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Ideato da Chiara Guidi in dialogo con Vito Matera, lo spettacolo – andato in scena il 14 luglio per il NTFI – si ricollega agli antichi culti di fertilità raccontando di un seme custodito nella terra che diviene uomo.

di Vincenzo Del Gaudio

Foto Eva Castellucci

Foto Eva Castellucci

La caverna è il luogo delle ombre, quelle stesse ombre che occultano, rendono indistinti i confini, ingrandiscono, rimpiccioliscono e mostrano, come in una lanterna magica in cui l’occhio e ciò che si guarda aderiscono e collassano l’uno sull’altro.
Il teatro in questi mesi non ha visto luci, come in una caverna, non è stato investito da nessuno sguardo, e oggi dobbiamo per forza di cose fare i conti con un teatro della distanza. Chiedersi cosa significa oggi teatro della distanza, che a prima vista sembra un ossimoro, significa pensare insieme le sperimentazioni digitali prodotte durante il lockdown e quella esperienza pericolosissima: “Il pericolo più grande: io e te” come aveva profeticamente asserito Marco Martinelli.
Con questi pensieri mi reco al Bosco di Capodimonte per assistere a Edipo – una fiaba di magia di Chiara Guidi della Sociétas Raffaello Sanzio per questa strana edizione del Napoli Teatro Festival Italia. Ovviamente i posti sono ben distanziati e questo subito provoca una strana sensazione di straniamento che produce una sorta di insoddisfazione latente: si ha la percezione che qualcosa non funzioni, ma forse è solo questione di abitudine.
Lo spettacolo – interpretato da Francesco Dell’Accio, Francesca Di Serio, Chiara Guidi, Vito Matera, Filippo Zimmermann, con le voci di Eva Castellucci, Anna Laura Penna, Gianni Plazzi, Sergio Scarlatella e Pier Paolo Zimmermann – inizia con una scena ingabbiata da un telo mobile, quasi inaccessibile, che spostato dalla brezza serale partenopea diventa multiforme, danza ancor prima che lo spettacolo inizi. Un giovane Edipo entra in scena zoppo, con una stampella lentamente si avvicina al palcoscenico, salta sul proscenio con fatica ma il resto del palco gli è negato dal velo che grazie ad un gioco di luce diventa un enorme parete rocciosa mobile che gli impedisce il cammino. La voce della sfinge gli si para d’avanti e sembra che essa rappresenti il vero ostacolo e che abbia un corpo molto più duro della roccia. La sfinge, gli pone la domanda che è al centro dell’Edipo re di Sofocle al quale il giovane risponde e il velo si apre per dare spazio ad un altro velo più sottile che permette allo sguardo di attraversarlo rendendo però la visone difficoltosa.
L’antro della Sfinge è popolato da alcune figure: una talpa, un uccello, un bulbo un tubero, alcuni rami animati e un ragno che si chiedono il motivo per cui quella terra d’un tratto è divenuta arida e inospitale. Una parte nera nel velo produce una prima forma di rimediazione: essa riproduce, infatti, le maschere che vengono utilizzate al cinema per rendere l’idea che l’immagine sia ingiallita e quindi sia un ricordo che vada recuperato tra le nebbie del tempo. Ed è proprio rispetto all’utilizzo dei media digitali che Chiara Guidi sembra intraprendere una strada diversa rispetto alle sue ultime produzioni, anch’esse figlie del buio e della notte, ma al cui centro si trovavano le sperimentazioni sulla voce e sulle sue possibilità. In questo lavoro la regista e attrice cesenate non solo sperimenta ma crea una partitura vocale ben definita: una voce che si fa corpo e che grazie all’utilizzo dell’amplificazione diventa parte integrante di una complessa drammaturgia sonora che si avvale delle musiche e degli ambienti sonori di Francesco Guerri e di Scott Gibbons e, allo stesso tempo, produce un dispositivo urticante che utilizza il teatro come scatola nera per mettere in scena e scandagliare le altre forme mediali, dal cinema alla letteratura passando per la televisione.

Foto Eva Castellucci

Foto Eva Castellucci

Nel gioco di rimandi e di rimbalzi che si consuma, lo spettatore percepisce alcune immagini come familiari per due ragioni specifiche: 1) esse vengono filtrate dal registro fiabesco che fa sì che tali immagini diventino parte di una grande magia, del prestigio della regista; 2) esse fanno riferimento ad un immaginario ben definito che richiama da vicino i disegni di Beatrix Potter filtrati con un attitudine quasi gotica che, grazie al particolare utilizzo dei costumi e delle maschere, le rende conosciute allo sguardo.
Edipo diventa l’espediente narrativo per mostrare il binomio colpa/perdono e legarlo al tema della sostenibilità ambientale. Lo spazio scenico si trasforma in un dispositivo metamediale, che riflette sulla pervasività dei media digitali e ne disocculta il funzionamento. Ci troviamo di fronte ad un grande gioco, ad un grande inganno, al sommo prestigio. D’altronde il mago spinge lo spettatore a guardare il posto dove non avviene la magia e la magia avviene proprio perché lo spettatore non guarda nel punto giusto, ma è distratto, ingannato.
Edipo – una fiaba di magia è uno spettacolo magico perché ci spinge a guadare altrove e forse in questo scaraventa il teatro della distanza su di un teatro dell’altrove e questo altrove altro non è che lo spazio della mediazione fatto di fitte ombre scure come quelle che popolano le mura del cortile della Reggia, apparentemente esterne alla narrazione, apparentemente parassite e inessenziali perché figlie del caso ma, a guardar bene, necessarie perché la magia si compia ancora una volta, tutte le sere, come ogni sera, nel buio opaco e oscillate della scena.
Edipo – una fiaba di magia ci ricorda che il teatro è uno spazio magico e che la tecnologia stessa, a determinate condizioni, ha una fascinazione prodigiosa ma tale magia è possibile solo a patto di allenare lo sguardo, solo a patto, cioè, di accettare la fatica del guardare nel buio, di strizzare gli occhi nel tentativo di mettere a fuoco i contorni che in verità mai potranno diventare nitidi.

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