“La peste” di Nello Mascia in scena per “Napoli città viva”.

Da sinistra Nello Mascia e Ciccio Merolla

Trent’anni di Peste. Quella visibile, agli occhi dei napoletani, davanti alle distese di rifiuti disseminati lungo le strade, a cumuli.
E quella sordida, strisciante, di quegli uomini che hanno svenduto la propria terra, per farne affari.
Nello Mascia sale sul palco, e urla forte la sofferenza di un popolo che resiste e lotta, contro la scelleratezza dei suoi tanti amministratori.
Quando la camorra, che pure in questa storia è protagonista, diventa un alibi, per quei politici che in nome del “dio denaro”, hanno concesso che si commettesse lo stupro continuo di quella terra che un tempo era denominata felix. Non un dito, è stato mosso, per salvarla. Tutt’altro.
La forza, di questo testo teatrale, tratto dall’interessante libro-inchiesta di Tommaso Sodano e Nello Trocchia, appunto: La Peste (Rizzoli, 2010), è tutta nelle parole e nella superba interpretazione di Mascia e nella mirabile incisività, delle musiche di Ciccio Merolla.

«’A munnezza è oro e io – sì, lo so, nun se fà – ma voglio campà comm a ‘nu pascià» – canta il musicista, funambolo di quelle percussioni che rispondono magistralmente, al suo tocco, realizzando un vero e proprio dialogo in scena, con l’attore.
«‘A munnezza è oro» – parole del pentito Nunzio Perrella agli inquirenti, nello svelare i retroscena di questa storia maledetta; affari, potenza, denaro, ma con un prezzo, da pagare: il tradimento della propria terra e della sua gente.

Da sinistra Nello Trocchia, Nello Mascia, Tommaso Sodano, Ciccio Merolla

I veleni, sversati illecitamente si insinuano pericolosi e mortali, nelle vene di chi si ammala di cancro.
Per giustificare speculazioni e malgoverno, si arriva ad inventare parole come “emergenza”; ruoli, quale quello del “commissario straordinario”, operazioni vuote quali quelle dei “consorzi”, attribuzioni fittizie a “grandi imprese del nord”.
Cifre, nomi, fatti.
La Peste è denuncia e riflessione che si apre anche al sorriso, amaro.
Un ritmo serrato, quello della drammaturgìa, che rapisce e coinvolge lo spettatore, fino a farlo entrare in un’altra dimensione, nel cuore dei fatti ed a portarlo con sé visitando luoghi, persone, attraverso gli anni, come in un’ipotetica macchina del tempo.

Ci porta ad esempio a Casapesenna, nel 1988, al cospetto di quel Tonino Cangiano assessore ai lavori pubblici, che governava al servizio della comunità; finito su una sedia a rotelle, perché con grande dignità ed onestà, ha detto no, a quella camorra che gli “bussava alla porta”.
La pièce, diretta dallo stesso geniale Mascia, spinge chi ascolta, fino ad un “paesaggio apocalittico e spettrale”: quello delle ecoballe di Taverna del Re, a Giugliano, terzo comune della Campania, di cui, dice, tra cinquanta anni non resterà alcunché. “In quelle aree contaminate non ci sarà una cosa viva. Niente”.
Un’ora e dieci minuti di riflessione; una brillante sinergìa tra musica e parole; un’occasione, per non girarsi dall’altro lato, accompagnati da un testo crudo, ma reale, e da due straordinari esempi di quella Napoli che non resta a guardare.

Eliana Iuorio

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