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Con la sua prima raccolta, edita da Oèdipus, Francesca Colaps affronta la vita in versi, raccontandone le molteplici sfumature, tra introspezione e sguardo sul “fuori”, mentre la musica accompagna il viaggio di chi errante cerca se stesso e nuovi approdi.

di Rita Felerico

Francesca Colaps.  Ph Anna Abet

Francesca Colaps.
Ph Anna Abet

La pelle segna i confini del nostro mondo più intimo, delimita l’orizzonte spaziale dei movimenti, come velo avvolge tutto il corpo per proteggerlo da un ‘fuori’ che attacca, invade, sfora la sicurezza di ciò che ci appartiene. Strato impermeabile difensivo. Da quale diluvio Francesca vuole proteggersi? Forse non a caso pubblicate da Oèdipus nella collana sonatine, i versi di Francesca Colaps, raccolti in un sobrio volume dal titolo L’impermeabilità della pelle, che nelle note l’autrice definisce un disarmante inno sinfonico, sono docile scudo al divenire dell’esistenza, perché la poesia è per Francesca la forma più semplice, più concreta e trasparente di vivere questa vita.
I 24 brani poetici – per restare nell’ambito del linguaggio musicale – mi sono subito apparsi come note, sparse in un pentagramma designato da luoghi e tempo, alfabeto per comunicare con logica emozionale e poetica con Francesca  e il suo mondo. È lei ad indicarci la strada; inizia da ponente, lì dove il sole tramonta e si aprono nuovi orizzonti di conoscenza ‒ Io, come una bandiera/Una bandiera bianca. Una bandiera che nasconde mille colori ‒ scrive.
Come note le parole si rincorrono per parlare di dolori, di gioie, di tenerezza, dell’emozione che ci avvolge quando andiamo incontro alla natura. Il tema delle note e del suono, infatti, compare in vari componimenti, in Origini e  Su note scordate per trasformarsi in altri in armonia: sorridimi/sopra questa melodia che non conosco urla in 20:02 sull’Atlantico. E forse è proprio una nota, magari stonata, che può rappresentare la meraviglia/ (della vita) in una successione scontata di suoni…
La musica accompagna l’altro tema caro alla nostra poeta, quello del viaggio, del viandante alla scoperta di nuovi mondi e di sé: “come i passi di un viaggiatore / in cerca di se stesso/ lontano dal mondo” ci confida in Ammantata di malinconia, forse uno dei più suggestivi componimenti. E Francesca, nel suo andare, si sofferma sul significato di identità e della domanda di ogni inizio, che approfondisce con toni e coloriture intense ne  Il mio nome non esiste:

Con quale nome
Posso mai presentarmi a te,
con quale lingua e con quali mani.

Il mio nome non esiste,
non ho un volto
e non ho respiro.

Non ho gambe per venirti a cercare,
ma solo una sedia su cui sedermi e aspettarti.
Forse un giorno mi troverai.

