Manlio Boutique

Con “Bestemmia d’amore” il canto si fonde con le parole, il blues con la tradizione, il volgare con il sacro. E il viaggio artistico tra i due fuoriclasse si arricchisce di una nuova tappa, originale e unica come loro.

di Antonella Rossetti

Guglielmo Verrienti – ag Cubo

Guglielmo Verrienti – ag Cubo

Il 23 luglio 2020, il Napoli Teatro Festival Italia, approda all’Anfiteatro Campano di Santa Maria Capua Vetere, spazio scenico davvero unico: è la Storia maiuscola che accoglie e affascina i tanti, accorsi per questo speciale appuntamento. L’unicum del luogo richiama le affinità elettive e la particolarità di due artisti, Pippo Delbono ed Enzo Avitabile, “furiosi irregolari,” che con l’opera-concerto “Bestemmia d’amore” danno vita a un dialogo che si dipana tra eterne sonorità e versi ribelli e che Delbono così descrive: “Le parole diventano musica per parlare di questo tempo volgare, sacro, duro e dolce. Per parlare dell’amore bestemmiato, ferito, affogato, ucciso, rinato, ucciso ancora, ancora vivo.”
Questa collaborazione artistica è una nuova tappa di un viaggio, iniziato nel 2016, con il lavoro “Vangelo”  di cui il compositore Avitabile fu autore della partitura musicale.
La consueta voce che introduce ogni evento del Napoli Teatro Festival Italia 2020 ricorda agli astanti che ogni sera, nei luoghi più disparati che la rassegna propone, partecipano ad una festa: ”IL TEATRO RINASCE CON TE”. Questo è un invito accorato del teatro che resiste, di chi lavora e produce lavoro. Di coloro che, nell’emergenza sanitaria, hanno pagato come e più di altri, lo scotto di un lavoro che si è improvvisamente fermato, rendendo situazioni già precarie addirittura inesistenti. E le parole stampate sulla maglietta di Pippo Delbono, ”La culture lutte”, testimoniano e sintetizzano la protesta unanime e senza frontiere che questa catastrofica pandemia ha ampliato e rafforzato. Richiamano la lotta degli artisti, “gli invisibili”, che forse non riusciranno più ad esprimere la propria creatività, tra teatri che non riapriranno, pensieri negati e idee calpestate.

Guglielmo Verrienti – ag Cubo

Guglielmo Verrienti – ag Cubo

L’incipit di “Bestemmia d’amore” si staglia su un fondale che racconta il mondo, con le sue cattedrali e le sue moschee, la religiosità universale, il potere forte delle cupole e la fragilità di chi sgrana rosari. Enzo Avitabile e Pippo Delbono incedono, ciascuno con la propria cifra stilistica e i relativi codici espressivi. È Avitabile a fare gli onori di casa: la fiorente terra di lavoro di un tempo, gli è familiare e molti dei presenti sono suoi “devoti”. Così, accompagnato dai bravi musicisti Gianluigi Faenza (chitarra classica) e Carlo Avitabile (percussioni e voce), coinvolge e trascina, con la maestria di sempre, nei ritmi mediterranei, multietnici, che evocano arcani di un tempo, sacrilegi di sempre.
Fondendo classico e barocco, racconta la vivacità delle periferie e la tradizione popolare. Autore simbolo di quella musica che ricorda radici ma che non conosce confini, che fa del superamento del limite il cardine creativo, perché la musica non ha colore, è anarchica, come l’arte. E allora ecco avvicinarsi l’India, l’Angola, la Palestina, la Siria e “il mare che nasconde i morti”, Lampedusa, terra di mezzo, con le sue sciagure, colpa di alcuni, vergogna di tutti. La denuncia in note di Avitabile trova nella supplica urlata di Pippo Delbono – ”io non so pregare”, “io ti troverò”, “non attendo che musica” – , la giusta cassa di risonanza in cui riecheggia la sete di una libertà senza confini, di una politica reale, che recuperi il significato etimologico del termine. E quel “Punto e basta” gridato all’unisono sottolinea lo sguardo strabico di entrambi, di chi non segue prospettive univoche, di chi considera il diverso solo una risorsa. E sebbene in “Bestemmia d’amore”, a tratti, non si palesi una regia che amalgami in maniera armoniosa la scena agita, tra le righe, si legge l’identico sentire di due grandi personalità, in sintonia nel proiettarsi “oltre”. Consapevoli che “è meglio una tammurriata che una guerra” e lontani dal voler essere etichettati e vivere in un’oligarchia di pochi che dirigono e di molti che subiscono. Staccati dai “prezzolati” impegnati a difendere meschini orticelli, proliferi di “spettacolificio”, divertissement di basso profilo. E la lettura di Delbono fatta da Franco Quadri – «Qualcosa di più di uno spettacolo e che non deve diventarlo, un libro parlato ricco di provocazioni, di sollecitazioni, anche di brute richieste, che aiutano a capire quanto possono essere profonde le ragioni di un successo» -, lascia intuire che l’armonia delle messinscene dell’attore-regista ligure, consiste proprio nella dissonanza, nei corti circuiti che provoca, nelle rotture di voce che sprofondano e riportano in superficie abissi feroci; voce di sacerdote-ministro, che scava nelle crepe dell’esistenza.

