La Palestina raccontata attraverso i ricordi di Omar.

“La memoria è il diario che ciascuno di noi porta sempre con sé” diceva Oscar Wilde. Lo spettacolo andato in scena al Real Orto Botanico Mi chiamo Omar rappresenta, infatti, un viaggio nella memoria storica del protagonista e porta alla luce numerose tematiche legate alla Palestina, al suo popolo, ai soprusi e alle sofferenze a cui è stato sottomesso. Scritto e diretto da Luisa Guarro e presentato dall’Osservatorio Palestina, nasce da una lunga intervista fatta al protagonista Omar Sulemain.

La tragedia ha inizio quando il 14 maggio 1948 fu costituito lo Stato ebraico di Israele: i Palestinesi, e quindi la famiglia di Omar, furono costretti ad abbandonare i propri villaggi. Il ricordo di Omar si fa sempre più nitido nel corso del racconto. Il protagonista sul suo bancone, mentre è intento a raccontare la sua storia, cucina per gli ospiti in sala. Un sottile velo dietro cui si muovono i personaggi con un singolare gioco di ombre divide il passato dal presente: ricordi ormai remoti che non vogliono estinguersi. Tutto sembra un sogno che si rivela attraverso episodi, musiche arabe, danze tradizionali, riti e immagini. È come se il pubblico avesse un accesso privilegiato all’interno della mente del protagonista.

Gli spettatori immobili e attenti si commuovono di fronte alle immagini suggestive che si dipanano davanti ai loro occhi, ai sacrifici di una famiglia, di un popolo sottomesso all’arroganza dei potenti, alle vicende del giovane Omar che per volere del fratello maggiore si trasferisce a Napoli per studiare all’Università.
Il rifiuto di Omar di intraprendere gli studi di Farmacia in favore di quelli in Scienze Politiche avrà gravi ripercussioni: come punizione, infatti, non potrà avere contatti con la famiglia per sette lunghi anni. Qui emerge anche il lato conservatore della cultura palestinese. La differenza tra questi due mondi, Oriente e Occidente, si evince dalle parole di Omar che inizialmente sembra essere infastidito dalla frenesia incontrata al suo arrivo in Italia. Una volontà di denuncia, quasi impercettibile, affiora nelle parole finali del protagonista: “Bisogna rompere l’isolamento”.

Un teatro fatto di immagini ma anche di parole che coinvolge e trova la sua forza nella semplicità. Dopo lo spettacolo il pubblico, avvolto ormai in un’atmosfera “orientale”, è invitato a degustare il cibo cucinato da Omar. È doveroso ricordare tutte le persone coinvolte in questo splendido e impegnativo progetto a cominciare dagli attori Omar Suleiman, Dalal Suleiman, Sara Schiavo, Silvia Montieri, Gaetano Battista, Antonella Mahieux. E ancora Paco Summonte per il disegno luci Paolo Petraroli per i suoni, Irene Servillo e Antonio Ruberto per le illustrazioni e, infine, Alessandro Papa per il progetto video.

Giulia Esposito

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