di nascosto. La rivedo tutte le mattine, quando mia madre mette su la macchinetta del caffè e quell’aroma riempie tutta la cucina, o quando decide di dedicare la giornata a fare la pizza, il vapore dell’impasto appena sfornato mi riporta in un secondo a Port’Alba con una pizza a portafoglio in mano.
Ma Napoli non è solo sapori e odori, Napoli è anche vista, udito e tatto. Penso a lei ogni volta che qualcuno posta sui social la fotografia di una vacanza al mare, e in un attimo sono a Mergellina, in una di quelle giornate di sole dove tanti piccoli bagliori di luce si riflettono sull’acqua. Una di quelle giornate con il via vai di gente sul lungomare fino a sera, e i giovani che si baciano appoggiati al muretto davanti alla scogliera.
E poi ci sono le lenzuola, quelle che mia madre mette ad asciugare al sole. Per me quella è un’immagine evocativa che mi fa pensare sempre a Via Atri, a cavallo dei Tribunali, quando frequentavo la Scuola Italiana di Comix. Quel vicoletto stretto stretto, talmente stretto che anche in pieno giorno la luce fatica a entrare, ed è inevitabile alzare la testa e guardare quella festa di panni appesi ai balconi. Quante volte ho fatto su e giù per quei vicoli, incantata dai palazzi antichi con i portoni enormi che sembrano l’entrata di chissà quale mondo magico, e quante jastemme per quel maledetto basolato vesuviano, anche conosciuto come il fratello infame del sampietrino, che per quanto sia esteticamente bello non è esattamente il migliore amico di chi si sposta su ruote.
Napoli è questo, ma è anche tanto altro. Napoli è suoni e rumori, lo strombazzare dei clacson quando c’è traffico, i motorini che sfrecciano sotto casa, la tangenziale bloccata ogni volta che gioca il Napoli e quel maledetto “ingorgo a croce uncinata”. È la musica che senti uscire dai vasci, i bambini che giocano a pallone per strada, e gli anziani che esultano per un settebello.
Napoli è così viva che immaginarla ora deserta mi fa male al cuore. E allora mi sforzo di pensare che stia solo dormendo, che stia facendo uno di quei pisolini ristoratori per poi tornare a essere quella di sempre, a fare casino e a riempire i nostri sensi di piccole grandi gioie.

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