Una realtà fatta di spettacoli, corsi e stage che abbraccia tutto il paese e che a Napoli si diffonde tramite l’associazione Coffee Brecht.

Giorgio Rosa

L’ambiente appartato dello START, lo spazio di “Interno 5” in via San Biagio dei Librai dove si tengono laboratori e spettacoli, ospita per i primi tre giorni della settimana i corsi di Improteatro. A condurli è l’attore-improvvisatore Giorgio Rosa e quello che avvertiamo all’arrivo mercoledì, a lezione quasi conclusa, è un senso di concentrazione e di intesa, da parte degli allievi impegnati in esercizi vari d’improvvisazione, di quella intesa naturale che si crea istintivamente tra coloro che si divertono, facendo qualcosa che nella passione accomuna. Qualcuno indossa la maglietta di Improteatro, qualcun altro quella di Coffee Brecht. L’armonia della scena non è perfetta, ma la sua ricerca si sente e non sembra lontana: del resto esercitarsi ha proprio questo scopo, come ci spiegherà Rosa.
Ma la nostra serata è anche quella che conclude il corso per quest’anno, prima della pausa natalizia. E così, mentre si imbandisce una ricca tavolata e si riuniscono gli allievi dei tre anni di corso, Giorgio Rosa e Massimo Magaldi  si appartano con noi per parlarci del lavoro di Improteatro. L’associazione Coffee Brecht, presidente Marco Biondi, sta compiendo un ottimo lavoro.

Cosa è e come nasce Improteatro?

Improteatro è un’associazione composta da tante associazioni locali che si occupano della promozione e della pratica dell’improvvisazione teatrale, abbraccia una trentina di città da Torino a Lecce passando per Piombino, Genova, Bologna, Latina, Roma, Napoli: un movimento nazionale che si articola in tre modi. Una parte amatoriale a diffusione locale, dove con “amatoriale” si intende semplicemente la partecipazione ai corsi di persone che fanno altro nella vita, e non recitano per professione. C’è poi la SNIT, Scuola Nazionale d’Improvvisazione Teatrale per la formazione di attori improvvisatori, e infine i manipoli di attori formatori, direttori didattici sparsi per l’Italia che sono professionisti, recitano negli spettacoli d’improvvisazione eccetera. Quindi parliamo di un sistema che si occupa di improvvisazione a 360 gradi.
Impro’ rappresenta poi un format, che è quello della sfida tra due squadre di 4 o 5 attori, dove c’è un notaio che segue la gara, un arbitro, un presentatore che coinvolge il pubblico. Il pubblico vota le performance e sceglie i vincitori, perciò si gioca sull’interazione con gli spettatori e siamo vicini a un vero e proprio show.

Abbiamo notato che si distinguono varie tipologie di spettacolo: esistono delle classificazioni, e che differenza c’è tra gli spettacoli d’improvvisazione?

Abbiamo due tipologie di spettacolo: la short form e la long form. La short form è la forma caratterizzata dalla breve durata, dove la drammaturgia consiste in un aneddoto, la narrazione di un episodio, e si basa maggiormente sull’impatto. È un esercizio utile che noi pratichiamo spesso: uno dei nostri game si chiama “il mondo senza…” e consiste nello sperimentare delle scene improvvisate che si fondano proprio sulla mancanza di qualcosa: ad esempio, immaginiamo di vivere in un mondo dove l’acqua potabile stia per esaurirsi, o in un mondo senza unghie, dove nessuno ha le unghie. Tutta l’improvvisazione si costruirà quindi partendo dal presupposto che non abbiamo qualcosa, con le conseguenze e le reazioni che tale mancanza determinerebbe.
La long form è la tipologia più impegnativa, quella in cui ci si esibisce a livelli più elevati ed è la più vicina a un testo completo. Infatti si cerca uno sviluppo dell’improvvisazione che sia a livello orizzontale, con gli accadimenti cha fanno procedere una storia, ma anche verticale, per cui si ricerca una definizione psicologica, emotiva dei personaggi e delle loro interazioni. Lavoriamo su una long form che è rivolta soprattutto al peso narrativo dell’improvvisazione, ma poi esistono generi specifici come “Harold”, che si basa su associazioni oniriche, ad esempio.

