A Sala Ichos in scena l’inverosimile utopia di un re che vuol fare l’attore. Con l’appoggio di mammà.

Un piccolo plauso a Sala Ichos: in un momento storico particolarmente critico, scandito da scandali politici e morali, da perplessità della ragione e dei sentimenti, questa piccola sala di provincia riesce a presentare sempre – o quasi -  dei lavori ben articolati, a scegliere strade artistiche autonome e forti ed a trattare anche temi più leggeri con il giusto portato riflessivo.

“Ah! Mammà!! La Revolution!!!” rientra appieno nel gusto di inverosimile deformazione della scena e, massimamente, dei personaggi – meglio sarebbe dire del personaggio, il nostro Luigi – creando un assurdo che, se da un lato depotenzia l’azione drammaturgica, dall’altra avvicina lo spettacolo allo spettatore, attraverso la confusione tra l’ “un tempo”, quello della Rivoluzione francese, e l’“adesso” della nuova vita teatrale.
La piece, di e con Antonio Lanera, racconta lo strano caso, frutto di fantasia, di un discendente al trono del regno di Napoli, il quale, non avvezzo alla politica e agli affari dell’amministrazione, decide di arraffare un po’ di argenteria di famiglia e di fuggire alla volta di Paris, alla volta della Rivoluzione francese, per diventare “un tragico”, assecondando così la naturale disposizione alla recitazione.

La sua vita parigina e la sua boheme artistico-rivoluzionaria sono scandite dalle lettere che egli invia alla cara madre, regina di Napoli, figura assente e presente sulla scena, la quale non può accettare questa inclinazione del figlio, ma neppure può essere del tutto dimentica dei vecchi legami di sangue.
Nasce così un tentativo: quello di far comprendere alla donna, attraverso lo scambio epistolare, i motivi profondi di questa rivoluzione personale, l’esigenza esistenziale del nostro di essere attore e non regnante, di mettere in comunicazione due mondi differenti e ostili l’uno all’altro, il nuovo mondo rivoluzionato e l’Ancient Regime.
E sullo sfondo Parigi, la città dove ciascuno può esser povero a modo suo, dove “il teatro è una cosa seria, drammatica…qui la vita è tutta un dramma”, dove a teatro il passo tra l’applauso e la polvere è più breve di quello tra due battiti d’uno stesso cuore errante. Dove “gli applausi finiscono, prima o poi”, certo, ma pure dove la coscienza politica ha ormai preso il centro della storia.

Fino a che non arriva l’ultima lettera.
Luigi comunica alla madre di esser stato allontanato da tutte le scene di Francia da un certo Robespierre, uno permaloso che, in nome della Revolution, non esita a tagliare quante più teste possibile,  il quale gli ha pure chiuso il teatro. D’ora in poi sarà impegnato in una tournée con il famoso dittatore francese e chissà per quanto tempo non potrà scrivere: forse mai più.

È l’approssimarsi della fine, meravigliosa nella sua immediatezza: scende un telo opaco sulla scena e, a colpi di pennello, si materializza una ghigliottina di rosso dipinta. È riuscita bene la parte al re che voleva farsi tragico. È che, quanto a Robespierre, “lo dicevo io che era permaloso”.
Un fiotto rosso e nulla è mai più.

Particolarmente bella la scenografia, disegnata da Massimo Romanazzi e realizzata da Antonio Garofano, che hanno saputo non già ricreare, ma creare dal nulla lo spazio d’espressione più adatto alla piece.

 

Antonio Stornaiuolo

 

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