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Questa sera al Napoli Teatro Festival Italia, nel cortile del Maschio Angioino, il pluripremiato drammaturgo ripropone una delle sue opere più significative, con le musiche dal vivo di Antonio Della Ragione. Noi di QuartaParete, in omaggio a ciò, riproponiamo la cronaca analitica di una lettura consumatasi nel 2011 a Parigi. Oltre il tempo e lo spazio.

di Antonella Rossetti

Foto Marco Ghidelli

Foto Marco Ghidelli

Le groupe de réflexion sur les ecritures thèatrales contemporaneis” del Teatro Nazionale La Colline di Parigi, propone dal 2009, la lettura di quattro testi teatrali che “hanno suscitato nel contempo entusiasmo e polemica” E nell’edizione del 2011, con ‘Nzularchia di Mimmo Borrelli, il gruppo francese coglie nel segno.
ll 18 giugno, la sezione “Textes sans Attendre”, une journée de lecture: quatre pièces contemporaines”, diretta da Angela De Lorenzis, sceglie la drammaturgia di Borrelli, tradotta in francese, a cura di Jean Paul Mangarano. La rilettura della motivazione, che valse all’autore il Premio Riccione 2005, ha consentito al team francese di comprendere sfumature celate in un testo complesso e abilmente costruito.
Nel buio ossessivamente martoriato da una affettata oscurità squarciata dai lampi di una casa invasa da rumori e da una muffa che penetra nei corpi, ‘Nzularchia, ovvero, “itterizia” svolge una sfida al labirinto, ovvero a un luogo d’origine, sfigurato e illeggibile, un gioco d’orientamento e disorientamento, nell’ansia topografica della mappa per rintracciare il colpevole”. Borrelli forsennato nella sua loquacità mefistofelica, scrittore furibondo, fluviale, originale, importante e con un coraggio da leone, riesce, a muovere le veglie di un’inquieta, informe coscienza retroattiva, alle prese con un’indagine impossibile, dove l’indiziato è un padre camorrista che toglie la vita ai figli, impedendone la nascita.
Testo sul padre assassino, di una società invertebrata e deviante, seducente, per il gioco di una lingua che incessantemente osa sfidare i suoi inabitabili cul de sac, insegnando il vorticoso e inane percorso di un’identità mai veramente nota, quella di un figlio che non ha altre armi se non quella di ricomporre la lingua dei padri: barocca, lampeggiante e a tratti violenta. Quella stessa violenza che è “piatto prelibato nel pranzo succulento della vita”.

La pièce debuttò nella primavera del 2007 al Teatro Mercadante di Napoli con la sapiente regia di Carlo Cerciello e i bravi interpreti: Peppino Mazzotta (Gaetano), Pippo Cangiano (padre-assassino-camorrista) e Nino Bruno (Piccerì). Qui, la felice traduzione di Jean Paul Manganaro riesce a esaltare la tessitura scrittoria di un testo, definito, ”mistero linguistico”. La Colline, particolare spazio scenico, fondato nel 1951, è ricordato dal direttore artistico Stéphan Braunschweig, come «Teatro aperto sul mondo, reale e non concentrato unicamente su questioni estetiche. Mi piace che si trovi in collina, non troppo in alto per non perdersi nelle nuvole, ma nella posizione giusta per tentare di offrire uno sguardo chiaro sul mondo…»
Così, le Théatre National La Colline, per i francesi ”qu’on l’appelle simplement La Colline”, è “La Collina”, semplicemente. Il rimando, scontato, alla Collina di Spoon River di Edgar Lee Masters, evocata in musica da Fabrizio De Andrè, è inevitabile. Forse, entrambe, tentano di offrire uno sguardo chiaro sul mondo. La Colline, si riconferma, l’assito dell’artigianato e della ricerca teatrale, dove le internazionalità della drammaturgia si incontrano e si confrontano. Luogo di grande energia, appropriato all’Autore nostrano. Forse gli addetti ai lavori, francofoni, non riescono a comprendere fino in fondo, quanto il lavoro di Borrelli, al suo debutto, si sia mostrato una vera rivelazione. Nell’ambito teatrale, delineò rigidi confini tra opinioni e controverse. Varie scuole di pensiero imperversavano, impegnate a definire “il genere” del testo e a riconoscerne, insistentemente, le fonti. Gli autori più scomodati: Annibale Ruccello ed Enzo Moscato. Coerente erede di entrambi? Dell’Uno, per l’impiego della “lingua delle viscere”? Parole cariche della dignità espressiva di un tempo. E dell’Altro, per l’atmosfera marcatamente noire, nel voler riportare in superficie l’impenetrabile mondo dell’inconscio?

Ma oggi, a distanza di tempo, l’opera prima di Borrelli può leggersi con maggiore lucidità e obiettività. E Parigi crea una rara occasione. È il caso di coglierla. ‘Nzularchia per l’autore «la rappresentazione allegorica e rancorosa del ricordo, una fonte dell’infanzia violata e stuprata e per questo mai vissuta, dalla quale le immagini di Gaetano acquistano forma e colore… l ’uso del dialetto, che in quel caso convenzionalmente definiremo flegreo, nasce dalla profonda contestabile esigenza di non ricercare una nuova lingua ma più propriamente di scolpire le strade senza uscita…». E a Napoli, come altrove, la cul de sac (strada senza uscita), spesso, per tanti, diventa una vera cul de basse-fosse (cella) da cui bisogna allontanarsi, fuggire. Irrimediabilmente. È necessario imparare a guardare sempre lontano. Altrove. E se Spennacore, il padre assassino, con la trasposizione di Manganaro, si muta in Plum’queues de poulet e Piccerì in P’tit gars, ‘Nzularchia può trasformarsi in “Jaunisse”, senza perdere la sua personale potenza drammaturgica. Un travail théatral, particolarmente intenso, che riecheggia forte, che segna e segnerà uno stile unico e inconfondibile. Il Vulcano-Borrelli, che erutta parole, suoni e mistero, è magma incandescente, che attrae e meraviglia. A prescindere dal tempo e dal luogo.

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