Racconto di una partita di calcio diventata leggenda.

«Juve – Napoli 1 a 3: la presa di Torino è il ricordo puro e semplice di un’emozione. Non di un’emozione qualsiasi: dell’emozione più forte, felice e assoluta che chi lo ha scritto abbia mai provato. È la storia di una giornata, di un viaggio e di un evento. La mera elencazione di una serie di fatti, niente di più. E tuttavia, se si dovesse rappresentare quella giornata con un elettrocardiogramma, si osserverebbero più picchi della catena andina», è con queste parole che Maurizio De Giovanni parla del suo libro dal quale è tratto lo spettacolo omonimo andato in scena ieri sera nel Castelletto del Real Orto Botanico nell’ambito del ricco cartellone della rassegna Aggregazioni.

Diretto da Massimo De Matteo, con Peppe Miale, unico e bravissimo protagonista, è, in effetti,  una interpretazione emozionata, euforica,  da tifoso “malato” del Napoli, per il quale nulla è più importante della passione per la sua squadra del cuore, quella che lo spettacolo regala agli spettatori divertiti.

9 Novembre 1986: il Napoli incontra a Torino la grande Juventus. Quattro amici, a bordo di una Fiat Regata diesel, affrontano la trasferta  per assistere alla partita, sperando che i loro beniamini possano scrivere una pagina indelebile nella storia  delle squadra azzurra. Il monologo è il resoconto minuto per minuto di quel viaggio condiviso, da chi ora è al centro del palco e, in tuta rigorosamente azzurra, racconta e rivive quei momenti, con gli amici di sempre: Raffaele il disfattista, Salvatore l’entusiasta, Luigi il sofferente. Le possibilità di riuscire nell’impresa sono poche, ed il primo gol subito, raffredda non poco gli entusiasmi, ma alla fine  il miracolo avviene – sì –  la rete avversaria si gonfia per ben tre volte e la vittoria insperata si consacra alla storia tra l’euforia e l’incredulità di tutti.

Il lavoro, che si avvale della collaborazione, per le musiche, di Floriano Bocchino, per i costumi, di Alessandra Gaudioso e, per le scene, di Luigi Ferrigno, per il suo ritmo veloce, le battute incalzanti e la capacità di dare spazio ai ricordi come se fossero reali, attuali, appassiona e coinvolge anche chi di calcio non è tifoso. E la sensazione che si ha al termine, quando le luci si spengono, anzi, è proprio quella di voler correre allo stadio e vivere una esperienza simile. Che faccia gioire, palpitare, urlare e cantare in coro, certi che, almeno per una volta, essere “malati” non può che essere la più grande fortuna della vita per toccare il Paradiso con un dito.

 

Ileana Bonadies

 

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