La copertina

La copertina

Corre e aspetta Francesca, vuole cercare ed essere cercata, non stancarti mai di farlo implora in Cercami; correre via dal tempo, dalla fatica e dalla tristezza del quotidiano da dove vuole essere presa attraverso la poesia, la musica: si può.
Si può affrontare il presente così, e il passato, decifrarlo, come fa in Rue du berger dedicata al padre Papà, questa vita mi piace…../ Ho voglia di correre forte,/ perché ti sento vivo dentro di me dove l’amore guarda e si confronta con il dolore. E come fa in La luna non tramonta mai dedicata alla madre e quindi al richiamo con la terra, con le radici, con la natura. La natura è il terzo tema di Francesca; poeticamente la cerca, si vuol confrontare con lei perchè è un altro da capire, da amare anche nei suoi momenti di opposizione. La neve, il mare il Preludio d’inverno dove Le tempeste sembravano quadri che prendevano vita / e la vita mi sembrava un sogno, la Tormenta di sabbia dove Francesca si è accasciata, / stanca, / per il peso della memoria, non sono solo descrizione di momenti, ma istanti dove l’immedesimazione con la natura è vita, anzi la “vita”. E la consapevolezza di aver smarrito il senso, del quale perdutamente va in cerca, seppure sfiora l’angoscia rinasce toccando e riconoscendo  l’amore, l’amore che si riconosce anche quando non ve ne è bisogno, l’amore che apre la strada al perdono, come scrive in  Filantropia: Perdonami. / Perdonami un giorno./ Fallo. / Lo farai perché ne avrò bisogno. Ed è ancora l’amore ad aprire la strada alla speranza e al ricominciare che nei versi finali di In attesa e Inno si aprono ai nuovi mondi e ai nuovi linguaggi di cui Francesca era in cerca : Non è vero che il cielo finisce… Avevo un sogno, e lo continuo ad avere.
Un linguaggio semplice ma poeticamente discorsivo, di racconto e raccordo fra Francesca e il mondo esterno, fra il suo bisogno di relazione e di ricerca di significato e la necessità di riflettere in ‘solitudine’ su cosa lasciar andare e su cosa trattenere per dare senso alla  vita. Versi che sono preludio per ogni lettore – perché la poesia sia sempre più letta – a cambiamenti e nuove prospettive di azione perché, come scriveva Holderlin,  poeticamente abita l’uomo.

Ph Gianfranco Panico

Ph Gianfranco Panico

Sei una musicista; i tuoi strumenti sono la batteria, le percussioni i cui suoni rimandano alla dimensione archetipa di noi, alle nostre radici. La tua passione per la poesia appartiene, nasce da questa dimensione?
Sicuramente. Entrambe sono giunte nella mia vita più o meno contemporaneamente. Crescendo ho capito ed intravisto che tra tutte le mie passioni artistiche, oltre la musica e la poesia, intercorreva una probabilissima connessione, dalla necessità di creare qualcosa di mio e di nuovo, alla semplice contentezza nel trasmettere emozioni.
Da un punto di vista tecnico – esperienziale quali sono le affinità fra il tuo linguaggio poetico e il tuo linguaggio musicale, se per te esistono?
Certo che esistono. Il mio linguaggio musicale, sia in senso tecnico di batteria e percussioni, sia nel senso di come concepisco un brano musicale, è piuttosto scarno, ridotto quanto più possibile all’essenzialità del linguaggio, mediatore per la comprensione del pubblico. Ripulito dal superfluo, da quel linguaggio complesso che molte volte distoglie l’attenzione e che fa perdere il fulcro di ciò che si vuole trasmettere e comunicare. Così il mio linguaggio poetico.
Quando nasce e perché il tuo interesse per la poesia?
Con estrema sincerità non posso definirlo un interesse, ma un’esigenza. All’età di 11 anni, soprattutto durante i momenti che sentivo particolarmente delicati, ho incominciato a scrivere qualcosa di indubbiamente relativo e contestualizzato all’età che avevo. Ricordo che più che leggere libri e riviste adatte agli adolescenti, ero invece attratta ed ipnotizzata da libri come Neruda e Garcia Lorca. Poi con il tempo ho continuato, senza mai smettere.
Come definiresti la tua poesia?
Inizio col precisare che non saprei innanzitutto esprimere e descrivere cos’è la poesia. O forse non ancora. Ma allo stesso tempo credo fortemente nella sua capacità di trasmissione di qualunque cosa che possa toccare gli angoli più nascosti di ciascuno di noi. Ecco perché scelgo un linguaggio semplice e diretto. Il mio desiderio è far riflettere ed emozionare e potermi rivolgere ad un ampio pubblico. Per me la poesia non è di nicchia, ma assolutamente accessibile a tutti.
Hai in mente un nuovo progetto poetico?
Si, in realtà è quasi pronto. Totalmente diverso dalla prima raccolta, forse più consapevole e maturo. Del resto, è inevitabile che crescendo e vivendo cambi con te anche il modo di scrivere, senza mai abbandonare quella che reputo essere la mia identità. Ho diversi progetti, non escludo un romanzo in futuro.

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