Quanto è importante la capacità di improvvisare per un attore e perché? Quali sono le basi su cui lavorate?

La “drammaturgia” dell’improvvisatore impone di essere nello stesso momento attore, autore e regista. È una drammaturgia contemporanea poiché non può non riferirsi alla dialettica del quotidiano, al reale, e di conseguenza implica una immedesimazione diretta dello spettatore. Questo in particolare è evidente nella long form, che prescrive uno sviluppo reale e in divenire dell’azione, mentre la short form, in seguito alla durata contratta, si basa maggiormente sulle capacità evocative dell’attore, sull’impatto e sul virtuosismo.
Le basi su cui lavoriamo sono l’ascolto (rivolto nello stesso tempo all’ambiente, ai compagni e alle indicazioni esterne), il principio dell’aggiungere e del non sottrarre, l’accettazione di sé per cui ci si mette in scena in prima persona ed è necessario mostrare, non raccontare un’azione. Infine è fondamentale lavorare con il gruppo, ed è come nel calcio: possono esistere i solisti ma se non fanno attenzione e non lavorano per gli altri, sono inutili per la squadra. Gli attori costituiscono strumenti differenti che devono però suonare uno stesso spartito, il problema è trovare quello spartito, la giusta armonia. L’esempio calzante è quello delle improvvisazioni jazzistiche che hanno una dinamica parallela: può sembrare facile tenere in considerazione questi principi, ma andare in scena ci costringe a impattare continuamente con questi ostacoli fissi, e a superarli ogni volta.
Naturalmente mancherà la geometria di uno spettacolo che consegue dalle prove, ma per tutte queste ragioni l’improvvisatore ha una grandissima difficoltà, che richiede sempre attenzione.

L’improvvisazione è un elemento che ha caratterizzato varie forme di recitazione e di teatro sin dalla commedia plautina, passando per la Commedia dell’Arte e nel Novecento per il teatro di rivista, l’avanspettacolo e le avanguardie. Perché fare dell’improvvisazione un genere autonomo, su cui costruire uno spettacolo?

Se vado a teatro posso cercare uno spettacolo che non necessariamente abbia una struttura predefinita e conduca a una morale. Una delle cose che mi colpisce a teatro è la creatività: è un elemento che stupisce chi lo fa e chi lo segue, diverte il pubblico. Anche se ci manca il processo di limatura della scrittura, ricerchiamo comunque una drammaturgia, che se non vede gli attori entrare in accordo non si realizza. Bisogna trovare un’armonia che non è semplice ed è come andare a vedere gli acrobati al circo, che in seguito al loro allenamento riescono a fare acrobazie e virtuosismi davanti al pubblico. Improvvisare è simile al camminare sulla corda, c’è un grosso fattore di rischio, ed è proprio questo il bello, il pubblico deve saperlo. Nella long form inoltre, se il contenuto è ben elaborato, si avvicina davvero a una drammaturgia completa, con una coerenza ed un’etica interna.

A Napoli Improteatro lavora tramite l’associazione Coffee Brecht.

Coffee Brecht è un’associazione che è nata da tre anni, siamo alla quarta stagione di improvvisatori. È la struttura istituzionale di riferimento per l’improvvisazione teatrale a Napoli, infatti lavoriamo agli spettacoli della nostra compagnia di improvvisatori, appoggiamo le compagnie esterne che si esibiscono a Napoli e ci occupiamo di promozione teatrale in generale. Per questa stagione abbiamo in programma – e abbiamo già iniziato – di mettere in scena uno spettacolo al mese. Non mancano inserti di didattica inerente il teatro testuale ma ogni stagione è differente, il gruppo cresce e cambia, si sperimentano nuovi percorsi, nuovi format, è un’associazione che deve e si evolve continuamente. È questo il principio dell’improvvisatore: quando trovi l’equilibrio devi romperlo perché è la discontinuità che crea energia, che offre nuove opportunità e porta a nuovi sviluppi.

Intanto l’aria è proprio quella di una festa, si stappa vino e spumante, ogni tanto qualcuno ci porta da mangiare. Ringraziamo gli improvvisatori di Coffee Brecht: è arrivata l’ora di scambiarsi i regali, pescati a caso da un enorme sacco.

Eduardo Di Pietro

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