Foto Guglielmo Verrienti – ag Cubo

Foto Guglielmo Verrienti – ag Cubo

Del resto, l’elemento autobiografico ha sempre avuto, fin dagli esordi, un posto di rilievo nei suoi “scritti corsari”, storie di una vita estrema, affaticata e segnata dalla dipendenza da droghe, dalla malattia e dalla morte. All’origine dei sui lavori c’è sempre un dolore profondo, che affronta con pudore e con rabbia, in una costante ricerca di libertà. Il suo “teatro della diversità” ha saputo imporsi per qualità intrinseche al teatro stesso: il riuscire a fare teatro e capirne tutte le potenzialità che se ne possono trarre, anziché per il fascino del clichè “genio e sregolatezza”, ormai obsoleto. Il percorso artistico di colui che Rodolfo di Gianmarco definì  “teatrante dell’anima”, è senza dubbio un’esperienza sui generis, che sa sottrarsi alle tentazioni del patetico e retorico. Si abbandona alla platea, senza maschera: fra silenzi eloquenti e grida improvvise, restituisce l’inferno di chi vive alla deriva. L’umanità scarna di tutti gli “sconvolti”, come lui, che ora però affermano il bisogno di lucidità: «La vera rivolta, oggi, è essere lucidi, rigorosi, si ha voglia di vedere tutto… bisogna essere rivoltosi ma lucidi». Questa lucidità è sinonimo di libertà. Pippo Delbono è sopravvissuto a grandi bufere e, a dirla con Primo Levi, è tra “Quelli che si sono salvati per ricordare e raccontare” E con Pasolini ha sempre sostenuto che “bisogna ricominciare daccapo, da dove non c’è certezza”.
Come superstite, favorito dalla sorte, ha imparato ad apprezzare i gesti semplici e le bellezze dimesse che gli albergano intorno. Cita Pasolini, Rimbaud, Prévert perché, afferma, non può farne a meno, «me li sento dentro». Il teatro è stato e continua ad essere per lui una scelta di vita, un atto di coraggio che si ripete ogni volta. E quando d’improvviso lascia il leggio per abbandonarsi al suo immaginifico, ondeggiando tra le potenti note di Avitabile, ecco ritornare la sua storia, gli incontri fondamentali della sua vita, che ne hanno virato il corso: da Pina Bausch al mitico Bobò, l’Arlecchino dal sorriso infantile, rinchiuso per 46 anni nel manicomio d’Aversa, colui che «mi ha insegnato a rigiocare con tutto. Ci siamo salvati reciprocamente».
Gli stralci dei suoi Autori riportati, rimandano ad alcune sue stesure: “Il Tempo Degli Assassini” (1987), “La Rabbia” (1995), “Barboni” (1997), ”Guerra”(1998), “Il Silenzio”(2000), “Urlo”(2004), “Dopo La Battaglia”, 2011, “Vangelo”, 2016. Testi-conferenze-confessioni in cui la vita reale e quella scenica s’intersecano di continuo; in cui l’autore si mette completamente a nudo evocando con potenza la “memoria fisica della sofferenza” e “la bellezza dell’umanità della strada”.
E sul finire, complice l’incomparabile scenario dell’Anfiteatro Campano di Santa Maria Capua Vetere, dalla scena alla platea corre fluida una grande energia, fatta di mani e di vento: “Mane e mane, o vient che ven o vient che va”. Delbono e Avitabile, generosi, regalano bis e, soprattutto, la speranza di continuare a ricercare il senso di fare teatro, di poter dimostrare ciò che esso può riuscire a dire. Sempre e comunque. In una sorta di visione antropologica teatrale, dove il fulcro e il fine di una performance non è soltanto l’espressione scenica bensì ciò che la precede, la genera e la rende possibile.
Bestemmia d’amore” si può definire come la più semplice e immediata chiave di acceso al mondo interiore di entrambi i suoi protagonisti che, d’intesa, percorrono frequenze comuni, rappresentando un universo complesso, la loro Utopia, nella quale non c’è costruzione precostituita né alcuna artificiosità per apparire “Altro”.

Print Friendly

Manlio Boutique